Un gentiluomo inglese arriva nel selvaggio West con una bicicletta, un ombrello, una valigia piena di libri e pochissima dimestichezza con le armi. Attorno a lui ci sono banditi, cacciatori di taglie, cavalli imbizzarriti e uomini abituati a risolvere ogni discussione con una pistola. Sembra destinato a essere divorato da quel mondo nel giro di pochi giorni. Invece sarà proprio lui a sorprendere chiunque.
Uscito nel 1972, …E poi lo chiamarono il Magnifico è uno dei film più insoliti della carriera di Terence Hill. Non ha accanto Bud Spencer, non interpreta Trinità e non cerca di ripetere alla lettera la formula che aveva appena conquistato il pubblico. Il film prende il western all’italiana, lo alleggerisce con una comicità elegante e lo trasforma in una storia di formazione, amicizia e cambiamento.
A più di cinquant’anni dalla sua uscita, resta una domanda: stiamo sottovalutando uno dei western più piacevoli di Terence Hill?
Un inglese troppo educato per sopravvivere nel West
La storia comincia con l’arrivo di Sir Thomas Fitzpatrick Phillip Moore, visconte di Essex e pari d’Inghilterra. Thomas, chiamato più semplicemente Tom, raggiunge gli Stati Uniti per prendere possesso dell’eredità lasciata dal padre, un aristocratico inglese che aveva trascorso una parte della propria vita nel West.
Il ragazzo, però, non assomiglia minimamente all’uomo che suo padre era diventato.
Tom ama la poesia, porta abiti raffinati, detesta la violenza ed è convinto che ogni contrasto possa essere risolto con l’educazione. Viaggia in bicicletta, conosce le buone maniere e si presenta come se dovesse partecipare a un ricevimento londinese. Il West del film, naturalmente, non sa cosa farsene della sua cortesia.
Ad aspettarlo ci sono Bull, Monkey e Holy Joe, tre vecchi amici del padre. Sono ladri, pistoleri e avventurieri ormai invecchiati, ma non hanno perso il gusto per le rapine e i guai. Pensano di poter trasformare Tom in un uomo capace di cavarsela nelle terre selvagge. Il loro programma educativo comprende lezioni di equitazione, allenamenti con la pistola, scazzottate e una lunga serie di umiliazioni.
Terence Hill costruisce il personaggio partendo da un contrasto semplice e molto efficace. Il suo viso e la sua agilità appartengono già all’eroe western che il pubblico conosce, ma Tom si comporta come l’esatto contrario. È impacciato, ingenuo e apparentemente incapace di difendersi. Sotto quella fragilità si nascondono però coraggio, intelligenza e una testardaggine che emerge poco alla volta.
La trasformazione di Tom evita la scorciatoia più facile
La parte migliore del film è proprio la crescita del protagonista. Tom non diventa improvvisamente un pistolero infallibile dopo qualche lezione. Cade da cavallo, sbaglia mira, prende pugni e continua a sembrare fuori posto per buona parte della storia.
Bull e i suoi compagni cercano di insegnargli le regole del West, ma finiscono anche per imparare qualcosa da lui. Tom non rinuncia completamente alla propria identità. Non smette di amare i libri e non diventa una copia di suo padre. Impara a combattere perché ne ha bisogno, soprattutto dopo aver incontrato Candida Olsen, la ragazza di cui si innamora.
Il problema è che Candida è già corteggiata da Morton Clayton, un uomo arrogante, violento e molto più adatto di Tom all’immagine tradizionale del cowboy. Morton considera il giovane inglese un avversario ridicolo e non perde occasione per umiliarlo.
Tom potrebbe andarsene. Potrebbe tornare alla sicurezza della sua vecchia vita e lasciare Candida a un uomo che sembra imbattibile. Sceglie invece di restare e affrontare la situazione, pur sapendo di non essere ancora pronto.
La sua trasformazione funziona perché non cancella il personaggio visto all’inizio. Il gentiluomo e il pistolero finiscono per convivere. Tom impara a usare le armi, ma continua a preferire l’intelligenza alla brutalità. Diventa forte senza trasformarsi in Morton.
