Federico Quaranta è stato aggredito a Milano da tre ragazzi giovanissimi mentre tornava a casa. Ha raccontato di aver reagito, di aver rischiato grosso e di essersela cavata. Gli volevano portare via uno zaino, una valigia e un vecchio Omega appartenuto a suo padre. Non un oggetto qualsiasi, almeno per lui. Un ricordo. Una cosa privata, familiare, finita dentro una scena di violenza urbana che ormai troppi milanesi riconoscono come possibile.
Sull’identità degli aggressori non ci sono conferme ufficiali. Questo va detto per correttezza. Ma il caso esplode dentro una città e dentro un Paese dove il problema dei reati predatori commessi da stranieri non può più essere trattato come un argomento da evitare. I numeri sono pesanti, netti, difficili da aggirare.
Nel 2024, in Italia, sono stati segnalati 2,38 milioni di reati, in aumento dell’1,7% sull’anno precedente. Milano, Firenze e Roma concentrano da sole il 23,5% degli illeciti. Milano resta in cima alla classifica nazionale dell’indice di criminalità del Sole 24 Ore, con valori altissimi proprio sui reati che rovinano la vita quotidiana: furti, rapine, scippi, aggressioni di strada. La Città Metropolitana di Milano è prima per furti, con 3.711,7 denunce ogni 100 mila abitanti, e prima per rapine, con 137,6 denunce ogni 100 mila abitanti.
Il dato sugli stranieri è ancora più duro. Secondo l’elaborazione del Sole 24 Ore sui dati del Ministero dell’Interno, nel 2024 gli stranieri denunciati o arrestati sono stati 287.396, in aumento dell’8,1% rispetto al 2019. Nel complesso sono oltre un terzo dei segnalati, ma per alcuni reati predatori l’incidenza supera il 60%: furti con destrezza, furti con strappo e rapine in pubblica via.
Le percentuali diffuse nel dibattito nazionale sono ancora più esplicite: stranieri al 52,3% nelle rapine, al 60,1% nelle rapine in pubblica via, al 61% nei furti con strappo e al 69% nei furti con destrezza. Sono proprio i reati che fanno cambiare strada, che ti fanno togliere l’orologio prima di uscire, che ti fanno stringere lo zaino in metropolitana, che trasformano una serata normale in una situazione di allarme.
Questo non è un dettaglio statistico. È il problema. Se una componente della popolazione pesa molto meno sul totale degli abitanti ma arriva a incidere così tanto in certi reati di strada, la politica deve intervenire senza paura. Non con frasi vaghe. Non con comunicati sulla “percezione”. Non con la solita spiegazione generica sul disagio sociale. Il disagio può spiegare un contesto, ma non giustifica chi rapina, scippa o aggredisce.
Milano lo sa bene. La città continua a vendersi come capitale europea, vetrina del lusso, moda, finanza, turismo, eventi. Poi però sempre più cittadini raccontano un’altra Milano: quella dove si teme il furto dell’orologio, dove in certe zone si abbassa lo sguardo, dove la sera si evita di passare da alcune strade, dove il telefono si tiene in tasca e non in mano. Una città ricca non può accettare che la libertà quotidiana venga erosa così.
La risposta deve essere severa. Chi è straniero e commette reati gravi deve perdere il diritto di restare in Italia. Punto. Se una persona viene qui, rispetta le regole, lavora e vive onestamente, va tutelata. Se invece partecipa a rapine, furti con strappo, aggressioni o spaccio, non può continuare a restare nel Paese come se nulla fosse. L’espulsione deve diventare conseguenza concreta, non una parola da talk show.
Il nodo degli irregolari è ancora più grave. Una persona senza titolo per restare, senza lavoro, senza domicilio stabile e magari già nota alle forze dell’ordine non può accumulare denunce e tornare ogni volta in strada. Questo è un fallimento dello Stato. I rimpatri devono funzionare. Gli accordi con i Paesi di origine devono essere pretesi. Chi non ha diritto a restare e delinque deve essere accompagnato fuori dall’Italia.
Serve anche un controllo serio sugli ingressi. Il blocco degli arrivi irregolari non è uno slogan disumano, è una misura di ordine pubblico. Un Paese che non sa chi entra, chi resta e dove finisce crea inevitabilmente zone grigie. In quelle zone grigie prosperano sfruttamento, marginalità e criminalità. E a pagare non sono i salotti televisivi. Pagano i pendolari, i commercianti, le donne che tornano a casa la sera, gli anziani, i ragazzi, chi vive nei quartieri più esposti.
Milano deve chiedere più pattuglie, più presidio, più controlli mirati nelle aree calde, più interventi contro le bande specializzate in furti e rapine. Ma senza giustizia rapida, la presenza in strada serve a metà. Se chi viene fermato rientra subito nel circuito, il messaggio che passa è devastante: puoi provarci ancora.
Il caso di Federico Quaranta fa rumore perché riguarda un volto noto. Ma ogni giorno ci sono vittime senza nome, senza post virali, senza articolo sui giornali. Persone che subiscono un furto, una minaccia, uno strappo, una rapina. E poi devono anche sentirsi dire che la sicurezza è una percezione. No. Se Milano è prima per furti e rapine nella classifica nazionale, non è percezione. È realtà misurata.
La politica dovrebbe smetterla di avere paura delle parole. Criminalità straniera, reati predatori, irregolari, espulsioni, rimpatri, controllo degli ingressi. Sono temi concreti. Riguardano la vita quotidiana. Non affrontarli per timore di sembrare duri significa lasciare il terreno a chi delinque e togliere fiducia a chi rispetta le regole.
Una città civile protegge chi lavora e chi vive onestamente. Punisce chi aggredisce. Espelle chi non ha diritto a restare e commette reati. Difende gli stranieri perbene proprio isolando chi infanga la loro presenza con furti, rapine e violenza. Questa distinzione è fondamentale, ma non può diventare una scusa per non agire.
E voi cosa pensate? Milano può ancora permettersi di minimizzare o servono pene più dure, espulsioni vere e blocco degli ingressi irregolari per fermare la criminalità di strada? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


