Settant’anni sul groppone e Fronte del porto continua a scalare le classifiche di Netflix come se fosse uscito ieri. Il film di Elia Kazan del 1954, con Marlon Brando nei panni dell’ex pugile Terry Malloy, è tornato sotto i riflettori e chi lo scopre adesso capisce subito perché sia rimasto impresso nella storia del cinema. Chi lo rivede, invece, ci trova sempre qualcosa di nuovo. Otto premi Oscar, il Leone d’Argento a Venezia, una delle colonne sonore più riconoscibili di sempre – e dietro ogni sequenza, una storia di lavorazione che vale quanto il film stesso. Ecco tutto quello che probabilmente non sapevi.
La scena del guanto non era nel copione
Partiamo dalla cosa che ha fatto il giro del web e che continua a stupire chiunque la senta per la prima volta. C’è una scena in cui Terry e Edie camminano fianco a fianco e a lei cade un guanto. Terry si china, lo raccoglie, lo pulisce con cura e poi se lo infila continuando tranquillamente a parlare. Edie non sa bene se riprenderlo, alla fine lascia correre, e quando glielo sfilerà dalla mano quell’oggetto banale avrà già creato tra i due una complicità più intima di qualsiasi bacio.
Quella scena non era scritta da nessuna parte. Brando la inventò sul momento – prese il guanto, ci giocò, lo indossò come se fosse la cosa più naturale del mondo. Kazan vide quello che stava succedendo e non fermò la telecamera. Il risultato è uno dei momenti di recitazione più citati e analizzati di tutta la storia del cinema americano, nato per caso, su un marciapiede di Hoboken, durante una mattina di riprese invernali.
E non fu l’unica improvvisazione di Brando sul set. Kazan era il fondatore dell’Actors Studio di New York, il tempio del Metodo Stanislavski, e Brando ne era l’interprete più radicale: la tecnica imponeva di calarsi nel personaggio fino a sentire quello che sentiva lui, non di recitarlo dall’esterno. Sul set questo significava, in pratica, che ogni ciak poteva riservare qualcosa di diverso rispetto a ciò che stava scritto sulla pagina.
Brando inizialmente non voleva farlo
Alla prima proposta di partecipare al film, Marlon Brando rifiutò. Non era un capriccio da star – era una posizione politica precisa. Kazan aveva testimoniato davanti alla famigerata commissione anticomunista del Congresso, la House Un-American Activities Committee, facendo i nomi di otto ex-colleghi del Group Theatre, tra cui nomi come Clifford Odets e Paula Miller. Un gesto che Hollywood non gli perdonò mai e che divise il mondo dello spettacolo in modo permanente.
Per convincere Brando, Kazan ricorse a una mossa tattica: offrì il ruolo a Frank Sinatra, poi fece fare provini alla giovane coppia Paul Newman-Joanne Woodward, sperando di ingelosire il suo primo candidato. Funzionò. Brando, dopo un lungo periodo di riflessione, accettò – e quello che è considerato uno dei più grandi film della storia americana prese finalmente forma.
La sceneggiatura la doveva scrivere Arthur Miller – poi se ne andò sbattendo la porta
Prima che Budd Schulberg mettesse mano alla sceneggiatura, quel lavoro spettava ad Arthur Miller. Kazan glielo aveva chiesto, Miller aveva iniziato a lavorarci, poi scoprì della testimonianza del regista davanti alla commissione anticomunista e troncò ogni rapporto da un giorno all’altro. L’ironia della vicenda è sottile e crudele: Miller stava scrivendo proprio in quegli anni Il Crogiuolo, allegoria neanche troppo velata della caccia alle streghe maccartista ambientata nella Salem del Seicento. I due ex-sodali si ritrovarono su fronti opposti, con lo stesso materiale narrativo tra le mani.
Schulberg entrò in scena portando con sé il proprio bagaglio politico: anche lui era stato convocato dalla commissione, anche lui aveva fatto nomi. Kazan e Schulberg, in sostanza, erano due uomini che avevano vissuto la stessa capitolazione morale, e insieme costruirono la storia di un uomo che sceglie di testimoniare contro chi lo ha sempre protetto. La critica di sinistra lo fece notare subito all’uscita del film, e quella discussione non si è mai chiusa del tutto.
La scena del taxi è stata girata in un taxi vero
Ogni cinefilo conosce il monologo. Terry, seduto accanto al fratello Charley nel sedile posteriore di un taxi, gli dice che avrebbe potuto diventare qualcuno, che gli hanno rubato la carriera e lui ha lasciato fare senza protestare. È la scena più citata del film, forse una delle più citate in assoluto nel cinema del Novecento, tanto che Scorsese la omaggiò direttamente nel finale di Toro Scatenato, con Jake LaMotta che la recita allo specchio davanti al suo volto devastato dal tempo.
Quello che in pochi sanno è che la scena fu girata dentro un taxi vero, in una claustrofobia reale che non è un effetto di montaggio ma la conseguenza concreta di due attori incastrati in uno spazio minuscolo. Fu uno dei primi film a uscire dagli studi di Hollywood per girare interamente in esterni, portando la telecamera direttamente sulle banchine operative di Hoboken, tra lavoratori veri assoldati come comparse e un freddo invernale che si vede nei volti e nei fiati appannati degli attori.
C’è poi un dettaglio tecnico che in pochi conoscono: Rod Steiger, che interpreta Charley, era talmente concentrato da girare tutte le sue inquadrature con Brando fisicamente di fronte a lui. Brando, invece, per le sue controsoggettive lavorò con un assistente al posto di Steiger. I due non erano mai in campo insieme nello stesso momento eppure quella scena sembra girata in un respiro solo, senza che lo stacco si senta da nessuna parte.
