George Clooney ha approfittato del Leone d’Oro alla carriera ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia per parlare di qualcosa che va ben oltre il cinema: l’intelligenza artificiale, i deepfake e il futuro dell’informazione. L’attore e regista americano ha detto di essere molto preoccupato da una tecnologia che sta rendendo sempre più difficile capire se un’immagine, un video o una dichiarazione siano autentici oppure costruiti artificialmente.
Clooney è arrivato a Venezia per ricevere uno dei riconoscimenti più importanti della sua carriera. La Biennale gli ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera durante l’apertura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, celebrando quasi trent’anni di rapporto con il festival e una carriera passata tra recitazione, regia, produzione e impegno pubblico.
Durante l’incontro con la stampa, però, Clooney non si è limitato ai ricordi.
Ha raccontato di aver parlato anche con persone che lavorano direttamente allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e di non essere affatto convinto che esistano già strumenti sufficienti per controllarne gli effetti. La sua preoccupazione riguarda soprattutto la possibilità di creare immagini e video falsi sempre più credibili, al punto da rendere complicato capire cosa sia realmente accaduto.
Il problema, secondo lui, non riguarda solamente Hollywood.
Se diventa semplice costruire un video realistico nel quale una persona sembra dire qualcosa che non ha mai pronunciato, le conseguenze possono essere molto più serie di un attore digitale inserito in un film. Entrano in gioco la politica, il giornalismo e la fiducia che abbiamo nelle immagini che vediamo ogni giorno.
Clooney ha persino scherzato sulla possibilità che, dopo la sua morte, qualcuno possa utilizzare digitalmente il suo volto per fargli fare cose che non avrebbe mai accettato. Dietro la battuta, però, c’è una domanda che Hollywood sta discutendo da anni: chi controlla l’immagine di un attore quando l’intelligenza artificiale è in grado di riprodurla quasi perfettamente?
Il discorso si è poi allargato al giornalismo.
Clooney conosce bene l’argomento. Nel 2005 presentò proprio a Venezia Good Night, and Good Luck, il film da lui diretto sul giornalista Edward R. Murrow e sul confronto con il senatore Joseph McCarthy. Più di vent’anni dopo, secondo l’attore, il problema dell’indipendenza dell’informazione si presenta sotto forme nuove.
«I più ricchi del mondo attualmente sono proprietari del Washington Post, di Twitter e della maggior parte delle fonti delle nostre informazioni: è preoccupante», ha osservato, facendo riferimento alla concentrazione di mezzi di comunicazione e piattaforme nelle mani di grandi miliardari. Ha però aggiunto che, nonostante questa situazione, esiste ancora spazio per un giornalismo serio.
Il riferimento è inevitabilmente a figure come Jeff Bezos, proprietario del Washington Post, ed Elon Musk, proprietario di X, la piattaforma precedentemente chiamata Twitter.
Per Clooney il rischio nasce dall’unione di due fenomeni: da una parte una quantità enorme di informazioni controllate da pochissime persone, dall’altra strumenti tecnologici capaci di produrre contenuti falsi con una qualità sempre maggiore.
Se le due cose continuano a crescere insieme, riconoscere una notizia affidabile può diventare sempre più complicato.
L’attore ha parlato anche della concentrazione nell’industria cinematografica, mostrando preoccupazione per le grandi fusioni tra gruppi mediatici e per le possibili conseguenze sui posti di lavoro. Negli stessi giorni ha inoltre difeso Mark Ruffalo, sostenendo il diritto dell’attore a esprimere pubblicamente le proprie opinioni sulle operazioni societarie che stanno ridisegnando Hollywood.
Il tema dell’intelligenza artificiale ha assunto un peso particolare proprio durante questa edizione di Venezia. Anche Danny Boyle, arrivato al festival con Ink, film dedicato all’ascesa di Rupert Murdoch nel mondo della stampa britannica, ha espresso timori sul modo in cui l’IA potrebbe indebolire ulteriormente il ruolo del giornalismo come controllo del potere.
Clooney non si presenta comunque come qualcuno convinto che la tecnologia debba essere semplicemente fermata. Il suo timore riguarda soprattutto l’assenza di regole abbastanza efficaci mentre gli strumenti diventano ogni mese più potenti.
Il cinema può probabilmente convivere con l’intelligenza artificiale e perfino utilizzarla. La questione diventa molto più delicata quando la stessa tecnologia può convincerci che una persona abbia detto, fatto o visto qualcosa che in realtà non è mai accaduto.
Per un attore che ha dedicato uno dei suoi film più importanti proprio alla libertà di stampa e alla responsabilità del giornalismo, non è difficile capire perché questo argomento gli stia particolarmente a cuore.
Tu sei preoccupato come George Clooney per i deepfake e l’intelligenza artificiale? Pensi che tra qualche anno riusciremo ancora a distinguere facilmente un video autentico da uno creato al computer? Scrivicelo nei commenti.


