Finn Wolfhard ha passato quasi dieci anni dentro Stranger Things. Era un ragazzino di 12 anni quando ha fatto il provino per Mike Wheeler, è diventato famoso a 13 e adesso, a 23 anni, si ritrova a fare i conti con una domanda enorme: cosa resta di te quando finisce la serie che ti ha cresciuto davanti al mondo?
L’attore ne ha parlato in una lunga intervista al Guardian, raccontando senza pose da star quanto sia stato strano diventare famoso così presto e quanto sia stato difficile salutare Hawkins. La frase che colpisce di più arriva proprio parlando della fine di Stranger Things: per lui e per il cast è stato “abbastanza deprimente” vedere chiudersi una parte così lunga della loro vita.
E in effetti è facile capire perché. Stranger Things non è stata soltanto una serie di successo. Per Wolfhard è stata una specie di scuola parallela. Ogni anno sapeva che sarebbe tornato ad Atlanta, avrebbe rivisto gli stessi colleghi, la stessa troupe, gli stessi amici. Durante l’ultima stagione ha perfino condiviso casa con Gaten Matarazzo, il Dustin della serie. Il cast viveva nello stesso quartiere, si vedeva spesso, passava tempo insieme anche fuori dal set. Poi, a un certo punto, è arrivata la consapevolezza: non sarebbero tornati l’anno dopo.
Wolfhard racconta che all’inizio c’era quasi una forma di negazione collettiva. Come se tutti pensassero: “Ci rivediamo alla prossima stagione”. Solo a metà delle riprese finali l’idea ha iniziato a diventare concreta. Quella era l’ultima volta. L’ultimo anno. L’ultimo giro con una storia che, nel bene e nel male, aveva segnato la loro adolescenza.
Il rapporto tra Wolfhard e la fama è iniziato in modo brusco. Dopo la prima stagione, nel 2016, è tornato nella sua scuola a Vancouver e ha capito che le cose erano cambiate. I compagni lo guardavano in modo diverso, persone che prima non gli parlavano volevano stargli vicino, perfino gli insegnanti non sapevano bene come comportarsi. Lui ricorda una ragazza più grande che voleva una foto con lui a scuola e che lo aveva praticamente tirato dentro un abbraccio per lo scatto. In quel momento, ha pensato di non avere più controllo sulla situazione.
Questo è uno degli aspetti più delicati della sua storia. I ragazzi di Stranger Things sono cresciuti mentre milioni di persone li guardavano. Il pubblico ha visto cambiare i loro volti, le loro voci, i loro corpi. Ha commentato ogni passaggio, ogni foto, ogni amicizia, ogni possibile relazione. Per un adolescente normale sarebbe già complicato crescere. Per loro è successo con internet acceso, sempre.
Wolfhard cerca di non drammatizzare, ma non finge che sia stato semplice. Dice di non essersi mai lasciato travolgere troppo da quello che veniva scritto online, però ammette che leggere commenti su sé stessi durante la crescita probabilmente non fa bene. E basta pensare a cosa è successo ad alcuni suoi colleghi per capire il peso di quella esposizione. Millie Bobby Brown ha dovuto rispondere pubblicamente a commenti sul suo aspetto. Noah Schnapp è finito al centro di polemiche politiche. Sadie Sink è stata tirata dentro gossip senza basi solo perché vista insieme a Wolfhard a teatro.
Lui la prende con una certa calma. Spiega che spesso le persone vogliono costruire storie dove non ci sono. Cercano il lato romantico, il retroscena, il segreto. Invece, dice, la realtà è quasi sempre molto più noiosa. Una frase semplice, ma molto vera nel mondo dei fan e dei social, dove ogni uscita diventa una teoria.
Ora Wolfhard sta cercando una nuova direzione. Non vuole rinnegare Stranger Things. Anzi, sembra riconoscere quanto quella serie gli abbia dato. Però ha bisogno di capire chi è fuori da Mike Wheeler. Ha già lavorato in film come It, i nuovi Ghostbusters, The Goldfinch e When You Finish Saving the World. Vuole scegliere ruoli meno prevedibili, prendersi il tempo giusto e non correre subito verso “la prossima grande cosa”.
La vera libertà, però, sembra arrivargli dalla musica. Wolfhard suona da quando era bambino. La madre gli comprò la prima chitarra quando aveva quattro anni, e da allora la musica è rimasta una parte fondamentale della sua vita. Dopo le esperienze con le band Calpurnia e The Aubreys, ora sta per pubblicare il suo secondo album solista, Fire From the Hip, in uscita il 10 luglio.
Per lui la musica è quasi l’opposto del set. Da bambino attore doveva stare sul segno, ascoltare i registi, essere preciso, non sbagliare. Con le canzoni può invece controllare il proprio spazio, scegliere tempi, suoni, immagini, errori. Il suo stile guarda al rock melodico, all’indie anni Novanta, a una dimensione più analogica, con chitarre, registrazioni meno levigate e un gusto volutamente lontano dalla perfezione digitale.
Non sembra interessato a diventare una rockstar gigantesca. Dice che il suo obiettivo sarebbe vedere qualcuno scoprire le sue canzoni per caso, magari in una playlist o a un festival, senza collegarle subito al ragazzo di Stranger Things. Un desiderio comprensibile: essere riconosciuto per quello che crea adesso, non soltanto per il personaggio che lo ha reso famoso.
La cosa più bella, forse, è che Wolfhard sembra voler rallentare. Dopo anni di set, tour, film, promozione e fan, racconta di amare la possibilità di stare a casa senza programmi. Dice che il suo hobby preferito è annoiarsi. Detta da uno che ha passato metà vita sotto gli occhi del pubblico, sembra quasi una dichiarazione di indipendenza.
La fine di Stranger Things lo ha lasciato spaesato, ma anche libero. Hawkins è stata la sua infanzia pubblica. Ora Finn Wolfhard sta provando a vivere la parte successiva senza dover per forza correre, dimostrare, spiegare o farsi ingabbiare dalla nostalgia.
E voi lo seguirete anche nella sua carriera musicale dopo Stranger Things? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