Era la prima volta di Eva Marie Saint al cinema – e vinse l’Oscar
Fronte del porto fu il primo film di Eva Marie Saint. Prima pellicola, statuetta come miglior attrice non protagonista. Un debutto che non ha precedenti paragonabili nella storia dell’Academy. Saint aveva fino ad allora lavorato principalmente in televisione e a teatro, e Kazan la scelse dopo un provino in cui rimase colpito dalla sua capacità di reggere la scena accanto a Brando senza sparire. Non era scontato: di fronte a quell’attore, anche i colleghi più navigati tendevano a scomparire dallo schermo senza nemmeno accorgersene.
La musica è di Leonard Bernstein – quello di West Side Story
La colonna sonora del film è firmata da Leonard Bernstein, lo stesso compositore che di lì a pochi anni avrebbe scritto West Side Story. Bernstein fu candidato all’Oscar per la partitura e non la vinse, il che resta una di quelle decisioni dell’Academy difficili da spiegare a posteriori. Il tema principale, con quei fiati densi e quella tensione che non si scioglie mai del tutto, è entrato nell’immaginario collettivo quasi quanto le immagini del film. Non è musica da sottofondo: preme, insiste, accompagna Terry Malloy nel suo percorso di coscienza come un secondo personaggio senza volto né nome.
Il film nasce da un’inchiesta premiata con il Pulitzer
Prima che diventasse un capolavoro cinematografico, la storia dei portuali di Hoboken era cronaca nera. Alla base del film ci sono ventiquattro articoli firmati dal giornalista Malcolm Johnson per il quotidiano New York Sun sotto il titolo collettivo Crime on Waterfront – un’inchiesta che gli valse il Premio Pulitzer e che smascherò il racket nei porti di New York e del New Jersey, portando alla formazione di un Comitato Speciale del Senato per indagare sulla criminalità nel commercio interstatale.
Kazan e Schulberg presero quella cronaca reale e la trasformarono in fiction, senza però staccarsi dai luoghi. I portuali che appaiono nelle scene di massa non erano comparse professioniste: erano lavoratori veri, reclutati direttamente sulle banchine dove lavoravano ogni giorno. Quella grana documentaristica che si sente in certi passaggi del film non è una scelta stilistica astratta – è il risultato di aver girato in mezzo alla realtà, con persone che conoscevano quei moli come le proprie tasche.
Kazan non voleva girarlo a colori
Quando Schulberg e Kazan presentarono la sceneggiatura alla 20th Century Fox, il produttore Darryl Zanuck voleva realizzare il film in Technicolor. Kazan rifiutò, convinto che quella storia avesse bisogno del bianco e nero, e si rivolse alla Columbia Pictures dove il produttore Sam Spiegel accettò di portare avanti il progetto. Fu la scelta giusta.
Il bianco e nero di Boris Kaufman – fratello del regista e teorico del cinema Dziga Vertov – è uno degli elementi che rendono il film ancora visivamente potente a settant’anni di distanza. Kaufman scolpisce le immagini con un chiaroscuro secco, avvolge i personaggi in ombre dense, rivela i volti segnati dalla fatica con una durezza quasi documentaristica. Quella luce grigia, quella nebbia permanente sul porto, quella sporcizia concreta dei docks: tutto sarebbe andato perduto con i colori sgargianti del Technicolor degli anni ’50. La storia di Terry Malloy aveva bisogno di essere sporca, e Kaufman la rese tale con ogni singola inquadratura.
Otto Oscar e un monologo nella top 3 di tutti i tempi
Il film raccolse dodici candidature all’Oscar e ne portò a casa otto: miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, scenografia, Marlon Brando come protagonista ed Eva Marie Saint come non protagonista. Con quella vittoria, Brando diventò l’attore più giovane ad aver vinto la statuetta come protagonista fino a quel momento.
Il monologo del taxi venne in seguito scelto da 1500 addetti ai lavori dell’American Film Institute come il terzo miglior momento di citazione cinematografica di tutti i tempi nel cinema americano, dopo «Francamente, me ne infischio» da Via col vento e «Mi farò un’offerta che non potrà rifiutare» da Il Padrino – ironicamente, proprio di Brando anche quest’ultima.
Scorsese, Toro Scatenato e un’eredità che non finisce mai
L’influenza di Fronte del porto sul cinema americano è talmente profonda che sarebbe difficile elencarla per intero. Il tributo più esplicito lo firmò Martin Scorsese: nel finale di Toro Scatenato, Jake LaMotta recita il monologo di Terry Malloy allo specchio, omaggiando direttamente quella che Scorsese stesso definì «la poesia più pura che si possa immaginare, in movimento». Un regista che cita un attore che citava sé stesso, in un cortocircuito di cinema dentro il cinema che dice tutto sull’impatto che quella pellicola ha avuto sulle generazioni successive.
E quando nel 1999 Kazan ricevette l’Oscar alla carriera, in sala molti non applaudirono. Brando era tra quelli che rimasero fermi. I conti con la storia del maccartismo non erano stati chiusi, e probabilmente non lo saranno mai. Ma il film è lì, intatto, a ricordare che spesso le opere più grandi nascono proprio dalle contraddizioni più irrisolvibili – da persone che si sono comportate in modo discutibile e poi hanno cercato di fare i conti con sé stesse davanti a una telecamera.
Il fatto che settant’anni dopo sia ancora in tendenza su Netflix forse è la risposta più eloquente a qualsiasi discussione sulla sua grandezza.
Tu hai già visto Fronte del porto, oppure è nella tua lista da anni senza che tu abbia mai trovato il momento giusto?


