Ci sono affermazioni che quando le senti ti fanno venire voglia di protestare, e poi ci pensi due secondi e realizzi che non hai argomenti abbastanza solidi per farlo. “Io sono il più bravo di tutti in senso assoluto, ma è meglio non dirlo” è una di queste. L’ha detto Edoardo Bennato al Corriere della Sera, il che significa che tecnicamente l’ha detto a tutti, rendendo immediatamente la seconda parte della frase il più clamoroso autogol della storia delle interviste musicali italiane. Però funziona lo stesso, perché Bennato ha quasi 80 anni e a 80 anni puoi permetterti di dire quello che pensi senza che nessuno venga a farti la morale. È uno dei pochi vantaggi dell’invecchiare, insieme alla possibilità di addormentarsi sul divano alle nove di sera senza doverti giustificare con nessuno.
Stabilito il primato personale con la nonchalance di chi ordina un caffè al bar, Bennato ha avuto la generosità di compilare una top dei colleghi più bravi, che è esattamente il motivo per cui si legge un’intervista musicale invece di fare cose più produttive. Zucchero e Jovanotti in cima, “sia a livello professionale, sia a livello di emozione che trasmettono.” Condivisibile, nessuno scandalo. Poi arriva Morgan, “pazzesco”, con l’aneddoto che le sessioni di lavoro insieme cominciavano verso le due o le tre di notte. Dettaglio che dice molto su Morgan e altrettanto su Bennato, che evidentemente a quell’ora è ancora pienamente operativo mentre la maggior parte di noi sta fissando il soffitto con pensieri che non ricorderà il mattino dopo.
Chiude Clementino, “grandioso, bravissimo”, con una postilla che vale quanto tutto il resto: “però anche lui è vulnerabile, come Morgan.” Una frase che contiene più umanità di molte interviste intere, infilata lì quasi di passaggio, come fanno le persone che hanno davvero qualcosa da dire.
Su Irama invece Bennato ha scelto la via della diplomazia creativa: “Non lo conosco, ma deve per forza essere bravo.” Sa che andrà a San Siro, quindi qualcosa di buono deve averlo. Ragionamento inattaccabile. Aristotele avrebbe approvato.
Maradona, i ristoranti romani e cinquantamila lire distribuite tra i tavoli
L’aneddoto che però rimane davvero, quello che capisci subito che racconterai ad altri, è quello su Diego Armando Maradona. Bennato ricorda un pomeriggio a San Siro durante le prove: dall’altra parte del prato spunta Maradona, che vuole conoscere Gianna Nannini perché “a lui piacevano le artiste.” Già così varrebbe l’intervista. Ma poi c’è l’episodio del ristorante a Roma, in cui Bennato a un certo punto si gira e non lo vede più al tavolo. Lo trova che sta girando tra i clienti a distribuire cinquantamila lire a tutti. Motivazione: “si sentiva sempre in debito con il Padreterno, in qualche modo doveva restituire quello che aveva avuto.”
Puoi trovare questa cosa commovente, o strana, o tutte e due insieme. Quello che non puoi fare è restare indifferente. Ed è forse esattamente questo che separa le leggende da tutti gli altri.
Il direttore della Ricordi che gli disse di laurearsi e togliersi dai piedi
La parte meno divertente e più utile dell’intervista è quella sulla gavetta, raccontata senza nostalgia costruita. Concorsi in cui veniva scartato, strada, pianobar, locali. “È lì che capisci chi sei davvero, il contatto con la gente è tutto.” Il direttore della Ricordi gli comunicò che la sua musica era sgraziata e sgradevole, invitandolo a laurearsi e sparire. Poi Bennato diventò una leggenda, il direttore lo richiamò entusiasta, e il resto è storia. Morale della favola: i giudizi di chi sta ai piani alti dell’industria discografica vanno presi con la stessa fiducia con cui si legge l’oroscopo di un quotidiano gratuito.
La riflessione che lascia però è questa: “Nella musica non esiste un parametro oggettivo. Non è come nello sport, dove c’è il cronometro. Decidono i condizionamenti dell’industria, delle radio, del mercato, della politica.” Frase che spiega perché certe canzoni straordinarie non le ha sentite nessuno e certi tormentoni estivi ci inseguono per anni nei supermercati. Non è una consolazione, ma almeno è una spiegazione con cui convivere.
Adesso torna in tour con sei concerti evento intitolati “Quando sarò grande”, da Venezia a Milano. Titolo che a 80 anni ha una sua ironia perfetta, il tipo di ironia che si costruisce solo dopo decenni di lavoro e qualche direttore discografico che ti ha detto di cambiare mestiere.
Che sia il più bravo di tutti in senso assoluto è una di quelle domande a cui non troverai mai risposta definitiva, come “qual è il miglior caffè di Napoli” o “esiste davvero la pizza perfetta”. Dipende da quando hai iniziato ad ascoltare musica italiana, da quante volte hai sentito una sua canzone in un bar senza cercarla e hai canticchiato lo stesso. Variabili impossibili da controllare.
Però bravo, quello sì. Anche se forse non il migliore di tutti. Forse.
Tu saresti d’accordo con la sua classifica, o avresti messo qualcun altro al posto di Zucchero e Jovanotti?
