Alex Schwazer ha 41 anni, una storia sportiva piena di ferite e una nuova prestazione che obbliga tutti a parlarne di nuovo. A Kelsterbach, vicino Francoforte, ha vinto la maratona di marcia da 42,195 km in 3h01’55”, firmando la miglior prestazione italiana sulla nuova distanza, il miglior tempo europeo stagionale e il terzo crono mondiale del 2026. E a questo punto la domanda è inevitabile: davvero si può non considerarlo per gli Europei di Birmingham?
Il risultato è pesante. Non solo perché arriva da un atleta che ha superato i quarant’anni, ma perché Schwazer non si è limitato a “fare una bella gara”. Ha migliorato il precedente riferimento italiano di Andrea Agrusti, che aveva chiuso in 3h03’55” nell’ottobre scorso, e lo ha fatto in una prova valida per i campionati tedeschi open. Due minuti in meno su una distanza del genere non sono una carezza: sono un messaggio. Forte. Abbastanza forte da arrivare dritto sulla scrivania di chi dovrà fare le convocazioni.
C’è anche un dettaglio tecnico da chiarire. La distanza dei 42,195 km di marcia è nuova nel calendario internazionale, introdotta dal 2026, e non sarà la distanza olimpica a Los Angeles 2028, dove è prevista la 21,097 km. Proprio per questo alcuni parlano di “miglior prestazione italiana” e non ancora di record omologato in modo definitivo. Ma la sostanza cambia poco per il discorso sportivo: Schwazer ha camminato più veloce di tutti gli italiani su quella distanza e, al momento, davanti a lui nel mondo ci sono soltanto due giapponesi, Motofumi Suwa e Hiroto Jusho.
E quindi eccoci qui, di nuovo davanti al caso Schwazer. Perché con lui non esiste mai solo il cronometro. C’è sempre tutto il resto: l’oro olimpico di Pechino 2008, la prima squalifica per doping, il ritorno, la seconda positività contestata, gli anni di battaglie, i tribunali, i dubbi, la rabbia, la sensazione che la sua carriera sia diventata una specie di romanzo sportivo scritto da uno sceneggiatore troppo cattivo.
Chi ha visto la docuserie Netflix Il caso Alex Schwazer capisce bene di cosa parlo. Sono quattro episodi, usciti nel 2023, che ripercorrono la sua storia dopo la squalifica e il tentativo di ritorno alle gare, con al centro anche il rapporto con Sandro Donati, una delle figure più riconoscibili dell’antidoping italiano. Netflix la presenta proprio come il racconto di un campione olimpico escluso per doping che si affida a uno dei suoi accusatori per provare a rientrare.
Ecco, dopo averla vista è difficile restare completamente freddi. Non significa cancellare tutto, non significa dire “è tutto semplice” o fare finta che la prima squalifica non sia mai esistita. Schwazer ha ammesso il doping nel 2012, e quella parte della storia resta. Però la seconda vicenda, quella del 2016, è stata raccontata negli anni con tanti punti interrogativi, ricostruzioni, anomalie denunciate dalla sua difesa e una battaglia personale che ha lasciato parecchi spettatori con una sensazione precisa: forse questa storia è più complicata di come era stata liquidata all’inizio.
Ed è qui che il nuovo record cambia il tono della discussione. Perché una cosa è parlare di Schwazer come di un ex campione che prova a chiudere i conti con il passato. Un’altra è guardare il cronometro e vedere 3h01’55”, miglior tempo europeo dell’anno. A quel punto non stai più discutendo solo di memoria, simpatia o redenzione. Stai discutendo di prestazione. Di forma. Di competitività.
Lo stesso Schwazer, però, ha scelto una linea molto prudente. Interpellato sulla possibilità di andare agli Europei di Birmingham, ha detto di non pensarci come obiettivo concreto, di non voler togliere il posto a nessuno, ma anche di essere disponibile a parlarne se la Federazione volesse farlo. Una frase elegante, quasi trattenuta. Non “convocatemi perché me lo merito”, ma “se volete, io ci sono”.
E forse è proprio questo che rende la questione ancora più forte. Perché Schwazer non sta chiedendo una convocazione per curriculum, né per compassione, né per chiudere una sceneggiatura perfetta. Sta mettendo sul tavolo un tempo. E nello sport, almeno in teoria, il tempo dovrebbe contare moltissimo. Soprattutto quando è il migliore in Europa in stagione.
Poi certo, ci sono le questioni federali, etiche, regolamentari. Non vanno buttate via come se fossero dettagli fastidiosi. La sua storia con il doping pesa ancora, e chi deve decidere non può far finta che non esista. Alcune ricostruzioni parlano anche del tema della Carta Etica e della non convocabilità di atleti ex squalificati per doping, con possibili nodi da sciogliere. Però se un atleta torna eleggibile, gareggia, vince e firma un crono di livello internazionale, allora la domanda diventa legittima: la convocazione si decide sulla storia passata o sul valore sportivo attuale?
La risposta non è comoda. E forse non deve esserlo.
Perché Schwazer divide. Dividerà sempre. C’è chi non gli perdonerà mai il doping del 2012 e chi invece, soprattutto dopo la serie Netflix, vede in lui un atleta che ha pagato tantissimo e che merita almeno di essere valutato senza pregiudizi automatici. In mezzo ci sono i fatti di oggi: 41 anni, una gara dominata, un primato italiano, un tempo europeo da numero uno della stagione.
E allora sì, la provocazione resta lì: come fai a non convocarlo per Birmingham? Magari la Federazione avrà motivi tecnici, politici o regolamentari per non farlo. Magari deciderà che la maglia azzurra deve andare altrove. Però dopo Kelsterbach non può più ignorare il tema. Non può far finta che questa prestazione sia una nota a margine.
Schwazer ha rimesso il suo nome dove fa più rumore: nelle classifiche. Non nei talk, non nei documentari, non nelle polemiche. Sul cronometro. E a volte il cronometro è molto più scomodo di qualsiasi intervista.
E tu che ne pensi: Alex Schwazer meriterebbe la convocazione agli Europei di Birmingham dopo questo record italiano oppure il suo passato deve pesare ancora? Scrivilo nei commenti.



Sicuramente merita la convocazione agli Europei !!!