Alla fine ha vinto Fabrizio Moro con Il mio canto libero di Lucio Battisti. È questo il verdetto della finale di Canzonissima 2026, andata in onda ieri sera, sabato 25 aprile, su Rai 1 con Milly Carlucci. E interessa per un motivo molto semplice: non ha vinto soltanto un artista, ha vinto soprattutto una canzone enorme, trasversale, di quelle che in una serata così hanno un vantaggio quasi naturale. Non sempre la scelta più prevedibile è quella sbagliata. Stavolta, anzi, sembrava quasi la più coerente con il programma e con il pubblico che lo segue.
La finale ha avuto una struttura abbastanza chiara. Prima la serata ha incoronato la sua “canzonissima di puntata”, e lì a imporsi è stata Margherita di Riccardo Cocciante. Poi, nella manche conclusiva, sono tornati in gara i sei brani vincitori delle puntate precedenti. È lì che si è deciso il titolo finale, con Il mio canto libero che è rimasto davanti fino alla proclamazione conclusiva. In pratica, la puntata ha raccontato due vittorie diverse: quella immediata di Cocciante nella serata e quella complessiva di Moro nell’atto finale del programma.
I sei brani finalisti, secondo le ricostruzioni pubblicate dopo la puntata, erano questi: Il mio canto libero cantata da Fabrizio Moro, La leva calcistica della classe ’68 proposta da Arisa, Caruso interpretata da Vittorio Grigolo, La notte ancora con Arisa, Un senso cantata da Leo Gassmann e Margherita di Riccardo Cocciante. È una rosa che dice già parecchio sulla direzione del programma: canzoni forti, molto riconoscibili, con un peso emotivo enorme e una presa immediata su pubblici anche molto diversi tra loro.
La classifica completa finale non è stata pubblicata in modo dettagliato da tutte le fonti che ho trovato, quindi qui conviene restare puliti e non inventare posizioni precise che non risultano confermate ovunque. Quello che emerge con sufficiente chiarezza è che Fabrizio Moro ha chiuso davanti a tutti, mentre varie ricostruzioni collocano Arisa e Riccardo Cocciante subito dietro, senza però offrire ovunque lo stesso ordine numerico completo dal secondo al sesto posto. Per questo, più che spacciare una classifica totale come certa, è corretto dire che Moro ha vinto e che alle sue spalle si sono mossi soprattutto Arisa e Cocciante.
Ed è qui che la serata diventa interessante da raccontare. Perché la vittoria di Moro non sembra il classico colpo di scena televisivo costruito all’ultimo secondo. Sembra piuttosto il punto di arrivo di una logica abbastanza evidente. Il mio canto libero è uno di quei brani che, appena partono le prime note, hanno già mezzo lavoro fatto. Non perché basti cantarla per vincere, sarebbe una semplificazione pigra, ma perché dentro quella canzone c’è già un patrimonio emotivo enorme. È conosciuta da più generazioni, è legata a un’idea di canzone italiana alta ma popolare, e in un programma come Canzonissima diventa quasi la definizione perfetta del “brano che unisce”.
Poi c’è Fabrizio Moro, che in tv ha sempre una caratteristica precisa: non è uno che appare finto quando canta. Può piacere più o meno, ma arriva quasi sempre come uno che entra nel pezzo senza troppi ornamenti. E questo, con Battisti, aiutava parecchio. Non serviva strafare, non serviva cercare la performance bizzarra o il colpo tecnico. Bastava tenere la canzone in piedi con rispetto, energia e una certa sobrietà. Da quello che si capisce anche dai commenti usciti a caldo, la sua interpretazione ha funzionato proprio per questo: era riconoscibile, intensa, ma senza voler per forza dimostrare qualcosa a tutti i costi.
Certo, c’è anche un altro discorso da fare. In una finale così, il peso del brano conta quasi quanto, se non più, della lettura individuale. E forse è inutile fare finta del contrario. Il mio canto libero partiva con almeno tre vantaggi evidenti: la riconoscibilità immediata, il valore storico e la capacità di parlare sia a chi ama la grande canzone d’autore sia a chi semplicemente vuole sentire un classico che conosce da sempre. In un contesto Rai, in prima serata, con quel tipo di pubblico, era difficile immaginare che una canzone così non arrivasse fino in fondo.
Questo non toglie valore agli altri finalisti, anzi. Margherita era forse il pezzo più scopertamente sentimentale e più da “abbraccio collettivo”, mentre La leva calcistica della classe ’68 aveva il fascino del racconto generazionale. Caruso si portava dietro una solennità quasi inevitabile, Un senso parlava a un pubblico più legato alla linea rock-pop italiana, e La notte rappresentava una presenza molto forte anche perché Arisa è stata una delle artiste più centrali di questa edizione. Però, messi tutti uno accanto all’altro, il brano di Battisti sembrava avere quella marcia in più che in televisione spesso conta parecchio: non divide, non spiazza, non chiede spiegazioni. Entra e basta.
La finale di ieri, tra l’altro, ha chiuso un’edizione che la Rai ha già confermato anche per il 2027, segno che il ritorno di Canzonissima non è stato trattato come una semplice operazione nostalgia da una stagione e via. E qui Moro finisce quasi per diventare il vincitore perfetto per il racconto complessivo dello show: un artista noto, credibile, popolare ma non troppo scontato, legato a un brano monumentale della musica italiana. Una vittoria che parla al pubblico storico della Rai e allo stesso tempo non suona polverosa.
Insomma, sì: ha vinto Moro, ma soprattutto ha vinto la scelta di affidarsi a una canzone che in un programma come questo sembrava nata per arrivare in fondo. Non sempre la tv premia il pezzo migliore in senso assoluto, perché quello è un discorso soggettivo. Molto spesso premia il pezzo giusto al momento giusto. E Il mio canto libero, ieri sera, era esattamente quello.
Tu sei d’accordo con la vittoria di Fabrizio Moro o avresti premiato un altro brano in finale? Scrivilo nei commenti e dì la tua.


