Elena Sofia Ricci si è arrabbiata all’Italian Global Series e, stavolta, è difficile darle torto. L’attrice ha puntato il dito contro Rai e Mediaset per gli orari sempre più assurdi della prima serata, con le fiction che partono tardi, finiscono tardissimo e poi vengono giudicate solo sulla base degli ascolti. Una contraddizione enorme: le reti pretendono risultati forti, ma trattano i loro prodotti come se fossero un riempitivo da spostare dopo giochi, blocchi pubblicitari, access prime time infiniti e strategie di concorrenza.
La frase che ha fatto rumore è netta: “Lavoriamo come assassini”. Ricci l’ha detta parlando della fatica che c’è dietro una serie, non solo degli attori, ma anche di registi, truccatori, parrucchieri, troupe e tecnici. La protesta è arrivata a margine della presentazione dei nuovi episodi de I casi di Teresa Battaglia, serie Rai in cui l’attrice è protagonista. Movieplayer ha riportato il suo sfogo contro la gestione delle fiction in prima serata e contro quella guerra degli ascolti che, alla fine, ricade su chi lavora e su chi guarda.
E il punto è proprio questo: la televisione generalista italiana ha trasformato la prima serata in una prova di resistenza. Una volta il prime time iniziava in un orario umano. Adesso una fiction può partire quando molte persone stanno già pensando di andare a dormire. Chi lavora il giorno dopo, chi ha figli, chi si alza presto, chi semplicemente non vuole restare incollato allo schermo fino a mezzanotte, viene messo fuori gioco. Poi però il giorno dopo partono le analisi sugli ascolti, i confronti, le percentuali, i titoli sul calo. Troppo facile.
Ricci ha ragione anche su un altro aspetto: non si può parlare di rispetto per la serialità italiana e poi trattarla così. Le fiction vengono presentate come grandi eventi, lanciate con interviste, trailer, conferenze, comunicati pieni di entusiasmo. Poi arrivano in palinsesto a orari sfiancanti, schiacciate da logiche che sembrano pensate più per disturbare il concorrente che per valorizzare il prodotto. Rai e Mediaset si fanno la guerra, ma a pagarla sono gli spettatori e chi quelle serie le ha realizzate.
La cosa più irritante è che spesso parliamo di prodotti pensati per un pubblico largo, familiare, popolare nel senso migliore del termine. Non parliamo di serie di nicchia da vedere alle due del mattino con il telecomando in mano e la palpebra che cede. Parliamo di fiction che dovrebbero essere accessibili. E invece finiscono dentro una programmazione che sembra dire: se vuoi seguirci, arrangiati.
Elena Sofia Ricci non è una che parla da fuori. Ha una carriera lunghissima tra cinema, teatro e televisione, ha lavorato in titoli amatissimi dal pubblico e ha vinto premi importanti, compresi David di Donatello, Nastri d’argento e riconoscimenti legati anche alla televisione. È stata protagonista di serie popolari come Che Dio ci aiuti e I Cesaroni, due esempi perfetti di quanto la fiction italiana possa entrare nelle case senza bisogno di vergognarsi della propria vocazione popolare.
Per questo il suo sfogo pesa di più. Non sembra la lamentela di chi vuole attenzione. Sembra la frustrazione di chi conosce bene il mestiere e vede un sistema che si fa male da solo. Perché puoi anche girare una bella serie, puoi avere un cast forte, una storia riconoscibile, una produzione curata. Ma se la mandi in onda troppo tardi, stai già partendo con un handicap enorme.
La risposta classica sarà: “Le piattaforme hanno cambiato le abitudini”. Certo, vero. Ma usare Netflix, Prime Video o Disney+ come alibi per giustificare ogni scelta sbagliata della tv generalista è comodo. Le piattaforme hanno un vantaggio semplice: lo spettatore decide quando guardare. La tv tradizionale, se vuole ancora avere senso, dovrebbe fare l’opposto della punizione. Dovrebbe rendere l’appuntamento più facile, non più faticoso.
Invece la serata televisiva si allunga, si gonfia, perde misura. L’access prime time diventa un muro. La fiction arriva dopo, spesso troppo dopo. Il pubblico più fedele resiste, magari registra, magari recupera su RaiPlay o Mediaset Infinity. Ma a quel punto la domanda nasce spontanea: perché chiedere alla fiction di fare ascolti da evento se la tratti come un programma da incastrare in fondo alla serata?
Ricci ha usato parole dure, ma non fuori bersaglio. Ha parlato di prodotti “maltrattati” e di una mancanza di rispetto verso centinaia di lavoratori. È una frase pesante, però descrive bene il paradosso. La serialità televisiva italiana viene celebrata quando serve riempire i cataloghi, presentare stagioni, mostrare forza produttiva. Poi, davanti al palinsesto, torna ostaggio della solita battaglia Rai-Mediaset.
Alla fine, il suo sfogo dovrebbe essere preso sul serio. Non perché ogni fiction italiana sia automaticamente buona. Alcune funzionano, altre meno. Alcune meritano successo, altre passano senza lasciare granché. Ma il lavoro va messo nelle condizioni di essere visto. Se una serie parte tardi, finisce a notte inoltrata e poi viene giudicata come se avesse avuto una corsia preferenziale, il gioco è truccato in partenza.
Elena Sofia Ricci ha detto quello che molti spettatori pensano da anni: la prima serata italiana è diventata troppo tardi, troppo lunga e troppo poco rispettosa di chi guarda. Rai e Mediaset possono continuare a rincorrersi a colpi di minuti, ma poi non stupiamoci se una parte del pubblico sceglie altro.
Tu sei d’accordo con Elena Sofia Ricci? Scrivi nei commenti se anche per te le fiction iniziano troppo tardi.


