Giancarlo Giannini ha visto Odissea di Christopher Nolan e non gli è piaciuta. Lo ha detto senza girarci intorno: «L’Odissea non mi è piaciuta, anche se è un film grosso. È meglio leggersi Omero». Una frase che farà arrabbiare parecchi fan di Nolan, ma che personalmente trovo difficile liquidare come nostalgia da vecchia scuola.
Perché il problema del film, almeno per noi, è esattamente quello che Giannini lascia intendere: è enorme, bellissimo da guardare, tecnicamente impressionante, ma molto più povero nella scrittura, nei dialoghi e nella profondità dei personaggi di quanto ci si aspetterebbe da un adattamento di Omero.
E il confronto diventa ancora più impietoso se si torna all’Odissea televisiva del 1968 di Franco Rossi, con Bekim Fehmiu e Irene Papas. Una produzione infinitamente meno potente dal punto di vista tecnico, eppure ancora oggi capace di restituire meglio il senso del viaggio, del mito e soprattutto dei personaggi. RaiPlay la definisce uno degli sceneggiati di maggior successo della Rai e ricorda che fu anche la prima grande produzione televisiva italiana realizzata a colori.
«È meglio leggersi Omero»: Giannini non salva Nolan
Giannini ha spiegato di frequentare ormai pochissimo le sale cinematografiche. Alla domanda su cosa riesca ancora a convincerlo ad andare al cinema, la risposta è stata secca: praticamente nulla.
«Conosco tutti i trucchi», ha detto. Poi è arrivata la stoccata a Nolan: «L’Odissea non mi è piaciuta, anche se è un film grosso. È meglio leggersi Omero».
Potrebbe sembrare una provocazione, ma dentro quella frase c’è molto del problema del film.
Nolan ha fatto un’opera enorme. Navi, mare, battaglie, paesaggi, effetti pratici, IMAX e una quantità di immagini costruite per schiacciare lo spettatore contro la poltrona.
Funziona? Visivamente sì.
Ma Omero non è diventato Omero perché sapeva descrivere bene una nave.
L’Odissea vive di identità, memoria, inganno, paura, desiderio, nostalgia, fedeltà, superbia e perdita. Ulisse dovrebbe essere uno dei personaggi più affascinanti che si possano mettere sullo schermo. Nel film di Nolan, invece, spesso ho avuto la sensazione di vedere un protagonista trascinato da una grande sequenza alla successiva, senza che la sceneggiatura riuscisse sempre a dare lo stesso peso al suo percorso interiore.
È una critica che non arriva soltanto da chi il film non l’ha apprezzato. Anche Emily Wilson, una delle studiose e traduttrici contemporanee più autorevoli dell’Odissea, ha contestato alcune scelte dell’adattamento e la minore profondità riservata ad aspetti centrali del poema.
«Abbiamo perso la semplicità»: forse Giannini ha centrato il problema
Giannini allarga poi il discorso al cinema contemporaneo.
Parlando degli attori italiani dice che «sono i più fantasiosi» e riconosce che abbiamo ancora bravi registi. Subito dopo, però, aggiunge una frase che vale più di molte analisi: «Abbiamo perso la semplicità. Recuperiamola e vedrai che diventeremo ancora migliori».
Semplicità non significa fare cinema povero.
Significa ricordarsi che prima del formato, degli effetti e della tecnologia viene la storia.
E proprio su Odissea il discorso diventa interessante, perché Nolan sembra aver fatto il percorso opposto. Ogni elemento del film comunica grandezza. Ogni sequenza vuole sembrare definitiva. Ogni immagine deve ricordarci che stiamo assistendo a un grande evento cinematografico.
Dopo un po’, però, viene spontaneo chiedersi se il film voglia emozionarci o impressionarci.
Sono due cose diverse.
Il confronto con l’Odissea del 1968 fa male a Nolan
Basta tornare allo sceneggiato Rai del 1968 per capire cosa intendo.
L’Odissea di Franco Rossi era composta da otto puntate e aveva Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas in quello di Penelope. Alcune sequenze furono affidate anche a Mario Bava e Piero Schivazappa, mentre la produzione internazionale fu organizzata da Dino De Laurentiis.
Non aveva bisogno di travolgerti ogni dieci minuti.
Aveva tempo.
