Rod Serling, il creatore di Ai confini della realtà, provò a reinventare il western televisivo nel 1965 con una serie molto diversa da quelle che dominavano allora la TV americana. In Italia arrivò con il titolo Il cavaliere solitario, mentre quello originale era The Loner. Durò appena una stagione, 26 episodi, e ancora oggi resta uno dei progetti meno ricordati della sua carriera.
La cosa sorprendente è che Serling aveva le idee piuttosto chiare: non voleva realizzare l’ennesimo western fatto di sparatorie, pistoleri infallibili e problemi risolti nel giro di cinquanta minuti. Cercava qualcosa di più adulto, più umano e anche meno rassicurante.
Il protagonista era William Colton, interpretato da Lloyd Bridges. Ex capitano dell’esercito dell’Unione, dopo la Guerra civile americana parte verso Ovest cercando una nuova vita. La struttura poteva sembrare quella classica del western itinerante: Colton arriva in un luogo, incontra nuove persone, si ritrova coinvolto nei loro problemi e poi riparte. Serling, però, utilizzava quella formula per raccontare reduci di guerra, disertori, fuorilegge, pacifisti e persone segnate da quello che avevano vissuto.
La serie americana andò in onda sulla CBS tra il 1965 e il 1966, mentre in Italia Il cavaliere solitario arrivò sul Programma Nazionale Rai nel novembre del 1968 e venne successivamente riproposto su Rai 2 negli anni Settanta.
Serling arrivava dal successo di Ai confini della realtà, il titolo con cui The Twilight Zone è stato distribuito in Italia. La serie originale era terminata nel 1964 dopo cinque stagioni e 156 episodi, lasciando un’impronta enorme nella televisione americana.
Il western, tra l’altro, non rappresentava una deviazione completamente nuova per lui. Nel 1958 aveva scritto Lo sperone insanguinato, titolo italiano di Saddle the Wind, con Robert Taylor, Julie London e John Cassavetes. Anche Ai confini della realtà aveva più volte giocato con l’immaginario western. Basta pensare a La resa dei conti con Rance McGrew, episodio della terza stagione che prendeva apertamente in giro il modo in cui la televisione trasformava i pistoleri del passato in personaggi quasi caricaturali.
Con Il cavaliere solitario, invece, Serling voleva affrontare quell’ambiente con maggiore serietà.
William Colton non era il classico cowboy televisivo senza paura e senza conseguenze. Era un uomo che aveva combattuto nella Guerra civile e continuava a convivere con quei ricordi. Le storie non cercavano sempre una morale rassicurante e nemmeno un finale in cui ogni conflitto veniva risolto perfettamente.
Il problema era che nel 1965 il pubblico aveva aspettative molto precise.
In televisione c’erano Bonanza, Gunsmoke, Rawhide e Il virginiano. Il western era uno dei generi più popolari del momento e gli spettatori conoscevano perfettamente le sue regole. Serling cercava invece di togliere molte di quelle certezze, privilegiando i personaggi e le conseguenze delle loro decisioni rispetto all’azione.
A complicare ulteriormente la situazione ci furono anche i rapporti con la CBS. Serling raccontò di essersi scontrato con il network perché non voleva aumentare la quantità di violenza. La sua intenzione, spiegò all’epoca, era realizzare un dramma umano capace di far riflettere, semplicemente ambientato nel West, non un western convenzionale basato soprattutto su azione e sparatorie.
È quasi paradossale pensando alla televisione di oggi. Una serie western più lenta, tormentata e interessata alle conseguenze psicologiche della guerra probabilmente non sembrerebbe affatto insolita. Nel 1965 era molto più difficile da vendere.
Il cavaliere solitario finì così dopo appena 26 episodi, 15 dei quali scritti dallo stesso Serling.
Visto con gli occhi di oggi, sembra quasi un tentativo anticipato di quel western revisionista che sarebbe diventato molto più comune negli anni successivi: personaggi meno eroici, maggiore ambiguità morale e una frontiera americana decisamente meno romantica.
Serling sarebbe poi tornato all’antologia fantastica con Night Gallery, ma questo piccolo esperimento western rimane una curiosità particolarmente interessante della sua carriera.
Il creatore di Ai confini della realtà aveva provato a cambiare le regole di uno dei generi più popolari della televisione americana. Il pubblico dell’epoca, però, probabilmente non era ancora pronto.
Tu conoscevi Il cavaliere solitario? Ti piacerebbe recuperare oggi questa serie dimenticata di Rod Serling? Scrivilo nei commenti.


