La sequenza è di quelle che accendono i riflettori. La Global Sumud Flotilla/Global Movement to Gaza annuncia una querela per diffamazione contro Il Tempo, che aveva pubblicato un’inchiesta basata su un report del Ministero per la Diaspora israeliano su presunti legami di esponenti della Flotilla con Hamas, Jihad Islamica e FPLP. Nel mezzo, l’allontanamento di una giornalista italiana dalla missione con l’etichetta, a suo dire, di “giornalista pericolosa”, e la decisione del Viminale di rafforzare le scorte vista la crescente tensione. In parallelo, due imbarcazioni della Flotilla denunciano attacchi incendiari in acque tunisine (criticati da molti come falsi), mentre vari esponenti politici italiani comunicano la propria presenza a bordo di barche partite dalla Sicilia.
Qui trovi un quadro puntiglioso e verificabile: che cosa afferma l’inchiesta, chi sono i profili citati nel dossier, come la Flotilla replica, quali sono le piste di finanziamento di Hamas accertate da fonti istituzionali e quali zone d’ombra andrebbero chiarite prima che la narrazione superi i fatti.
L’inchiesta e la querela: accuse, repliche e ciò che è documentato
Il Tempo sostiene che un documento del Ministero per la Diaspora israeliano colleghi alcuni membri del comitato direttivo della Flotilla a incontri con rappresentanti di organizzazioni terroristiche designate o a progetti ritenuti riconducibili all’amministrazione di Hamas a Gaza. La Flotilla nega, rivendica la natura umanitaria dell’iniziativa e annuncia azioni legali. Questo, a oggi, è certo: c’è una querela resa pubblica; l’inchiesta si fonda su un dossier governativo (quindi di parte); non esistono sentenze che certifichino penali a carico dei soggetti citati in relazione a quei fatti. Qui si apre il primo punto critico: o il dossier regge alle verifiche (documentali e patrimoniali), oppure resta un atto d’accusa politico da maneggiare con prudenza.
I profili nel mirino del dossier: chi sono e quali contestazioni ricevono
Per evitare scorciatoie, distinguiamo attribuzioni (dossier e rassegne stampa) da verità giudiziarie.
- Muhammad Nadir Al-Nuri (Cinta Gaza Malaysia): attivista malese, indicato come finanziatore di progetti a beneficio di strutture amministrative di Gaza descritte come sotto controllo di Hamas; circola una foto accanto al dirigente politico Ghazi Hamad. L’ONG si presenta come umanitaria. Non risultano condanne penali riferite a queste condotte.
- Marouan Ben Guettaia (Soumoud Convoy): gli vengono attribuiti contatti personali con figure riconducibili alla Fratellanza Musulmana e incontri con Youssef Hamdan, descritto come rappresentante di Hamas in Algeria.
- Wael Nawar: presenza segnalata a incontri con esponenti di Hamas/FPLP/PIJ e, nel febbraio 2025, al funerale di Hassan Nasrallah in Libano.
- Zaher Birawi (EuroPal Forum/Freedom Flotilla Coalition): in passato accusato in Israele/UK di ruoli per Hamas (accuse smentite dall’interessato); figura da anni in iniziative navali pro-Gaza; non risultano condanne in Regno Unito.
Queste sono contestazioni; per trasformarle in fatti servono atti giudiziari o documenti finanziari tracciati.
La Flotilla risponde, ma resta un problema di trasparenza
Il movimento definisce la Flotilla una rete di attivisti e ONG che utilizza raccolte fondi pubbliche per navi, carburante e logistica. Fin qui, dunque, donazioni private e sostegni “dal basso”. Ma se vuoi spegnere la polemica, c’è una sola strada: rendicontazione dettagliata e tracciabilità di spese e beneficiari (nave per nave, fornitore per fornitore, carichi e destinatari finali). Non aiuta, in questo quadro, l’espulsione dell’inviata italiana che raccontava il viaggio: anche ammesso ci fossero regole interne violate, è un gesto che indebolisce la narrativa di apertura e trasparenza.