Tempo per Ulisse, tempo per Penelope, tempo per Telemaco, tempo per far percepire la distanza da Itaca. Il viaggio sembrava lungo perché veniva raccontato come un’esperienza che trasformava lentamente il protagonista, non soltanto come una sequenza di ostacoli da superare.
Bekim Fehmiu aveva inoltre qualcosa che nell’Ulisse di Nolan ho sentito molto meno: mistero.
Era intelligente, ambiguo, duro, vulnerabile, capace di mentire e allo stesso tempo di portarsi addosso una stanchezza quasi fisica.
Persino con gli effetti speciali del 1968, inevitabilmente datati, certe sequenze possiedono ancora una forza particolare. Il Polifemo supervisionato da Mario Bava non può competere tecnicamente con una produzione da centinaia di milioni di dollari, ma quella versione non viveva sulla necessità di stupire continuamente.
Viveva sul racconto.
Ed è forse per questo che, a quasi sessant’anni di distanza, continua a essere ricordata con enorme affetto.
«Mancano le belle storie»
Giannini è ancora più netto poco dopo.
Alla domanda se il problema del cinema moderno siano le storie oppure la distribuzione, risponde: «Tutti e due».
Poi aggiunge: «La distribuzione è pessima, secondo me, anche perché continuano a chiudere i cinema. E poi mancano le belle storie. Senza, tutto diventa molto banale».
Questa frase applicata a Nolan farà probabilmente partire una guerra nei commenti.
Però vale la pena discuterne.
Odissea non è certamente priva di storia. Sarebbe assurdo dirlo, visto che parte da una delle storie più importanti mai raccontate.
Il paradosso è un altro: avere Omero a disposizione non garantisce automaticamente una grande sceneggiatura.
Puoi prendere materiale straordinario e adattarlo in maniera più debole.
Il film di Nolan ha idee, spettacolo e ambizione, ma alcuni dialoghi sono sorprendentemente funzionali. I personaggi secondari entrano ed escono senza sempre lasciare una traccia proporzionata alla loro importanza. Alcuni rapporti sono suggeriti più che sviluppati.
E alla fine del film ricordavo molto meglio alcune immagini che le persone che le abitavano.
Per un adattamento dell’Odissea, non mi sembra esattamente un complimento.
Giannini salva Spielberg e Wim Wenders, e si capisce perché
Giannini cita soltanto due film recenti che lo hanno convinto.
Uno è The Fabelmans di Steven Spielberg, che definisce «semplicissimo ma bellissimo». L’altro è Perfect Days di Wim Wenders, la storia di un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo.
Due film lontanissimi dall’Odissea di Nolan.
Uno racconta un ragazzo che scopre il cinema osservando la propria famiglia. L’altro segue la quotidianità quasi rituale di un uomo apparentemente qualunque.
Nessuno dei due ha bisogno di urlare continuamente la propria importanza.
Ed è probabilmente proprio questo che Giannini cerca ancora al cinema.
«Mi annoio e non ci vado»
La frase più feroce arriva quasi distrattamente.
«Solo perché sono un attore devo andare al cinema? Mi annoio e non ci vado».
A 84 anni, dopo Visconti, Wertmüller, Monicelli, Scola, Bond, Hollywood, Al Pacino e una carriera impossibile da riassumere in poche righe, Giannini può permettersi di dirlo.
Non significa che abbia automaticamente ragione su ogni film contemporaneo.
Sul nuovo Odissea, però, personalmente mi trovo molto vicino alla sua posizione.
Nolan ha realizzato un film bellissimo esteticamente e gigantesco produttivamente, ma la grandezza tecnica non può diventare un lasciapassare per ignorare una sceneggiatura meno ricca del materiale che sta adattando.
La versione del 1968 aveva mezzi infinitamente inferiori.
Aveva però qualcosa che oggi costa pochissimo e vale moltissimo: tempo per raccontare bene una storia e fiducia nei personaggi.
Giannini dice che sarebbe meglio leggere Omero.
Aggiungerei un’alternativa: recuperate anche l’Odissea del 1968.
Poi possiamo riparlarne.
Voi siete d’accordo con Giancarlo Giannini oppure considerate l’Odissea di Christopher Nolan un grande film? E soprattutto: avete mai visto la versione Rai del 1968? Scrivetecelo nei commenti.