Un film nato dopo il successo travolgente di Trinità
La regia è firmata da E.B. Clucher, pseudonimo di Enzo Barboni, già direttore di Lo chiamavano Trinità… e …continuavano a chiamarlo Trinità. Il titolo italiano fu scelto anche per richiamare quei successi, nonostante il film racconti una storia autonoma e presenti personaggi differenti.
Il collegamento commerciale era inevitabile. Dopo l’enorme popolarità di Trinità, il nome di Terence Hill era legato a un nuovo tipo di western comico: meno cupo degli spaghetti western classici, pieno di scazzottate coreografate e guidato da protagonisti capaci di vincere senza perdere il sorriso.
…E poi lo chiamarono il Magnifico riprende alcuni elementi di quella formula, ma cambia atmosfera. La comicità è più romantica, il ritmo meno esplosivo e la storia concede maggiore spazio alla maturazione del protagonista. Le scazzottate non mancano, ma non rappresentano l’unica attrazione.
L’assenza di Bud Spencer si sente, soprattutto per chi associa automaticamente Terence Hill alla coppia più amata del cinema italiano. In quel periodo Spencer era impegnato con Si può fare… amigo, mentre il posto del gigante burbero viene occupato da Gregory Walcott nel ruolo di Bull. Nella versione italiana, Walcott fu doppiato da Glauco Onorato, storica voce italiana di Bud Spencer: una scelta che rende ancora più evidente il tentativo di conservare una familiarità sonora per il pubblico.
Bull, però, non è una semplice imitazione. Ha una propria personalità e con Monkey e Holy Joe forma un trio di tutori improbabili. I tre trattano Tom come un nipote da proteggere e allo stesso tempo come un progetto disperato da portare a termine.
La gag dei giorni della settimana racconta un mondo senza tempo
Tra le trovate più divertenti c’è l’incapacità dei tre amici di orientarsi nel calendario. Per Bull, Monkey e Holy Joe sembra essere sempre sabato. Tom prova a fissare appuntamenti e organizzare gli allenamenti, ma parlare di giorni e orari con loro diventa un’impresa.
La gag funziona perché non è inserita soltanto per ottenere una risata. I tre uomini vivono fuori dal tempo e rifiutano ogni forma di organizzazione moderna. Non hanno bisogno di sapere che giorno sia perché la loro esistenza è regolata dalle rapine, dalle fughe e dalla ricerca di un nuovo posto in cui nascondersi.
Tom rappresenta invece un mondo ordinato, istruito e destinato ad avanzare. Porta con sé abitudini europee, nuove idee e persino la bicicletta, oggetto che agli occhi dei cowboy appare quasi più assurdo di una macchina proveniente dal futuro.
Il film parla spesso del progresso senza appesantire il racconto. La ferrovia avanza, le città cambiano e gli spazi incontaminati si riducono. Bull e i suoi amici continuano a spostarsi verso ovest per sfuggire alla civiltà, ma la modernità li raggiunge ogni volta.
Il finale riassume questa idea con grande ironia. Arrivati davanti all’Oceano Pacifico, i tre pensano di aver finalmente trovato un luogo nel quale il progresso non potrà inseguirli. Il fischio di un treno distrugge immediatamente l’illusione. Non resta più nessun West verso il quale scappare.
Le riprese europee che sembrano americane
Come molti western italiani del periodo, anche …E poi lo chiamarono il Magnifico ricostruisce l’America lontano dagli Stati Uniti. Diverse scene furono girate nella Jugoslavia dell’epoca, in particolare nell’area dei laghi di Plitvice, oggi situata in Croazia.
Il paesaggio offre boschi, corsi d’acqua e grandi spazi verdi molto diversi dalle zone desertiche associate ad altri spaghetti western. Questa scelta aiuta il film a costruire un’identità più luminosa e quasi fiabesca.
Il West di Barboni non è dominato dalla polvere e dalla morte. È un luogo duro, ma colorato, attraversato da personaggi stravaganti e da una comicità che nasce spesso dall’ambiente. I paesaggi accompagnano la crescita di Tom e rendono credibile la distanza tra il suo mondo aristocratico e la natura nella quale viene catapultato.
