Avevo paura che Don’t Say Good Luck fosse uno di quei film Netflix costruiti con un obiettivo molto semplice: presentarti una famiglia adorabile, aggiungere una malattia grave, mettere una canzone al momento giusto e aspettare che tu finisca i fazzoletti.
In parte lo è.
La sorpresa è che funziona molto meglio di quanto questa descrizione faccia pensare.
Il film diretto da Julia Hart racconta Sophie Birenbaum, interpretata da Sunny Sandler, una sedicenne completamente immersa nel mondo del teatro scolastico. Arriva finalmente la grande occasione: ottiene il ruolo principale nella produzione di Waitress. Proprio nel momento in cui dovrebbe preoccuparsi di prove, canzoni, compagni di scuola e delle piccole tragedie che a sedici anni sembrano enormi, scopre che il cancro di sua madre Elizabeth è tornato.
Da quel momento Sophie deve fare una cosa che nessun adolescente dovrebbe essere costretto a imparare così presto: continuare a vivere mentre sa che potrebbe perdere sua madre.
Sunny Sandler è la sorpresa più bella del film
Partiamo da lei, perché inevitabilmente il cognome pesa.
Sunny Sandler è la figlia di Adam Sandler, che produce il film insieme a Jackie Sandler e agli altri produttori coinvolti.
Il rischio nepotismo è quindi lì, enorme, seduto in prima fila.
Dopo pochi minuti, però, ho smesso abbastanza rapidamente di pensarci.
Sunny funziona.
Non perché sia già un’attrice perfetta, perché qualche limite si vede. In alcune scene tende a mantenere un registro molto simile, e persino nelle parti musicali la sua voce sembra più adatta all’intimità della telecamera che a riempire un teatro.
Ma ha qualcosa di molto più importante per questo film: sembra vera.
Sophie non appare come l’adolescente inventata da uno sceneggiatore cinquantenne dopo aver trascorso tre minuti su TikTok.
È goffa.
Egoista in certi momenti.
Dolcissima in altri.
Può preoccuparsi disperatamente della madre e cinque minuti dopo essere devastata da qualcosa che un adulto considererebbe insignificante.
Ha sedici anni.
È esattamente così che dovrebbe essere.
Melanie Lynskey, però, gioca un altro campionato
Poi entra in gioco Melanie Lynskey.
E bisogna essere sinceri: ogni volta che Elizabeth prende realmente spazio, il film sale di livello.
Lynskey interpreta una madre che cerca disperatamente di impedire che la propria malattia diventi l’unica cosa intorno alla quale ruota la vita della figlia.
La sua intenzione è comprensibile.
Vuole che Sophie faccia il musical.
Vuole che si innamori.
Vuole che litighi con gli amici.
Vuole che abbia ancora problemi stupidi e adolescenziali.
Perché nel momento in cui tua madre è gravemente malata, improvvisamente sembra quasi illegittimo essere arrabbiata perché non hai ottenuto qualcosa a scuola.
Don’t Say Good Luck funziona soprattutto quando racconta questa colpa.
Sophie vorrebbe essere felice per il ruolo.
Poi si sente in colpa per esserlo.
Vorrebbe pensare al teatro.
Poi pensa alla madre.
Vorrebbe comportarsi normalmente.
Ma ormai sa qualcosa che rende la normalità praticamente impossibile.
Lynskey non cerca mai la scena da Oscar con scritto sopra “ADESSO PIANGI”.
Ed è proprio per questo che, inevitabilmente, qualche volta piangi.
Il film però sa di essere un ricatto emotivo
Diciamolo.
Julia Hart non è esattamente timida.
Ci sono momenti nei quali il film prepara l’emozione con la precisione di qualcuno che sta montando una trappola.
Madre malata.
Figlia adolescente.
Musical scolastico.
Canzone emotiva.
Primo piano.
Silenzio.
Melanie Lynskey.
Buona fortuna.
Anzi, considerando il titolo, non diciamolo.
Il problema è che alcune situazioni diventano prevedibili proprio perché capisci con largo anticipo quale emozione il film sta cercando di provocare.
Sai che arriverà quella conversazione.
Sai che una determinata canzone verrà utilizzata nel momento più doloroso possibile.
Sai che Sophie porterà ciò che sta vivendo dentro la propria esibizione.
La storia non prova particolarmente a sorprenderti.
Vuole soprattutto accompagnarti fino a un punto emotivo preciso.
E spesso ci riesce.
Waitress è praticamente il musical perfetto per questa storia
La scelta di Waitress come produzione scolastica non sembra casuale.
Il musical racconta una donna intrappolata in una vita che non sente più propria e il tentativo di trovare un modo per ricominciare. Sophie interpreta Jenna mentre contemporaneamente sta cercando di capire come affrontare una vita che potrebbe cambiare completamente.
La canzone She Used to Be Mine diventa inevitabilmente uno dei momenti su cui il film costruisce maggiormente il proprio impatto emotivo.
Sottile?
Non particolarmente.
Efficace?
Purtroppo sì.
Certe volte il cinema può anche guardarti negli occhi mentre preme il pulsante con scritto “piangi”.
L’importante è che si sia guadagnato il diritto di farlo.
Per buona parte del film, se lo guadagna.
Le parti adolescenziali sono molto più deboli
Il problema principale di Don’t Say Good Luck arriva ogni volta che si allontana troppo dal rapporto tra Sophie ed Elizabeth.
