Franco Nero arriva sul set di Django Unchained e Quentin Tarantino ferma praticamente tutti. Chiama i giovani attori, compreso Leonardo DiCaprio, e gli presenta quell’uomo dagli occhi azzurri come si presenterebbe una leggenda: «Non sapete chi è lui? Era la più grande star al mondo, assieme a Charlie Bronson». Lo ha raccontato lo stesso Nero in una recente intervista a Rolling Stone Italia, tornando su uno degli incontri più belli della sua lunghissima carriera.
La scena dice parecchio anche su Tarantino. Perché il regista americano ha sempre avuto una qualità rara a Hollywood: riconoscere il valore del cinema italiano e ricordarlo anche a chi magari non sa più da dove arrivano certe immagini, certe musiche e perfino certi personaggi che oggi considera “americani”.
Franco Nero, del resto, non è capitato in Django Unchained per caso.
Prima di Jamie Foxx c’era Franco Nero
Nel 1966 Sergio Corbucci gira Django e affida il protagonista a un Franco Nero che ha appena 24 anni. Quel pistolero sporco di fango, vestito di nero e trascinato dietro una bara diventa rapidamente una delle immagini più riconoscibili dello spaghetti western.
Il successo è talmente grande che il nome Django finisce per inseguire Nero per decenni. In diversi Paesi viene addirittura inserito nei titoli di film che con il personaggio non hanno nulla a che vedere. Nero stesso ha raccontato di aver accettato questa identificazione, pur ricordando di aver interpretato centinaia di ruoli diversi nella sua carriera.
Tarantino, invece, quel film lo conosceva benissimo.
Da ragazzo lavorava in un videoclub e divorava cinema di ogni tipo. Nero ha raccontato che il futuro regista cercava le sue pellicole anche quando non erano facilmente reperibili negli Stati Uniti, costruendosi negli anni una conoscenza quasi enciclopedica della sua filmografia.
Perciò il titolo Django Unchained non è una strizzata d’occhio messa lì per fare bella figura.
È un omaggio dichiarato.
Il cameo di Franco Nero è una piccola lezione di storia del cinema
Nel film del 2012 Nero appare accanto a Jamie Foxx in una breve scena al bar.
Il Django di Foxx gli spiega come si pronuncia il proprio nome: la “D” è muta.
Nero risponde semplicemente: «Lo so».
Per uno spettatore che non conosce il film di Corbucci è una battuta qualsiasi. Per chi sa chi è Franco Nero, invece, dura pochi secondi ma vale quasi come un passaggio di testimone.
Tarantino non si limita a citare Django. Rimette davanti al pubblico l’uomo che aveva reso quel nome famoso quasi cinquant’anni prima.
Ed è uno dei motivi per cui il regista è stato così importante nel riportare attenzione su una parte del nostro cinema che in Italia, paradossalmente, per anni è stata spesso trattata come produzione di serie B.
Tarantino ama il cinema italiano senza complessi
Basta guardare Django Unchained con un minimo di attenzione.
Il tema principale arriva direttamente dal Django di Corbucci ed è quello composto da Luis Bacalov. Nella colonna sonora troviamo Ennio Morricone, Riz Ortolani e persino il brano di Lo chiamavano Trinità utilizzato nel finale. Anche il nome del saloon Minnesota Clay rimanda al western diretto da Corbucci nel 1964.
Tarantino prende questi riferimenti e li espone senza vergogna.
Non cerca di “americanizzarli” per renderli più nobili. Al contrario, sembra dire agli spettatori americani: guardate che molte delle cose che amate arrivavano già da lì.
Da Sergio Leone.
Da Sergio Corbucci.
Da Enzo G. Castellari.
Da Mario Bava.
Da Lucio Fulci.
Da Dario Argento.
E questa capacità di recuperare registi, attori, musiche e generi italiani ha avuto un effetto concreto sulla percezione internazionale di quel cinema.
Franco Nero racconta un Tarantino completamente innamorato del suo lavoro
Nero ricorda anche un’altra caratteristica del regista.
Tarantino faceva ripetere continuamente le scene. Dopo una buona ripresa alzava i pollici, ma invece di fermarsi chiedeva agli attori perché dovessero farne un’altra.
La risposta che pretendeva era sempre la stessa: perché a loro piace fare cinema.
Nero rimase a New Orleans circa un mese pur avendo una parte molto piccola. Le riprese furono rallentate anche da un problema alla voce di DiCaprio, ma l’attore italiano osservò da vicino il metodo di Tarantino e ne ha sempre parlato con rispetto.
Secondo lui quella ricerca continua permette agli interpreti di arrivare a risultati migliori. Non a caso Christoph Waltz vinse l’Oscar per Django Unchained, così come Brad Pitt avrebbe poi fatto per C’era una volta a… Hollywood.
Forse Tarantino ha rispettato il nostro cinema più di quanto abbiamo fatto noi
È anche per questo che l’aneddoto raccontato da Franco Nero è così bello.
Tarantino non aveva alcun bisogno di fermare Leonardo DiCaprio e gli altri per spiegare chi fosse quell’attore italiano.
Lo fece perché per lui Franco Nero meritava di essere riconosciuto.
La stessa cosa accade continuamente nei suoi film. Una canzone dimenticata torna improvvisamente famosa. Un attore che apparteneva a un’altra epoca ricompare davanti a un nuovo pubblico. Un vecchio western italiano diventa la base culturale di un blockbuster americano.
Tarantino prende il cinema che ama e lo mette sotto una luce nuova.
Qualcuno potrà discutere all’infinito se i suoi siano omaggi, appropriazioni o riletture molto personali. Franco Nero stesso ha riconosciuto che Django Unchained prende alcuni spunti dallo spaghetti western e poi li trasforma completamente secondo lo stile del regista.
Rimane però una cosa difficile da negare: pochi autori americani hanno mostrato una conoscenza così profonda e un affetto così esplicito per il cinema popolare italiano.
Forse è anche per questo che sentire Tarantino presentare Franco Nero a DiCaprio come una delle più grandi star del mondo fa un certo effetto.
Perché per una volta non siamo noi italiani a spiegare agli americani quanto fosse importante il nostro cinema.
È un americano a ricordarlo a loro.
Secondo voi Tarantino è stato uno dei registi che ha valorizzato meglio il cinema italiano all’estero? Scrivetecelo nei commenti.


