Quando si parla di Frankenstein, quasi tutti pensano subito a un’immagine precisa: il mostro che cammina rigido, la testa squadrata, i bulloni sul collo, il laboratorio in tempesta. È un immaginario potentissimo, certo, ma non coincide davvero con quello scritto da Mary Shelley. Proprio per questo, ancora oggi, Frankenstein di Mary Shelley del 1994, diretto da Kenneth Branagh, continua a essere considerato da molti il film che più si avvicina allo spirito del romanzo originale. E la cosa curiosa è che per anni è stato trattato quasi come un’opera minore, o comunque come un adattamento troppo enfatico, troppo eccessivo, troppo teatrale.
Rivederlo oggi, invece, fa un effetto molto diverso. Perché dietro il suo stile grande, gotico e quasi operistico, c’è un film che prova davvero a riportare sullo schermo la tragedia del libro. Non solo il lato horror, non solo il gusto per il macabro, ma soprattutto il dolore, la colpa, l’ambizione e la distruzione reciproca tra Victor Frankenstein e la sua Creatura.
Kenneth Branagh, che oltre a dirigere il film interpreta anche Victor Frankenstein, mette subito al centro della storia il motore vero del personaggio: la perdita della madre e il desiderio disperato di sconfiggere la morte. Non è un dettaglio da poco. In tante versioni cinematografiche Frankenstein viene raccontato quasi come uno scienziato pazzo e basta. Qui invece torna a essere un giovane uomo brillantissimo, ambizioso, accecato dal dolore e dalla convinzione di poter spingersi oltre i limiti umani.
Da questo impulso nasce il suo esperimento. Victor assembla un corpo con parti diverse e riesce a dargli vita. Ma quando comprende davvero ciò che ha fatto, viene travolto dal terrore. La sua Creatura fugge, scopre la verità sulla propria origine e comincia a covare rabbia, umiliazione e desiderio di vendetta. Questa è la parte più forte del racconto, perché nel film, come nel romanzo, il centro non è solo la nascita del mostro. Il centro è l’orrore morale di chi crea una vita e poi la rifiuta.
Ed è qui che entra in scena uno straordinario Robert De Niro. La sua Creatura è molto diversa da quella fissata nell’immaginario dal cinema classico. Non è solo una macchina di distruzione. È un essere capace di pensiero, parole, sofferenza, vergogna e rabbia. È proprio questo che rende la sua presenza così intensa. De Niro non punta tutto sulla paura. Punta molto di più sulla solitudine del personaggio, sul suo bisogno disperato di essere visto come qualcosa di umano.
Questa è una delle ragioni per cui il film resta così importante. Molte versioni di Frankenstein prendono ispirazione soprattutto dal classico del 1931, che ha avuto un impatto enorme sulla storia dell’horror. Ma quel film non era davvero fedele al romanzo di Mary Shelley. Frankenstein di Mary Shelley, invece, prova a recuperare elementi fondamentali della storia originale. Ci sono il giovane Victor dominato da un’ambizione senza freni, la presenza del fratellino William, la vicenda dolorosa di Justine, e soprattutto quel rapporto malato tra creatore e creatura che trascina tutti verso la rovina.
Anche Elizabeth, interpretata da Helena Bonham Carter, ha un peso emotivo molto forte. Il suo personaggio non è solo una figura romantica messa lì per decorazione. È parte del mondo affettivo di Victor, della sua normalità perduta, del futuro che lui distrugge con le proprie mani. E quando la Creatura colpisce quel mondo, il dolore diventa totale.
Certo, il film si prende anche delle libertà. Una delle più discusse riguarda proprio Elizabeth e la sua sorte, con una scelta narrativa che si allontana dal romanzo. Ed è vero pure che il tono del film non è contenuto o sobrio. Branagh gira tutto in modo grande, acceso, spesso quasi travolgente. Ci sono melodramma, sangue, urla, passioni esasperate, scenografie ricchissime. All’epoca, molti critici considerarono tutto questo eccessivo. Pensavano che quel tipo di stile distraesse dai temi più seri del racconto.
Ma col passare del tempo il film è stato rivalutato proprio per ciò che allora sembrava un difetto. Oggi quel gusto massimalista appare molto più leggibile, perfino moderno. In un cinema che ama rileggere i miti classici in modo visivo, barocco e spesso volutamente esagerato, Frankenstein di Mary Shelley sembra quasi in anticipo. Non è un adattamento timido. È un film che si lancia a testa bassa dentro la febbre del romanzo.
E poi c’è un altro dettaglio importante. Branagh evita molti elementi che ormai fanno parte del cliché cinematografico ma non del libro. Non ci sono certe scorciatoie tipiche dei vecchi film Universal. Non c’è quella versione della Creatura ridotta a puro simbolo horror. Qui si torna molto di più alla sofferenza originaria del personaggio, al fatto che il “mostro” nasce mostro soprattutto perché viene rifiutato.
Per questo il film resta così forte ancora oggi. Non sarà perfetto in senso classico. È rumoroso, passionale, sfacciato, pieno di energia. Ma capisce davvero una cosa essenziale: Frankenstein non è solo una storia di paura. È una storia di orgoglio umano, di dolore, di responsabilità e di abbandono. È una tragedia prima ancora che un racconto gotico.
Anche il fatto che il film porti nel titolo il nome di Mary Shelley non sembra una semplice operazione elegante. Sembra quasi una dichiarazione di intenti. Branagh vuole dire chiaramente da dove sta partendo. E pur con tutte le sue scelte forti, riesce davvero a portare sullo schermo molto di ciò che rende il romanzo immortale.
Oggi, a più di trent’anni dall’uscita, Frankenstein di Mary Shelley è ancora lì, pronto a essere riscoperto da chi conosce solo la versione più stereotipata del mito. E forse il bello è proprio questo: non è il Frankenstein più famoso, ma potrebbe essere quello che ha capito meglio la ferita profonda del racconto originale. Lascia un commento e dimmi se anche per te Frankenstein di Mary Shelley è la versione più intensa mai vista al cinema.