Il contesto sul mare: attacchi denunciati, diplomazia e partenze dall’Italia
Nelle scorse settimane la Flotilla ha denunciato due attacchi (con presunto impiego di droni/incendiari) a Sidi Bou Said in Tunisia; non ci sono feriti, ma il caso ha mosso istituzioni italiane e media internazionali. In Italia, imbarcazioni partite dalla Sicilia (tra cui la Karma di Arci) hanno imbarcato parlamentari e attivisti. Sul tavolo politico c’è un tema reale: sicurezza dei partecipanti e rispetto del diritto del mare, da un lato; dall’altro, rischio di strumentalizzazione di una missione che, per ammissione degli stessi promotori, mira anche a sfidare il blocco navale.
“Chi finanzia Hamas?”: i canali accertati (fuori dalla polemica)
Su Hamas la letteratura è molto più solida:
- Sostegno statale esterno: Iran fornisce da anni supporto materiale e finanziario a Hamas e alla Jihad Islamica tramite reti e prestanome, regolarmente sanzionati da OFAC.
- Fondi del Golfo autorizzati o tollerati: Qatar ha sostenuto salari e aiuti nella Striscia con meccanismi (contanti o carburante-in-contanti) coordinati con Israele in alcuni periodi, alimentando comunque la tesoreria locale in un territorio amministrato da Hamas.
- Entrate locali e contrabbando: tassazione interna, margini su beni e tunnel hanno garantito flussi stabili.
- Raccolte estere e charity di comodo: vari provvedimenti USA/UK hanno designato persone e sigle che raccoglievano fondi sotto copertura umanitaria.
- Criptovalute: pesano meno del contante; esistono confische ma le analisi pubbliche raccomandano di non sopravvalutarne l’impatto.
Questo per dire che, se la Flotilla vuole tagliare corto ai sospetti, deve dimostrare che i propri fondi non toccano—neppure indirettamente—canali o soggetti già attenzionati per Hamas.
Che cosa chiedere (subito) per distinguere attivismo e complicità
Se si vuole fare un’informazione solida (e una tutela seria degli stessi attivisti), servono quattro verifiche operative:
- Rendiconti pubblici e audit indipendente su donazioni, pagamenti e filiera dei beni imbarcati.
- Due diligence sui partner (ONG, comitati, “forum”) e sui referenti a Gaza: chi riceve cosa, quando e con quali garanzie di neutralità.
- Chiarezza sui contatti: date, luoghi, finalità degli incontri che il dossier elenca, per distinguere presenze simboliche da collaborazioni.
- Posizione ufficiale verso gruppi designati terroristi: una presa di distanza esplicita aiuta più di cento smentite generiche.
Se queste risposte arriveranno, benissimo: si discuterà nel merito. Se non arriveranno, è inevitabile che la cronaca continui a parlare di ombre più che di aiuti.
Fonti (in ordine tematico)
- Querela, inchiesta e reazioni: Il Tempo; Global Movement to Gaza Italia (comunicato); La Stampa e ANSA sul caso della giornalista; dichiarazioni del Viminale sulle scorte. Il Tempo.
- Dossier del Ministero per la Diaspora israeliano e rassegne correlate: portale gov.il (scheda del report); pagine esplicative e “Terrorists in Suits”; Jerusalem Post; Intelligence and Terrorism Information Center. terrorism-info.org.il+4Governo Israele+4Minisite-New
- Profili citati: Al-Nuri/CGM (gov.il; rassegne); Ben Guettaia/Hamdan (rassegna); Nawar (menzioni); Birawi (Telegraph, i24). i24NEWS+5Minisite-New+5ngomonitor
- Attacchi in Tunisia e contesto marittimo: Reuters, AP, Al Jazeera, Euronews, Bellingcat, CBS. CBS News
- Partenze dall’Italia e presenza di parlamentari: LaPresse, Agenzia Nova, Anadolu, Virgilio/Ansa, interviste e post pubblici. Facebook+6uk.lapresse.it+6Agenzia Nova
- Finanziamento di Hamas (canali accertati): CRS (Congressional Research Service); comunicati e liste OFAC; Reuters su cash e fuel-to-cash; archivi FAS; press release Treasury (2024–2025). U.S. Department of the Treasury+5Congresso.gov


