Rafa è disponibile su Netflix dal 29 maggio, ed è esattamente il tipo di documentario sportivo che non ti aspetti. Non perché manchino le vittorie o le immagini spettacolari – ci sono, eccome – ma perché Rafael Nadal ha scelto di mostrare qualcosa che per vent’anni ha tenuto lontano da qualsiasi telecamera: il dolore vero, quello che stava sotto le scarpe da tennis e dentro le viscere. Quattro episodi, un regista candidato all’Oscar, e un protagonista che ha detto sì a questo progetto solo quando aveva capito che non avrebbe mai più avuto un’altra occasione per farlo.
Un progetto che Nadal ha rifiutato per anni
La prima cosa da sapere su Rafa è che quasi non esiste. Per tutta la carriera, Nadal ha rispedito al mittente ogni proposta di questo tipo – documentari, accessi privilegiati, ritratti intimi – e ha accettato solo nell’ultimo anno. La sua spiegazione, quando gli è stata chiesta, ha il sapore di quelle risposte che sembrano semplici e invece dicono tutto: «Ho rifiutato molte volte. Ho deciso di farlo adesso perché, probabilmente, ho trovato le persone giuste. Rifiutavo soprattutto per non disturbare chi mi stava accanto – famiglia, collaboratori, tutti.»
Non voleva mettere sotto i riflettori le persone che aveva intorno. Non aveva interesse a costruire una narrazione pubblica di sé mentre era ancora in campo. Ha accettato quando era l’ultima finestra disponibile: le riprese sono iniziate nel 2024, nell’anno finale della sua carriera, e lui stesso ha detto che era «l’ultima opportunità per farlo, o non farlo mai più».
La regia è affidata a Zach Heinzerling, già vincitore dell’Emmy e candidato all’Oscar per Cutie and the Boxer, che ha dichiarato apertamente di essere rimasto sorpreso da quello che ha trovato: «Con la storia di Rafa ci si aspetta il trionfo. Ciò che mi ha colpito è stata la sua disponibilità a rivelare l’incertezza e la vulnerabilità che si celano dietro quella grandezza.» Non è una formula di marketing: guardando i materiali anticipati della serie, quella vulnerabilità c’è davvero, ed è la cosa che rende il documentario qualcosa di più di una semplice celebrazione.
L’uscita il 29 maggio non è casuale, e non è nemmeno un caso fortunato di calendario. Cade in pieno Roland Garros, il torneo che più di ogni altro porta il nome di Nadal cucito addosso, e precede di pochi giorni il suo 40° compleanno, fissato per il 3 giugno. Un allineamento quasi cinematografico, che la produzione ha scelto con piena consapevolezza.
Il piede che non si vedeva mai
Se c’è una cosa che Rafa fa con coraggio, è mostrare quello che Nadal ha tenuto nascosto per tutta la carriera. A 17 anni – nel novembre 2005, quando era appena agli inizi – scoprì di soffrire della sindrome di Müller-Weiss, un’osteocondrosi degenerativa dello scafoide per cui non esiste cura, solo gestione del dolore. «Mi è stato detto che probabilmente non avrei mai più giocato a tennis professionistico. Ho imparato che le cose possono finire in un istante. Non era solo una piccola crepa nel piede, è una malattia. Si passa dalla gioia più grande al risveglio della mattina dopo in cui non riesci nemmeno a camminare.»
Per vent’anni Nadal ha giocato con un plantare per proteggere il piede malato, ma quella soluzione ha avuto conseguenze che si sono propagate a cascata in tutta la struttura del corpo. Come spiega lui stesso nella docuserie: «Il plantare usato per salvare il piede ha finito per destrutturare tutto il resto del mio corpo. Ogni infortunio successivo è nato da lì.» Una catena di dolori che si è allungata per due decenni, con il tennista che scendeva in campo sapendo che ogni passo poteva costare qualcosa di concreto e permanente.
Nella docuserie, per la prima volta, Nadal mostra le immagini del piede deformato, entrando nei dettagli dei sacrifici compiuti anche solo per poter scendere in campo. È una di quelle immagini che non dimentichi facilmente: guardare il piede di un uomo che ha vinto 22 Slam e chiederti come sia stato fisicamente possibile reggere quei carichi, per tutti quegli anni, su una struttura ossea compromessa senza rimedio.
La confessione sugli antinfiammatori
Strettamente legato al piede è il capitolo forse più duro di tutto il documentario. Nadal racconta che per lunghi periodi ha gestito gli antinfiammatori da solo, senza consultarsi con il fisioterapista: «A un certo punto iniziai a gestirmeli io: decidevo quando prenderli e in che quantità. Discutevo spesso con il mio fisioterapista perché lui non voleva che abusassi degli antinfiammatori, mentre io sentivo di non avere alternativa. Sapevo benissimo che stavo facendo qualcosa di dannoso per il mio corpo, ma nella mia testa l’alternativa era semplice: o così, oppure smettere di giocare a tennis.»
Le conseguenze di quella scelta sono state pesantissime. Nadal ha subito due perforazioni intestinali legate all’uso prolungato di quei farmaci, un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi statistica fino a che punto il suo corpo fosse arrivato. E aggiunge, con la lucidità di chi ha già fatto i conti con sé stesso: «Però senza quelle scelte la mia carriera sarebbe stata completamente diversa.»
