Il Canada parteciperà all’Eurovision Song Contest 2027 e la domanda nasce spontanea: che cosa c’entra il Canada con Eurovision? Non stiamo parlando di una voce isolata o di una fantasia da social. La notizia è ufficiale: CBC/Radio-Canada manderà un brano in gara alla prossima edizione, che si terrà in Bulgaria dopo la vittoria di Dara nel 2026. Per la prima volta, quindi, un Paese del Nord America entrerà nella competizione musicale più famosa d’Europa.
La spiegazione tecnica esiste. Il Canada potrà partecipare perché CBC/Radio-Canada è diventata membro pieno dell’European Broadcasting Union, l’organizzazione che gestisce Eurovision. E il regolamento, da sempre, non dice che possano partecipare solo Paesi geograficamente europei. Conta l’appartenenza all’area EBU e alla sua rete di broadcaster. Per questo nel concorso abbiamo già visto Paesi come Israele, per questo l’Australia gareggia dal 2015, e per questo ora arriva anche il Canada.
Però una cosa è la regola, un’altra è la percezione del pubblico. Eurovision si chiama così per un motivo. È nato come grande appuntamento europeo, con tutte le sue stranezze, le sue lingue, i suoi blocchi di voto, le sue rivalità assurde, i suoi costumi esagerati, le ballate drammatiche, le canzoni pop costruite per restare in testa e quella sensazione da festa continentale un po’ kitsch, un po’ politica, un po’ meravigliosamente fuori controllo.
Inserire il Canada cambia ancora di più la natura del concorso. Non è più soltanto “l’Europa che canta”. Diventa una vetrina globale con il marchio Eurovision. Può piacere, certo. Può anche avere senso dal punto di vista televisivo: più mercati, più pubblico, più sponsor, più visibilità. Però allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente. Se Eurovision diventa un evento mondiale mascherato da concorso europeo, qualcosa dell’identità originale rischia di annacquarsi.
L’EBU presenta la scelta come un allargamento naturale. Martin Green, direttore dell’Eurovision Song Contest, ha parlato di un concorso “nato in Europa” ma ormai capace di accogliere il mondo. CBC/Radio-Canada, invece, sottolinea la possibilità di portare il talento canadese su uno dei palchi musicali più noti al mondo e di permettere ai fan canadesi di sostenere finalmente il proprio Paese, dopo anni da spettatori e votanti nel circuito internazionale.
Dal loro punto di vista, il ragionamento fila. Il Canada ha una scena musicale enorme. Ha artisti pop, cantautori, performer francofoni, anglofoni, indie, elettronici, urban. Potrebbe presentare una proposta molto forte e forse anche diversa da quelle a cui siamo abituati. In più, il legame con Eurovision non nasce oggi. Céline Dion, canadese, vinse il concorso nel 1988 rappresentando la Svizzera con Ne partez pas sans moi. Altri artisti canadesi, come Natasha St-Pier e La Zarra, hanno rappresentato la Francia in anni diversi.
Quindi no, il Canada non arriva da Marte. Il rapporto culturale con Eurovision esiste, soprattutto attraverso la musica francofona e il pubblico che segue la manifestazione da anni. Ma partecipare come artista scelto da un altro Paese è una cosa. Entrare ufficialmente in gara come Canada è un’altra. Perché a quel punto non stai più portando un cantante canadese dentro una squadra europea. Stai portando uno Stato nordamericano dentro una competizione che, almeno nell’immaginario, resta europea.
E infatti il caso divide. Da una parte c’è chi la vede come una bella novità. Eurovision è già cambiato mille volte, ha inglobato Paesi fuori dai confini stretti dell’Europa geografica, ha sperimentato il voto “Rest of the World” e sta perfino preparando una versione asiatica, con finale prevista a Bangkok. In questa logica, il Canada è solo il prossimo passo: un Paese con forte tradizione musicale, broadcaster pubblico solido e pubblico interessato.
