Se hai visto I colori del male: Rosso, sai già cosa aspettarti dal secondo capitolo della saga tratta dai romanzi bestseller di Małgorzata Oliwia Sobczak. Se invece non lo hai visto, puoi guardare I colori del male: Nero quasi senza problemi, perché il film ti mette subito in condizione di capire chi è Leopold Bilski e perché si ritrova in un paesino sperduto della Polonia a indagare su qualcosa che nessuno vuole che venga a galla.
Bilski è un procuratore. È stato trasferito in provincia come punizione per quello che ha combinato nel film precedente, e qui, in questo posto dove tutti si conoscono e nessuno parla, scompare un bambino. Da lì parte tutto. Non è una storia nuova: il detective fuori posto che arriva in un luogo chiuso e diffidente, la comunità che protegge i propri segreti con la stessa naturalezza con cui respira, i silenzi che valgono più delle risposte. Il regista Adrian Panek lo sa benissimo, non si nasconde dietro false originalità, e punta invece su quello che funziona in questi contesti: l’atmosfera, il ritmo e un protagonista in cui è impossibile non riconoscersi.
Dove vivi conta quanto quello che fai
Uno degli aspetti più riusciti del film è il modo in cui il paesaggio diventa parte integrante della storia. Le foreste, le case silenziose, le strade deserte: tutto contribuisce a costruire una sensazione di isolamento che pesa sullo spettatore esattamente come pesa su Bilski. La fotografia non cerca di abbellire le scene, anzi lavora nella direzione opposta, trasformando ogni inquadratura in qualcosa di lievemente minaccioso, come se i luoghi custodissero memorie che preferirebbero tenere sepolte.
Non ci sono jump scare, non c’è violenza in primo piano. La paura in I colori del male: Nero è tutta psicologica, costruita attraverso quello che si intuisce più che attraverso quello che si vede. La mera implicazione della verità, come Panek dimostra di sapere bene, è spesso molto più inquietante di qualsiasi cosa mostrata in modo esplicito. È una scelta di regia che richiede fiducia nello spettatore, e che il film si guadagna dall’inizio alla fine.
Bilski è l’ancora del film
Jakub Gierszał porta in scena un Bilski più complesso rispetto al film precedente. Non è un eroe senza macchia: ha un codice morale rigido, una determinazione che lo spinge oltre i limiti del ragionevole, e un costo personale che la storia non nasconde. Man mano che l’indagine avanza e i segreti del paese vengono a galla uno dopo l’altro, lo vediamo cedere sotto il peso di quello che scopre, farsi più fragile, più umano. È quella vulnerabilità a renderlo un protagonista a cui tieni, non la sua competenza investigativa.
Accanto a lui il cast regge bene, con Marianna Zydek che si ritaglia spazio in una parte che avrebbe potuto facilmente rimanere decorativa e che invece contribuisce concretamente all’evoluzione della storia.
Il limite che non si nasconde
La trama ha un problema che il film stesso non riesce del tutto a superare: è prevedibile. Non in modo devastante, non al punto da rovinare la visione, ma chi ha una certa familiarità con il genere thriller ambientato in piccole comunità rurali riconoscerà presto dove la storia sta andando. Le rivelazioni arrivano in modo organico, costruite con cura, ma difficilmente lasceranno qualcuno con la bocca aperta. I colori del male: Nero è un film che funziona per come viene raccontato, non per quello che racconta.
È una distinzione che vale la pena fare prima di sedersi sul divano, perché chi si aspetta un finale a sorpresa potrebbe restare con l’impressione di aver già visto questa storia. Chi invece apprezza la tensione accumulata lentamente, il ritratto di un sistema marcio che si autoprotegge, e un protagonista scritto con onestà, troverà 110 minuti che scorrono abbastanza bene.
Con 110 minuti di durata e una struttura narrativa pulita, I colori del male: Nero è uno di quei film che Netflix sa fare bene: produzioni non anglofone di qualità, con una voce propria, capaci di parlare a un pubblico internazionale senza perdere la propria identità. La Polonia del thriller europeo ha qualcosa da dire, e questo film lo dimostra.
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La Recensione
I colori del male: Nero
I colori del male: Nero è un thriller solido, ben recitato e fotografato con una cura visiva che lo distingue dalla media del genere. Panek costruisce un'atmosfera opprimente senza ricorrere a scorciatoie, Gierszał tiene in piedi tutto con una prova matura e convincente. Il difetto principale è una trama che percorre binari già visti, senza riuscire a sorprendere davvero sul finale. Vale la visione, a patto di sapere cosa si cerca.
PRO
- L'atmosfera è costruita con grande mestiere: inquietante, opprimente, mai scontata
- Bilski è un protagonista complesso e credibile, non il solito detective infallibile
- La fotografia trasforma il paesaggio rurale in un elemento narrativo a tutti gli effetti
CONTRO
- La trama è prevedibile per chi conosce il genere: le rivelazioni finali difficilmente sorprenderanno
- Chi non ha visto I colori del male: Rosso potrebbe sentire la mancanza di contesto su Bilski