Non è la storia di uno sportivo irresponsabile: è la storia di un uomo che sapeva esattamente quello che stava facendo a sé stesso, e lo faceva comunque, perché l’alternativa era per lui peggio di qualsiasi conseguenza fisica. È un tipo di ossessione che mette a disagio, e che il documentario racconta senza edulcorare nulla.
Federer, Djokovic e McEnroe: non semplici elogi
Uno degli aspetti più attesi della docuserie è la presenza dei grandi rivali. Federer, Djokovic e McEnroe non si limitano agli attestati di stima: fanno vere e proprie analisi tecniche e psicologiche su cosa significhi affrontare Nadal sul suo terreno preferito, e su come il suo agonismo abbia costretto l’intero circuito ad alzare il proprio livello anno dopo anno.
Federer e Djokovic parlano da testimoni diretti, non da co-protagonisti in cerca di spazio: sono uomini che hanno passato anni dall’altra parte della rete cercando di risolvere un problema che si rifiutava di andarsene. Le loro parole pesano meno sulle finali perdute e molto di più su cosa significhi, per un atleta d’élite, affrontare qualcuno capace di trasformare la stanchezza in un’arma. Il primo Roland Garros dopo il ritiro di Nadal – il primo maggio in vent’anni in cui il tabellone non si piegava attorno al suo nome – è uno dei momenti più forti della serie.
È una prospettiva insolita, quella dei rivali che spiegano la grandezza di chi li ha battuti. E il fatto che lo facciano con questa franchezza, senza la prudenza che di solito caratterizza le dichiarazioni pubbliche tra campioni, rende quelle testimonianze particolarmente preziose.
Dai tre anni a Malaga: e quel calcio sfiorato
La docuserie ripercorre la carriera di Nadal dai suoi esordi – le prime racchette in mano a soli tre anni – fino al ritiro a Malaga nel 2024, durante la Coppa Davis. Un arco temporale enorme, che copre praticamente tutta la vita cosciente dell’uomo.
C’è però una curiosità che i non appassionati di tennis spesso ignorano: Nadal avrebbe potuto essere un calciatore. Da bambino aveva davanti anche quella strada, visto che suo zio Miguel Angel Nadal era stato una colonna del Barcellona e della Nazionale spagnola negli anni Novanta – soprannominato «La bestia di Barcellona» per la fisicità che metteva in ogni contrasto, reinventato difensore centrale da Johan Cruyff durante gli anni del Dream Team blaugrana, vincitore di sedici trofei in carriera tra cui una Coppa dei Campioni. Uno zio del genere avrebbe potuto essere un modello calcistico potente. Fu invece lo zio paterno Toni a intuire presto il talento di Rafa per la racchetta, tanto da prenderlo sotto la sua ala da quando aveva tre anni. Fino ai 12, però, la scelta non era affatto scontata.
La Fiorentina e quella frase agli Internazionali di Roma
Restiamo in Italia per un momento, perché c’è una curiosità che i tifosi viola conoscono bene ma che il resto del pubblico tende a dimenticare. Agli Internazionali di Roma, durante un’intervista RAI, Nadal fu interrogato sul calcio italiano e rispose con una semplicità disarmante: «Me gusta Fiorentina!» Una dichiarazione spontanea, senza calcolo, che fece rapidamente il giro della stampa sportiva italiana.
Nadal avrebbe dichiarato – riportato anche da Sky Sport nel corso degli anni – che tra le squadre italiane la Fiorentina è quella per cui simpatizza e che segue con una certa regolarità. Non un tifo viscerale come quello per il Real Madrid, sua squadra del cuore in Spagna, ma una simpatia genuina e dichiarata nel tempo.
E quella simpatia ha probabilmente un filo familiare: lo zio Miguel Angel, prima di chiudere la carriera al Maiorca, aveva avuto il suo percorso nel mondo del calcio spagnolo, e il nome Nadal era da sempre intrecciato con lo sport in tutte le sue forme. Che Rafa abbia trovato una squadra italiana da seguire non sorprende, se si conosce il contesto.
La coincidenza più bella, però, è un’altra: anche Matteo Berrettini, il tennista italiano che più di tutti ha vissuto grandi sfide contro Rafa nei tornei Slam – dall’Australian Open agli US Open – è un tifoso viola convinto, con la fede trasmessa dal nonno. Due avversari sul campo, entrambi con il cuore a Firenze. Non è una cosa che capita spesso.
Perché vale la pena vederla anche se non segui il tennis
Rafa non è un documentario per soli appassionati di tennis. È la storia di un corpo che funzionava al contrario delle previsioni, tenuto insieme con antinfiammatori, un plantare e una determinazione che rasenta il grottesco, capace di vincere per due decenni nonostante tutto. La regia di Heinzerling alterna momenti riflessivi e confessionali a immagini di gioco che hanno fatto innamorare milioni di persone in tutto il mondo, mostrando il Nadal devastante del topspin imprendibile ma anche la sua evoluzione più matura, capace di aggiungere sensibilità e tattica alla potenza di partenza.
Quello che rimane, alla fine, è il ritratto di qualcuno che ha scelto consapevolmente di consumarsi per fare la cosa che amava fare. Non è un messaggio edificante nel senso convenzionale del termine – non c’è nessuna morale pulita da portarsi a casa. È qualcosa di più complicato e più onesto: la storia di un uomo che conosceva il prezzo e lo ha pagato lo stesso, ogni giorno, per vent’anni.
Hai già guardato la docuserie, oppure la tieni ancora in coda? Cosa ti aspetti di scoprire su un campione che pensavi di conoscere già bene?


