Due Spicci è disponibile su Netflix dal 27 maggio, è in cima alle classifiche italiane della piattaforma e ha già raccolto recensioni calorose da buona parte della critica. Detto questo, è la serie meno riuscita delle tre che Zerocalcare ha fatto per Netflix, e vale la pena dirlo con chiarezza, senza nascondersi dietro all’affetto per l’autore.
Non è una questione di qualità tecnica, che è alta come sempre. Non è nemmeno che Michele Rech abbia tradito il suo stile, i suoi personaggi o la sua voce. Zero, l’Armadillo doppiato da Valerio Mastandrea, Sarah, Secco, Cinghiale ci sono tutti, Rebibbia c’è, i riferimenti generazionali alla cultura pop degli anni Novanta ci sono. Eppure qualcosa non funziona con la stessa precisione delle prime due serie, e capire cosa sia aiuta a guardare Due Spicci in modo più onesto.
Il problema dell’universalità perduta
Strappare lungo i bordi, uscita nel 2021, era una serie che chiunque poteva entrare. Non serviva conoscere Zerocalcare da anni, non serviva essere cresciuto a Rebibbia, non serviva nemmeno avere la sua stessa età: bastava aver perso qualcuno che amavi, o aver avuto paura di perderlo, per sentire ogni episodio come qualcosa di personale. La storia del viaggio in treno con la sua amica Sara, costruita sulla rivelazione progressiva di un segreto, funzionava con una semplicità quasi crudele. Arrivavi alla fine e ti sentivi scoperti, nel senso buono del termine.
Questo mondo non mi renderà cattivo, nel 2023, allargava lo sguardo verso fuori, verso la politica, il disagio sociale, le contraddizioni di una generazione che vorrebbe cambiare le cose e non sa bene come. Meno intima, più corale, con una tensione che si costruiva episodio dopo episodio fino a un finale che divideva, ma che lasciava comunque qualcosa da masticare.
Due Spicci restringe il campo in modo diverso da entrambe le precedenti. La storia parte da Zero e Cinghiale che gestiscono insieme un piccolo locale a Roma, finiscono nei guai con la malavita e cercano di venirne fuori trascinandosi dietro tutto il peso di quarant’anni mal vissuti. Il tema dichiarato, quello che Zerocalcare stesso ha definito «crepuscolare», riguarda una fase molto specifica della vita: quella in cui ti accorgi di essere diventato adulto senza che nessuno ti abbia dato le istruzioni, quella in cui le amicizie cambiano forma e non puoi più risolvere i problemi come se fossi ancora un ragazzino dei Goonies.
È un territorio emotivo preciso, riconoscibile per chi ci è dentro, ma con un raggio d’azione molto più stretto rispetto al passato. Se hai trent’anni o meno, una parte del racconto ti arriva lo stesso, ma non con la stessa forza. Se hai quarant’anni e hai vissuto certe dinamiche, probabilmente ti colpisce nel segno. La fascia di chi si sente completamente fuori dal discorso, però, si è allargata rispetto alle serie precedenti, e questo si sente.
La struttura più ambiziosa che a tratti si inceppa
Otto episodi sono tanti per Zerocalcare. Strappare lungo i bordi ne aveva sei, di durata contenuta, con un ritmo serratissimo che non lasciava spazio alla dispersione. Due Spicci ha episodi più lunghi, una trama più articolata con più linee narrative che si intrecciano, e un’ambizione strutturale che in certi momenti regge benissimo e in altri mostra la corda.
I cliffhanger ci sono e funzionano, i colpi di scena nei momenti giusti tengono la tensione, ma ci sono episodi centrali in cui il flusso di coscienza di Zero, che nelle prime due serie era il motore della narrazione, qui diventa verboso, ripetitivo, un po’ autoreferenziale. Le digressioni mentali, le scenette comiche, le metafore visive sono lo strumento con cui Zerocalcare costruisce il suo mondo da sempre, ma quando la storia principale non ha la stessa urgenza emotiva di Strappare, quelle digressioni pesano di più. Ti accorgi che stai aspettando che la scena torni a muoversi.
Quando il format si vede
C’è un altro elemento che in Due Spicci emerge con una chiarezza che le serie precedenti riuscivano a nascondere meglio: la sensazione di un format che si sta ripetendo. Stesso protagonista con gli stessi nodi irrisolti, stessa incapacità di fare i conti con sé stesso, stessa banda di amici che funziona da specchio deformante. Nelle prime due serie questa ripetizione era meno visibile perché i contesti erano abbastanza diversi tra loro da sembrare progressioni, non variazioni sullo stesso tema. Qui, arrivando alla terza serie, la formula si nota.
Zerocalcare lo sa, e lo dichiara apertamente definendo Due Spicci la chiusura di un ciclo, probabilmente l’ultima serie animata che farà per Netflix. La lettura più generosa è che questa ripetizione sia intenzionale, che racconti proprio l’impossibilità di uscire da certi schemi anche quando sei consapevole di starci dentro. La lettura meno generosa è che sia anche un limite produttivo, e che tre serie con la stessa voce narrante, gli stessi personaggi e la stessa struttura emotiva di base siano semplicemente una in più del necessario.
Eppure, detto tutto questo, Due Spicci è una serie fatta bene, con momenti di scrittura acuta, una colonna sonora costruita con intelligenza, da Queens of the Stone Age agli Smashing Pumpkins passando per Joy Division e Coez, e una maturità nel guardare in faccia certe cose – la violenza, i debiti, le relazioni tossiche – che nelle prime due serie restava più sullo sfondo. Zerocalcare non si è ammorbidito, non ha cercato di piacere a tutti. Ha semplicemente raccontato una storia più stretta, rivolta a meno persone, con meno potenza d’impatto universale.
Per i fan di lunga data vale comunque la visione, senza dubbio. Per chi non ha ancora visto Strappare lungo i bordi, però, conviene partire da lì: capirai perché la terza serie fa meno effetto solo dopo aver visto quanto in alto era arrivata la prima.
Tu sei d’accordo, o pensi che Due Spicci regga il confronto con le serie precedenti?


