C’è un tipo di canzone che non si spiega, si riconosce. Fulminacci – all’anagrafe Filippo Uttinacci, 28 anni, romano, Targa Tenco 2019 come miglior opera prima con La vita veramente – torna all’Ariston per la seconda volta portando qualcosa di ben diverso da Santa Marinella, con cui nel 2021 si presentò a un festival senza pubblico e finì sedicesimo. Questa volta ha dalla sua un brano scritto con il produttore Pietro Paroletti (alias Golden Years), un sound con il retrogusto degli anni ’80 e un testo costruito per immagini che si sovrappongono come fotogrammi. La canzone si chiama “Stupida sfortuna” e dopo la prima serata del 24 febbraio è finita tra i cinque artisti più votati dalla giuria della sala stampa, a distanza ravvicinata dal primo posto. Il suo nuovo album Calcinacci uscirà il 13 marzo. Qualcosa mi dice che arriverà in un ottimo momento.
Vedere qualcuno che non c’è più: il cuore del testo
La prima strofa di “Stupida sfortuna” stabilisce subito il registro: il protagonista cerca un volto ovunque – in una foto, sotto l’acqua, nella sabbia, nel cemento, dentro un cinema all’aperto. Non è una ricerca razionale, è un’allucinazione affettiva, quella condizione in cui dopo la fine di una storia si finisce per proiettare la persona perduta su ogni superficie della realtà. In mezzo alla folla che va chissà dove, lui è fermo. Intorno tutto scorre e passa – classifiche e Sanremi, taxi, treni, aerei – ma lui è rimasto dov’era ieri, con più pensieri, meno fiducia e qualche buona scusa per non andare avanti.
Questa immobilità emotiva in contrasto con la velocità del mondo circostante è uno dei motivi conduttori del brano. Fulminacci la descrive con un’immagine fisica precisa: si va di corsa e si resta indietro. Non è un paradosso – è esattamente la sensazione di chi cerca di tenere il passo della vita mentre una parte di sé continua a stare ferma su un momento preciso.
La città come scenografia del dolore
Il secondo blocco del testo sposta la scena nella metropolitana urbana: il vento sul binario, le piastrelle colorate, le rovine sotto al vetro. E poi un manifesto con il nome di lei in mezzo al fiume di persone. La città diventa il luogo in cui il ricordo si materializza continuamente – non ci si può nascondere, non c’è un posto neutro. Semafori e cantieri, pianeti e buchi neri: Fulminacci salta di scala liberamente, dal concreto urbano all’astronomico, perché il senso di vertigine che descrive è della stessa natura – si è piccoli sia davanti a una città sia davanti all’universo.
“E dai facciamo i seri” è una delle poche concessioni all’autoironia del brano – uno sfottò rivolto a se stesso, un momento in cui il protagonista si sorprende a drammatizzare e cerca di smontare la propria retorica. Non ci riesce, ovviamente. Ma il tentativo è già una piccola vittoria di lucidità.
La sfortuna come interlocutore
Il ritornello – con la triplice ripetizione di “stupida” e “gelida” – costruisce un refrain martellante e quasi ossessivo, che ha la struttura di un dialogo con qualcuno che non risponde. La sfortuna viene interpellata direttamente (“tu come stai”), quasi fosse una presenza concreta da poter chiamare in causa. Perdere le chiavi di casa non è solo un dettaglio realistico: è la metafora di uno spaesamento più profondo, non sapere più dove tornare né a chi appartenere.
“Vienimi a prendere, sto in mezzo a una strada” – in cinque parole c’è tutto lo stato d’animo del brano: la richiesta di essere salvati, l’incapacità di muoversi da soli, la consapevolezza di essere esposti.
Il tempo come mucchio di secondi
Il bridge porta il testo verso una dimensione più filosofica. Il tempo si riduce a un mucchio di secondi, a un alternarsi meccanico di primavere e rami spogli. Non c’è progressione, non c’è senso: le stagioni si ripetono senza che niente cambi davvero dentro. E in mezzo a questa indifferenza del tempo, emerge la frase più fragile e al tempo stesso più bella del brano: “spero di essere il migliore dei tuoi sbagli”. Non chiede di essere ricordato come un amore riuscito – chiede solo di occupare un posto di rilievo nell’elenco degli errori. È una forma di orgoglio al contrario, tenera e un po’ comica.
