Fury sta per lasciare Prime Video e chi non lo ha ancora visto ha pochissimo tempo per recuperarlo. Il film di David Ayer, uscito nel 2014, è indicato tra i contenuti in scadenza sulla piattaforma il 9 giugno. Parliamo di uno dei film di guerra più duri degli ultimi anni, con Brad Pitt, Jon Bernthal, Shia LaBeouf, Logan Lerman e Michael Peña dentro un carro armato americano durante gli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale.
Non è il classico film bellico elegante, pieno di discorsi solenni e immagini eroiche da poster. Fury è più sporco, più nervoso, più cattivo. Racconta la guerra come una cosa che consuma gli uomini dall’interno. Li rende stanchi, violenti, spesso insopportabili. E proprio per questo, anche a distanza di anni, continua a colpire.
La storia è ambientata nel 1945, mentre l’esercito alleato avanza dentro la Germania nazista. Il carro armato Sherman chiamato Fury viene mandato in missione con un equipaggio già segnato da tutto quello che ha visto. A guidarlo c’è Don “Wardaddy” Collier, interpretato da Brad Pitt. È un sergente duro, freddo quando serve, ma non privo di umanità. Solo che la sua umanità è sepolta sotto fango, sangue e mesi di guerra.
Accanto a lui ci sono uomini molto diversi, ma tutti spezzati a modo loro. Jon Bernthal interpreta Grady Travis, il più brutale del gruppo, uno che sembra vivere sempre sul punto di esplodere. Shia LaBeouf è Boyd Swan, detto Bible, un soldato religioso che cerca ancora un senso mentre tutto attorno sembra negarlo. Michael Peña è Gordo, più silenzioso ma fondamentale nell’equilibrio del gruppo. Poi arriva Norman, interpretato da Logan Lerman, un ragazzo inesperto che viene buttato dentro quell’inferno senza essere pronto.
Ed è proprio Norman il nostro punto d’ingresso nel film.
Attraverso i suoi occhi vediamo quanto sia violento quel mondo. Non solo per le battaglie, ma per il modo in cui gli altri lo costringono a cambiare. Norman all’inizio non riesce a sparare, non riesce ad accettare ciò che gli viene chiesto. Wardaddy capisce che, se vuole sopravvivere, quel ragazzo deve perdere in fretta la sua innocenza. E questa è una delle parti più dure del film: Fury non racconta la crescita di un giovane soldato come una bella conquista. La racconta come una perdita.
Brad Pitt regge il film con una prova molto asciutta. Non fa il comandante perfetto. Non cerca di essere amabile. Wardaddy protegge i suoi uomini, ma lo fa con metodi feroci. Sa che la guerra non lascia spazio alla delicatezza. Il rapporto con Norman è quasi paterno, ma in modo disturbante: vuole salvarlo, però per salvarlo deve insegnargli a diventare più spietato.
Jon Bernthal, invece, porta in scena un personaggio sgradevole, ruvido, a tratti difficile da sopportare. Ed è giusto così. Grady non è scritto per piacere. È uno di quegli uomini che la guerra ha trasformato in qualcosa di istintivo, sporco, quasi animale. Bernthal non lo addolcisce e non prova a renderlo simpatico. Lo lascia com’è. E proprio per questo resta impresso.
Shia LaBeouf è un altro elemento forte. Il suo Bible è pieno di contraddizioni: crede, prega, combatte, uccide. La fede non lo rende più puro degli altri, ma gli dà una lingua con cui provare a reggere l’orrore. Non sempre ci riesce, e il film non finge il contrario.
Una delle cose migliori di Fury è il modo in cui usa il carro armato. Non è solo un mezzo militare. È una casa, una gabbia, un rifugio e una tomba possibile. I personaggi vivono ammassati lì dentro, con poco spazio, poca aria e nessuna vera possibilità di fuga. Ogni colpo che arriva dall’esterno sembra poterli cancellare. Ogni missione può essere l’ultima.
Le scene di battaglia sono tese e molto fisiche. David Ayer non cerca una guerra bella da guardare. Cerca una guerra pesante. Il rumore dei colpi, il fango, il metallo, il panico, i corpi: tutto serve a dare la sensazione di essere chiusi in un posto dove anche respirare diventa difficile.
Il finale è forse la parte più discussa. L’equipaggio si ritrova bloccato, in inferiorità totale, costretto a resistere contro un numero enorme di nemici. C’è chi lo trova potentissimo e chi lo considera un po’ troppo eroico rispetto al tono più crudo del resto del film. Però funziona, perché porta al limite il legame tra quegli uomini. Dopo tutto quello che hanno attraversato, Fury non è più solo il nome del carro armato. È l’unico mondo che gli resta.
Il film ebbe anche un buon risultato al botteghino. Costato circa 68 milioni di dollari, incassò oltre 200 milioni nel mondo. Non era un cinecomic, non era un franchise, non aveva supereroi o mostri digitali. Era un film di guerra adulto, duro, con un cast forte e una storia molto semplice: cinque uomini dentro un carro armato, circondati da una guerra ormai alla fine, ma ancora capace di uccidere senza pietà.
Rivederlo oggi ha senso perché Fury non è invecchiato male. Certo, ha qualche momento più caricato e non sempre evita l’enfasi. Però resta un film solido, interpretato bene e capace di lasciare addosso una sensazione scomoda. Non ti fa uscire dalla visione con l’idea romantica della guerra. Ti lascia piuttosto con il senso di quanto possa distruggere chiunque, anche chi sopravvive.
Per questo vale la pena recuperarlo prima che lasci Prime Video. Non è una visione leggera, e forse non è il film giusto per una serata rilassata. Ma se cercate un racconto bellico intenso, sporco e interpretato con grande energia, Fury merita ancora attenzione.
Secondo voi Fury è uno dei migliori film di guerra moderni o la sua durezza finisce per essere troppo insistita? Scrivetelo nei commenti.
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