Nei titoli iniziali e in alcune immagini di raccordo compare inoltre una ferrovia americana a scartamento ridotto legata alla linea Durango-Silverton. Si tratta di materiale che contribuisce a dare un aspetto autenticamente statunitense a una produzione realizzata in gran parte in Europa.
Riccardo Pizzuti e il cattivo che il pubblico ama vedere sconfitto
Nel ruolo di Morton Clayton troviamo Riccardo Pizzuti, uno dei volti più riconoscibili dei film con Bud Spencer e Terence Hill. Pizzuti ha spesso interpretato criminali, scagnozzi e provocatori destinati a ricevere una memorabile dose di schiaffi.
Morton è costruito per risultare immediatamente antipatico. È sicuro di sé, considera Candida una proprietà e non riesce a sopportare l’idea che un uomo come Tom possa competere con lui. Il personaggio serve anche a mostrare due idee opposte di mascolinità.
Morton usa la paura. Tom conquista la fiducia degli altri senza pretendere obbedienza. Morton ostenta forza perché non accetta di essere messo in discussione. Tom parte da una posizione debole, ma cresce imparando a controllare le proprie paure.
Il loro scontro non è quindi soltanto una sfida per conquistare Candida. Rappresenta il momento nel quale Tom dimostra di poter vivere nel West senza adottarne gli aspetti peggiori.
La musica dei fratelli De Angelis accompagna il cambiamento
La colonna sonora fu composta da Guido e Maurizio De Angelis, conosciuti anche come Oliver Onions. L’album comprende brani come Don’t Lose Control, Sfida in paese, Il giorno dei cavalli bianchi, Tema di Candida e I quattro amici.
Le musiche alternano energia, romanticismo e toni leggeri. Il tema di Candida accompagna la parte sentimentale senza trasformare il film in una commedia romantica tradizionale, mentre i brani più vivaci sostengono le cavalcate e gli allenamenti di Tom.
Don’t Lose Control riassume bene lo spirito della storia. Tom deve imparare a reagire, ma la sua vera vittoria consiste nel non perdere il controllo e nel non diventare simile agli uomini che affronta.
Un piccolo classico che merita maggiore attenzione
…E poi lo chiamarono il Magnifico viene spesso ricordato meno di Lo chiamavano Trinità…, …continuavano a chiamarlo Trinità, Altrimenti ci arrabbiamo! o Il mio nome è Nessuno. Il motivo è comprensibile: manca Bud Spencer, il tono è meno travolgente e il film non possiede una scena diventata popolare quanto la mangiata di fagioli di Trinità.
Ridurre il film a un titolo minore, però, sarebbe ingeneroso.
Terence Hill dimostra di poter sostenere una storia senza affidarsi alla dinamica di coppia con Spencer. Tom è uno dei suoi personaggi più delicati, perché dietro il sorriso e gli occhi azzurri c’è un ragazzo costretto a capire quale uomo voglia diventare.
Il film riesce inoltre a prendere in giro il western senza disprezzarlo. Le pistole, i duelli, i banditi e le cavalcate restano importanti, ma vengono osservati attraverso gli occhi di qualcuno che non li considera normali. Tom permette allo spettatore di vedere l’assurdità di certe regole e, nello stesso tempo, di lasciarsi conquistare dall’avventura.
Forse non è il film migliore della carriera di Terence Hill. Non ha la forza comica dei due Trinità e in alcuni momenti procede con una calma che oggi potrebbe sorprendere. Possiede però un fascino sincero, una bella atmosfera e un protagonista diverso dal solito.
Più che un western sottovalutato, potrebbe essere un piccolo classico rimasto all’ombra di successi troppo grandi. Rivederlo significa ritrovare un cinema capace di divertire senza inseguire continuamente la battuta, raccontando la crescita di un personaggio attraverso cadute da cavallo, libri di poesia, duelli e amicizie improbabili.
Secondo te …E poi lo chiamarono il Magnifico merita di essere riscoperto oppure preferisci Terence Hill accanto a Bud Spencer? Scrivilo nei commenti.