Dall’altra parte, però, c’è un’obiezione molto semplice: se può entrare il Canada, chi sarà il prossimo? Gli Stati Uniti? Il Brasile? La Corea del Sud? Il Sudafrica? A quel punto Eurovision che cosa diventa? Una specie di Mondiale della canzone con nome europeo? E se diventa quello, perché non cambiare proprio format, titolo e identità?
Il problema non è il Canada in sé. Nessuno può negare che abbia un’industria musicale importante. Il problema è la direzione. Eurovision negli ultimi anni sembra sempre più sospeso tra due anime: da una parte il concorso europeo con storia, tradizione e pubblico affezionato; dall’altra un grande prodotto globale che vuole espandersi, monetizzare e diventare sempre più internazionale. Il rischio è che, inseguendo il pubblico mondiale, perda proprio quella stranezza europea che lo ha reso riconoscibile.
C’è poi un contesto politico non proprio leggero. La notizia dell’arrivo del Canada arriva mentre Eurovision è ancora attraversato dalle polemiche sulla partecipazione di Israele. Diverse emittenti europee hanno contestato la presenza israeliana, e negli ultimi mesi il tema ha creato tensioni enormi dentro e fuori la manifestazione. Anche il vincitore 2024 Nemo ha restituito il trofeo in segno di protesta contro la partecipazione di Israele.
Dentro questo clima, l’ingresso del Canada può sembrare anche una mossa di immagine. Un annuncio positivo, sorridente, espansivo, utile a spostare la conversazione su una novità più pop e meno tossica. Non è detto che sia stato pensato solo per questo, ma l’effetto c’è. Mentre alcuni Paesi minacciano o valutano l’uscita, Eurovision ne accoglie uno nuovo. E non uno qualsiasi: un Paese grande, ricco, musicalmente riconoscibile, con una forte presenza internazionale.
Resta da capire come il Canada sceglierà il suo rappresentante. CBC/Radio-Canada ha fatto sapere che i dettagli arriveranno più avanti. Potrebbe nascere una selezione nazionale, oppure una scelta interna. La curiosità sarà enorme, anche perché il Canada ha due anime linguistiche fortissime, inglese e francese, e potrebbe giocarsi una carta molto interessante proprio su questo terreno. Un brano francofono? Un pezzo pop internazionale in inglese? Una proposta bilingue? Una scelta più identitaria, magari legata alle comunità indigene? Le possibilità sono tante.
La sede del debutto sarà la Bulgaria, dopo la vittoria di Dara con “Bangaranga” nel 2026. Eurovision 2027 si terrà quindi a Sofia e sarà la prima edizione con il Canada in gara. La formula prevede il passaggio dalle semifinali, come accade per la maggior parte dei Paesi partecipanti. Nessun accesso diretto alla finale, almeno da quanto annunciato finora.
E allora torniamo alla domanda iniziale: è una bella apertura o una pagliacciata? Dipende da cosa vogliamo che Eurovision sia. Se lo consideriamo un marchio musicale globale, il Canada ci sta. Ha pubblico, artisti, broadcaster e interesse. Se invece lo vediamo ancora come una gara europea, con qualche eccezione storica già difficile da spiegare, allora l’arrivo del Canada sembra l’ennesimo passo verso un concorso sempre meno coerente con il suo nome.
Personalmente, la parte più discutibile non è vedere un canadese cantare sul palco. Quello è già successo, e anche con risultati storici. La parte strana è accettare che un Paese nordamericano gareggi come nazione dentro Eurovision, mentre il concorso continua a vendersi come grande rito musicale europeo. A forza di allargare, si rischia di trasformare un’identità precisa in un contenitore senza confini.
Magari il Canada porterà una canzone splendida e farà ricredere molti scettici. Magari diventerà un concorrente amatissimo, come in parte è successo con l’Australia. Però la domanda resta legittima: Eurovision deve restare europeo o diventare apertamente mondiale? Perché le due cose, prima o poi, potrebbero non stare più insieme.
Secondo voi l’arrivo del Canada a Eurovision è una bella novità o una pagliacciata che snatura il concorso? Scrivetelo nei commenti e diteci se siete d’accordo con questa apertura.


