Ci sono film che aspetti per anni, progetti che seguono registi visionari per decenni prima di vedere la luce. Frankenstein di Guillermo del Toro è esattamente questo: un sogno nel cassetto diventato realtà, un’opera che il maestro messicano ha cullato così a lungo da farla diventare ossessione. E sai cosa? Quando finalmente vedi il risultato, capisci che l’attesa è valsa ogni singolo giorno.
Non capita spesso che un “dream project” mantenga tutte le promesse, anzi. Spesso la realtà delude il sogno, ma qui del Toro riesce nell’impresa opposta: superare persino le aspettative più ottimistiche.
Un ritorno alle origini che sorprende
La cosa più intelligente che fa del Toro è tornare direttamente alla fonte: il romanzo di Mary Shelley del 1818. Non si accontenta delle infinite reinterpretazioni cinematografiche, ma scava nell’essenza della storia originale, spostandola però nel 1857, in piena era vittoriana. Una scelta che permette al regista di giocare con atmosfere visive più familiari al pubblico contemporaneo e di sfruttare meglio il potere dell’elettricità nella creazione del mostro.
Il film inizia quasi alla fine della storia, nell’Artico, dove creatore e creatura si stanno dando la caccia a vicenda. Ma da lì del Toro dipana il racconto in modo da rendere ogni momento non solo terrificante nella migliore tradizione horror, ma anche profondamente commovente. È un equilibrio delicatissimo tra orrore e poesia che pochi registi sanno gestire con questa maestria.
Jacob Elordi: la rivelazione del mostro
Se dovessi scegliere una sola ragione per vedere questo film, sarebbe la performance di Jacob Elordi nel ruolo della creatura. Conosciuto principalmente per ruoli da bello e dannato, qui si trasforma completamente, dando vita a un mostro che è allo stesso tempo imponente e vulnerabile, terrificante e tenerissimo.
La scena in cui accarezza dolcemente un topolino è devastante nella sua semplicità, un momento di pura umanità che ti spezza il cuore. Elordi riesce a trasmettere l’intelligenza crescente della creatura, la sua sensibilità, ma anche la rabbia e la frustrazione di chi si ritrova eternamente escluso dal mondo. È una performance che ti resta dentro per giorni.
Oscar Isaac: scienziato o Prometeo moderno?
Dall’altra parte, Oscar Isaac interpreta Victor Frankenstein con quella qualità maniacale che il personaggio richiede, ma senza mai scadere nella caricatura del pazzo scienziato. Il suo Victor è ossessionato non solo dalla ricerca scientifica, ma dalla necessità di convincere tutti della giustezza delle sue azioni. Isaac riesce a farti capire cosa muove il personaggio senza mai renderlo completamente simpatico, ed è esattamente quello che serve.
Un cast di supporto eccellente
Christoph Waltz regala una delle sue performance più genuinamente empatiche nel ruolo di un mentore dai motivi nascosti, mentre Mia Goth si conferma un’attrice in grado di incarnare perfettamente l’atmosfera gotica del film. Il suo personaggio di Elizabeth condivide alcune delle ossessioni morbose di Victor, creando una rete di relazioni complesse che arricchisce notevolmente la narrazione.
Visioni da incubo (nel senso migliore)
Dal punto di vista visivo, questo Frankenstein è semplicemente straordinario. Del Toro e il suo team di collaboratori storici – Tamara Deverell per la produzione e Kate Hawley per i costumi – creano un mondo che ti colpisce con continui dettagli sincronici. Il torso della creatura sembra composto da placche tettoniche che si fondono, mentre un vestito di Elizabeth presenta piccole isole verdi che si premono l’una contro l’altra.
I rossi e neri tanto amati da del Toro dominano ogni inquadratura, creando un incubo visivo in cui è impossibile non perdersi. Una figura angelica cremisi nei sogni di Victor potrebbe essere un angelo o un demone, e questa ambiguità permea tutto il film. La colonna sonora di Alexander Desplat completa il quadro con la giusta insistenza drammatica.
Horror filosofico che funziona
Quello che più mi ha colpito è come del Toro riesca a mantenere sempre alta la tensione senza mai rinunciare alla profondità filosofica della storia originale. Il film non strizza mai l’occhio allo spettatore, non cerca complicità ironiche: crede fermamente nella storia che racconta e si impegna a esplorarne tutte le implicazioni spirituali e morali.
Il mostro di Elordi non è solo una creatura terrificante, ma un eterno outsider che non trova posto da nessuna parte, incompreso e disprezzato da tutti. È una metafora potente sull’esclusione sociale che risuona fortemente anche oggi.
Un dream project che non delude
Years fa, del Toro disse a un giornalista: “Sogno di poter fare il più grande Frankenstein di sempre, ma se poi lo fai, l’hai fatto. Che sia grande o no, è finito. Non puoi più sognarlo. Questa è la tragedia di un regista.” Beh, Guillermo, puoi stare tranquillo: questo non è una tragedia, è un trionfo assoluto.
La magia del grande cinema
Frankenstein di del Toro è uno di quei film rari che ti ricordano perché ami il cinema. È spettacolo puro che non rinuncia mai all’intelligenza, è intrattenimento che sa essere anche arte. Dopo anni di cinecomic e sequel, vedere un autore realizzare la sua visione personale di un classico con questa passione e competenza è un regalo prezioso.
Non è solo il miglior film dell’anno, è il tipo di cinema che pensavi non si facesse più. Il film uscirà il 7 novembre su Netflix.
La Recensione
Frankenstein (2025)
Frankenstein di Guillermo del Toro rappresenta la realizzazione perfetta di un dream project durato decenni, trasformando il classico di Mary Shelley in un'opera cinematografica che bilancia magistralmente orrore e poesia. Sostenuto da performance eccezionali di Jacob Elordi e Oscar Isaac, il film brilla per la sua straordinaria ricchezza visiva firmata dal team storico di del Toro e per una regia che non rinuncia mai alla profondità filosofica della storia originale. È un trionfo del cinema d'autore che dimostra come i grandi classici possano ancora sorprendere quando affidati a mani esperte.
PRO
- Jacob Elordi offre una performance straordinaria che reinventa completamente il personaggio della creatura di Frankenstein con sensibilità e potenza espressiva
- La regia visionaria di Guillermo del Toro crea un mondo visivamente mozzafiato ricco di dettagli simbolici e atmosfere gotiche indimenticabili
- Il film riesce nell'impresa di bilanciare perfettamente orrore e profondità filosofica senza mai scadere nella banalità o nell'ironia gratuita
CONTRO
- La durata di 149 minuti potrebbe risultare impegnativa per chi cerca un intrattenimento più leggero e immediato