Il finale porta l’infinito come spavento: il cielo, il mare aperto, tutto ciò che non ha confini misurabilisu genera la stessa paura. Non è paura del futuro in senso stretto – è ansia da immensità, quella sensazione che il troppo grande tolga ogni punto di riferimento. La chiusura, “stupida sfortuna starò più attento”, è una promessa che suona come resa – non cambierò le circostanze, forse ci farò solo più attenzione.
Analisi sonora: anni ’80 con il cuore in tasca
L’ascolto dell’audio rivela una produzione firmata Golden Years che gioca consapevolmente con l’estetica sonora degli anni ’80: synth pad con attacco morbido, riverbero lungo sulle chitarre, una sezione ritmica che privilegia la pulizia al groove. Il risultato è un brano che suona retrò senza essere nostalgico – usa quella palette timbrica come ambiente emotivo, non come citazione.
La voce di Fulminacci è trattata con una presenza frontale nel mix, con pochissimi effetti, il che amplifica la sensazione di vicinanza e intimità. Il suo fraseggio è naturale, quasi parlato in certi passaggi delle strofe, e poi si apre con più intensità sul ritornello senza mai esagerare. C’è un controllo dinamico molto preciso.
Un elemento interessante è la costruzione armonica del ritornello: la progressione di accordi crea una tensione irrisolta che si sposa perfettamente con il testo – si cerca qualcosa che non arriva, e anche la musica tende verso qualcosa senza mai risolversi del tutto con soddisfazione.
Nessun difetto macroscopico nella produzione – semmai un’osservazione: il brano mantiene una temperatura emotiva abbastanza costante dall’inizio alla fine, il che lo rende coerente ma forse un po’ prevedibile nella sua traiettoria dinamica. Chi si aspettava una svolta sonora più decisa nel finale potrebbe trovarlo un po’ contenuto.
“Stupida sfortuna” è una di quelle canzoni che entrano piano e restano. Pensavi fosse un brano sulla sfortuna in amore e invece, ad ascoltarla bene, parla di qualcosa di più largo – del tempo che passa mentre tu stai fermo, dell’infinito che spaventa, della difficoltà di lasciar andare chi non c’è più. Secondo te può arrivare fino alla vittoria finale? Scrivilo nei commenti.
Il testo di Stupida fortuna
Ti troverò dentro a una foto
Sotto l’acqua mentre nuoto
Nella sabbia e nel cemento
Dentro un cinema all’aperto
Come un’allucinazione
In mezzo a tutte le persone
Che vanno chissà dove
E passeranno
Classifiche e Sanremi
Taxi, treni, aerei
E se mi stai ancora cercando
Sono dove stavo ieri
Ho solo più pensieri
Un po’ meno fiducia
E qualche buona scusa
Ma pensa un po’
Stupida, stupida, stupida sfortuna
Tu come stai
Gelida, gelida, gelida paura
Vienimi a prendere, sto in mezzo a una strada
Continuo a perdere le chiavi di casa
Ma pensa un po’
Vado di corsa e resto indietro
E soffia il vento della metro
Tra le piastrelle colorate
E le rovine sotto a un vetro
C’è un manifesto col tuo nome
In mezzo a un fiume di persone
Che vanno chissà dove
E passeranno
Semafori e cantieri
Pianeti e buchi neri
E dai, facciamo i seri
Ma pensa un po’
Stupida, stupida, stupida sfortuna
Tu come stai
Gelida, gelida, gelida paura
Vienimi a prendere, sto in mezzo a una strada
Continuo a perdere le chiavi di casa
E adesso il tempo è solo un mucchio di secondi
Di primavere e poi di nuovo rami spogli
Ma spero di essere il migliore dei tuoi sbagli
Ci credi o no?
Stupida, stupida, stupida sfortuna
Gelida, gelida, gelida paura
Dopo di te non l’ho più detto a nessuna
Vorrei raggiungerti
Ma qui c’è troppa notte e poca luna, e lo sai
Stupida, stupida, stupida sfortuna
Che ci penso anche se non ci penso
Gelida, gelida, gelida paura
Ogni volta che non mi addormento
L’infinito a me mi fa spavento
Come il cielo, come il mare aperto
Stupida sfortuna
Starò più attento


