Sydney Towle è morta a 26 anni dopo avere convissuto per circa tre anni con un colangiocarcinoma, un raro tumore delle vie biliari. La notizia è stata comunicata il 6 agosto dalla famiglia attraverso i suoi profili social. Pochi giorni prima, il fratello Austin aveva raccontato che Sydney era entrata in hospice ed era circondata dalle persone che amava.
Oltre un milione di persone la seguiva su TikTok. Non perché nascondesse gli aspetti più duri della malattia dietro frasi motivazionali, ma perché aveva deciso di mostrarli: le cure, la stanchezza, i ricoveri, la paura e quella sensazione di vedere la vita degli altri continuare mentre la propria rimane sospesa.
Sydney aveva ricevuto la diagnosi a 23 anni. La Cholangiocarcinoma Foundation la ricordava ancora poche settimane fa come una voce importante per la comunità dei pazienti, capace di incoraggiare chi la seguiva a fare domande, cercare altri pareri medici e partecipare attivamente alle decisioni sulle cure.
Una diagnosi arrivata a soli 23 anni
Il colangiocarcinoma nasce nelle vie biliari, i piccoli condotti che trasportano la bile. È una malattia rara e difficile da trattare, anche perché può rimanere silenziosa nelle fasi iniziali e venire individuata quando è già avanzata. La Mayo Clinic sottolinea che la chirurgia può offrire possibilità di guarigione in alcuni casi, ma soltanto una parte dei pazienti può affrontarla.
Nel caso di Sydney si trattava di un colangiocarcinoma intraepatico al quarto stadio, localizzato inizialmente nelle vie biliari all’interno del fegato. Aveva raccontato di avere avvertito una sensazione di bruciore allo stomaco e di essersi sottoposta a un’ecografia, durante la quale era stata trovata una massa solida.
La giovane età rendeva la diagnosi ancora più difficile da accettare. Sydney osservava gli amici uscire, andare a cena e progettare il futuro, mentre alcune giornate di chemioterapia non le permettevano neppure di lasciare casa. Diceva di non riconoscere più il proprio corpo e di sentirsi ferma mentre il resto del mondo continuava a muoversi.
Le cure raccontate davanti a oltre un milione di persone
Sydney non aveva trasformato i social in una cronaca ordinata, con aggiornamenti sempre rassicuranti. Alcuni video erano pieni di energia, altri mostravano lacrime e paura.
Nel giugno 2025 aveva spiegato che i medici avrebbero inserito una pompa epatica, un dispositivo capace di portare la chemioterapia direttamente al fegato. La notizia era arrivata dopo una visita particolarmente difficile, durante la quale le era stato detto che la situazione non era buona.
Aveva affrontato interventi, diversi cicli di chemioterapia e sperimentazioni cliniche. Tra queste figurava anche una terapia basata sui linfociti infiltranti il tumore, conosciuta come TIL, che utilizza cellule immunitarie prelevate e selezionate per cercare di attaccare il cancro.
La sua disponibilità a condividere le cure aveva creato una comunità molto unita. Alcuni pazienti le scrivevano di avere trovato nei suoi video la forza per affrontare una nuova seduta. Altri la ringraziavano per avere raccontato ciò che spesso rimane fuori dalle fotografie: gli effetti sul corpo, le rinunce e la fatica mentale.
La positività non significava fingere che andasse bene
Sydney parlava spesso di speranza, ma non la presentava come una garanzia di guarigione. Nel giugno 2026 spiegava che immaginare lo scenario migliore le sembrava preferibile all’alternativa di vivere ogni giornata soltanto nella tristezza.
Il suo modo di reagire non cancellava i momenti più dolorosi. Aveva affrontato pubblicamente anche il tema dell’infertilità, raccontando il rimpianto di non avere congelato gli ovuli prima della chemioterapia. Le cure dovevano iniziare rapidamente e rimandarle avrebbe potuto comportare rischi. A 26 anni, oltre alla malattia, si era trovata a fare i conti con la possibilità di non poter avere figli biologici.
Aveva condiviso persino un grave errore nella comunicazione di un esame. Per alcune ore le era stato riferito che nel sangue non risultava più DNA tumorale. Il giorno seguente scoprì che il risultato apparteneva a un’altra paziente e che i suoi valori erano invece peggiorati. Nonostante il trauma, disse di non voler trasformare l’accaduto in un attacco personale contro la sua oncologa.
L’ultima fase e l’ingresso in hospice
Nel corso del 2026 la malattia aveva continuato a progredire. Sydney aveva ricevuto anche l’indicazione di valutare le cure di fine vita, ma aveva cercato nuovi specialisti e altre possibilità terapeutiche.
Aveva continuato a partecipare a iniziative pubbliche, raccogliere fondi e parlare dei tumori rari. La Cholangiocarcinoma Foundation l’aveva scelta come una delle proprie “Community Champion” e Sydney aveva raccolto oltre 10.000 dollari in vista della maratona di New York del novembre 2026.
Il 4 agosto il fratello Austin aveva annunciato il suo ingresso in hospice. La fotografia condivisa la mostrava accanto ad amici e familiari. Due giorni dopo, sul suo profilo è apparso il messaggio con cui la famiglia ha comunicato la morte, ricordando quanto avesse combattuto e quanto fosse amata.
La storia di Sydney Towle non dovrebbe essere ridotta a quella di una ragazza rimasta positiva fino alla fine. La sua forza consisteva anche nel concedersi di essere spaventata, stanca e arrabbiata. Aveva mostrato che affrontare una malattia non significa recitare sempre la parte della persona coraggiosa.
I suoi video resteranno come testimonianza di una vita interrotta troppo presto e di una giovane donna che aveva scelto di non rendere invisibile ciò che stava attraversando.
Conoscevi la storia di Sydney Towle e pensi che raccontare la malattia sui social possa aiutare gli altri a sentirsi meno soli? Scrivilo nei commenti e condividi il tuo pensiero con rispetto.