Il film vuole essere contemporaneamente un dramma familiare e un coming-of-age ambientato tra ragazzi di teatro.
Ci sono amicizie.
Cotte.
Gelosie.
Competizione.
Insicurezze.
Il classico microcosmo scolastico nel quale ottenere una parte può sembrare una questione di importanza geopolitica internazionale.
Alcuni momenti sono divertenti.
Altri sembrano presi direttamente dal manuale del teen movie.
La componente romantica, soprattutto, mi è sembrata abbastanza prevedibile e meno interessante rispetto al resto.
Jack Champion fa quello che può e il personaggio funziona, ma ogni volta che la storia romantica prende il sopravvento pensavo soprattutto: possiamo tornare da Melanie Lynskey?
Probabilmente non è il complimento migliore per un romance adolescenziale.
Stephanie Beatriz avrebbe meritato più spazio
Anche il cast secondario è quasi esagerato rispetto al tempo disponibile.
Stephanie Beatriz, Steve Buscemi, Bebe Neuwirth e Jon Lovitz compaiono accanto alla famiglia Birenbaum.
Il problema è che alcuni sembrano arrivare, fare qualcosa di divertente o interessante e poi sparire.
Stephanie Beatriz funziona benissimo come responsabile della produzione teatrale e avrebbe meritato qualche scena in più.
Steve Buscemi è Steve Buscemi.
Può comparire cinque minuti e tu automaticamente vorresti sapere cosa stia facendo il suo personaggio nelle restanti ventitré ore e cinquantacinque minuti della giornata.
Il film però rimane molto concentrato su Sophie.
Scelta comprensibile, ma un cast del genere inevitabilmente lascia la sensazione che qualcosa sia rimasto inutilizzato.
La famiglia, invece, è raccontata molto bene
Ho apprezzato soprattutto una scelta: la famiglia non viene trasformata in un campo di battaglia artificiale.
Non serve inventare un padre terribile, una madre che nasconde segreti assurdi o fratelli scritti esclusivamente per creare conflitto.
Max Greenfield dà al padre di Sophie una presenza affettuosa e credibile, mentre la famiglia cerca sostanzialmente di affrontare qualcosa per cui nessuno possiede istruzioni.
Questo rende la malattia ancora più dolorosa.
Non c’è qualcuno da odiare.
Non c’è un cattivo.
Non c’è una decisione che avrebbe potuto risolvere magicamente la situazione.
C’è semplicemente una famiglia che ama una persona malata.
Ed è molto più difficile da guardare.
C’è anche una storia vera dietro il film
Sapere da dove arriva la sceneggiatura rende alcuni momenti ancora più comprensibili.
La storia nasce infatti dall’esperienza personale della sceneggiatrice Laura Hankin. A sedici anni stava interpretando il ruolo principale in Moby Dick! The Musical mentre il cancro terminale della madre era tornato. Anni dopo ha trasformato quella contraddizione tra l’euforia del teatro e il dolore vissuto in famiglia nella base di Don’t Say Good Luck.
E secondo me si sente.
Le parti migliori sono proprio quelle troppo specifiche per sembrare inventate.
La sensazione assurda di dover provare uno spettacolo mentre a casa accade qualcosa di enorme.
Il fastidio di scoprire che le persone iniziano a trattarti diversamente.
La difficoltà nel capire se puoi ancora essere felice.
È lì che il film smette di sembrare un prodotto Netflix studiato per far piangere e diventa qualcosa di più personale.
Don’t Say Good Luck è prevedibile, ma non necessariamente falso
Alla fine il mio rapporto con il film è stato abbastanza semplice.
Sapevo quasi sempre dove stava andando.
E ci sono arrivato comunque emotivamente coinvolto.
Questo significa che qualcosa ha funzionato.
Sunny Sandler dimostra di poter reggere un film senza avere bisogno del padre davanti alla telecamera. Melanie Lynskey conferma ancora una volta di riuscire a trasformare una frase normalissima in qualcosa che ti rimane addosso.
Julia Hart dirige senza cercare di reinventare il coming-of-age.
Avrei voluto meno stereotipi adolescenziali.
Qualche personaggio secondario più approfondito.
Una maggiore capacità di sorprendere.
E forse due o tre scene in meno palesemente progettate per distruggere emotivamente lo spettatore.
Però mentirei dicendo che non hanno funzionato.
Ho visto il meccanismo.
Ho capito cosa stava facendo.
Poi sono cascato ugualmente nella trappola.
La Recensione
Don’t Say Good Luck
Don’t Say Good Luck è un film emotivo che racconta bene quanto possa essere difficile continuare a vivere la propria adolescenza mentre una persona che ami sta affrontando una malattia grave. Sunny Sandler sorprende per naturalezza e il rapporto con Melanie Lynskey è la parte più riuscita del film. La storia resta piuttosto prevedibile e alcune dinamiche scolastiche e romantiche sanno già di visto, mentre diversi attori del cast avrebbero meritato più spazio. Nonostante questo, il film riesce a coinvolgere senza risultare completamente artificiale e trova i suoi momenti migliori proprio nelle scene più intime tra madre e figlia.
PRO
- Sunny Sandler sorprende e dimostra di poter reggere un ruolo drammatico.
- Melanie Lynskey è ancora una volta bravissima.
- Il rapporto madre-figlia è raccontato con grande tenerezza.
CONTRO
- È molto prevedibile.
- Alcuni passaggi cercano palesemente di strappare le lacrime.


