Massimo Giletti torna stasera su Rai 3 con “Mussolini. Le verità nascoste”, uno speciale dedicato alle ultime ore di Benito Mussolini e ai misteri che ancora circondano la sua morte. L’appuntamento è per oggi, 8 giugno 2026, alle 21.15, e già dal titolo si capisce l’ambizione: non fare il solito riassunto scolastico degli ultimi giorni del fascismo, ma rimettere in fila dubbi, documenti, testimonianze e piste rimaste sospese.
Il tema è di quelli che in Italia fanno discutere appena pronunci il nome. Mussolini non è un personaggio qualsiasi della nostra storia. È stato il fondatore del fascismo, il capo di un regime autoritario, l’uomo delle leggi liberticide, della repressione politica, dell’alleanza con Hitler e delle leggi razziali. Questo non si può cancellare e non va addolcito. Però raccontare la sua fine, i punti oscuri, le versioni discordanti e il contesto di quei giorni non significa fare nostalgia. Significa fare storia, se la si fa con metodo.
E Giletti, almeno nelle intenzioni dello speciale, sembra voler entrare proprio lì: non nel culto del personaggio, ma nella zona grigia delle sue ultime ore.
Le ultime ore del Duce e una morte ancora discussa
La morte di Benito Mussolini viene raccontata da decenni come uno dei momenti simbolici della fine del fascismo e della guerra civile italiana. La fuga da Milano, il tentativo di raggiungere la Svizzera, l’arresto a Dongo, l’esecuzione, l’esposizione dei corpi a Piazzale Loreto. Sono immagini e passaggi entrati nella memoria collettiva, anche per chi non ha mai aperto un manuale oltre la terza superiore. E qui mi fermo prima di fare il professore con la giacca di velluto, perché già mi vedo.
Lo speciale di Giletti vuole però chiedere una cosa precisa: conosciamo davvero tutta la verità su quelle ore? La Rai parla di immagini d’archivio, testimonianze, ricostruzioni storiche e documenti inediti. Il cuore dell’inchiesta sembra essere questo: capire se dietro la morte di Mussolini ci siano stati elementi politici più complessi rispetto alla versione più nota.
Tra i temi annunciati spunta anche l’ombra di Winston Churchill. Secondo alcune ipotesi, il premier britannico avrebbe avuto interesse a recuperare o far sparire un presunto carteggio con Mussolini. Lettere, rapporti, contatti diplomatici: materiale che, se esistito davvero nei termini raccontati da certe ricostruzioni, avrebbe potuto creare imbarazzo. Il condizionale è obbligatorio, perché su questo terreno bisogna muoversi con i piedi ben piantati. Le teorie sono tante, le prove vanno pesate, e non tutto ciò che è misterioso diventa automaticamente vero.
Il nodo del carteggio Churchill-Mussolini
Il presunto carteggio tra Churchill e Mussolini è uno di quei temi che sembrano usciti da un thriller storico. Documenti scomparsi, servizi segreti, partigiani, inglesi, valigie, oro, fuga, morte improvvisa. Manca solo una cantina buia con una lampadina che dondola e siamo dentro un film di spionaggio anni Settanta.
Proprio per questo è un argomento perfetto per la televisione, ma anche pericoloso. Perché basta pochissimo per passare dall’inchiesta alla suggestione. Giletti dovrà essere bravo a tenere insieme ritmo televisivo e cautela storica. Una docu-inchiesta può porre domande forti, ma non dovrebbe vendere come certezza ciò che resta ipotesi.
Il fascino del tema, però, è evidente. Se Mussolini stava scappando con documenti compromettenti, se davvero qualcuno voleva mettere le mani su quel materiale, allora la sua morte non sarebbe solo l’ultimo atto di un dittatore in fuga, ma anche un episodio dentro una partita internazionale più ampia. È questa possibilità a rendere la storia ancora oggi così magnetica.
Non perché Mussolini debba essere riabilitato. Questo sarebbe un errore storico e morale. Ma perché anche la fine di un dittatore può avere dettagli non chiariti. E la storia, quando è seria, non ha paura dei dettagli.
L’oro di Dongo: il tesoro che alimenta leggende da ottant’anni
Altro tema annunciato è il cosiddetto oro di Dongo, cioè il patrimonio che Mussolini e i gerarchi avrebbero portato con sé durante la fuga. Oro, valori, gioielli, denaro, documenti. Anche qui siamo in una zona piena di racconti, accuse, piste e versioni diverse.
Il problema dell’oro di Dongo è che ha tutto per diventare leggenda popolare: un regime che crolla, un capo in fuga, un tesoro, una cattura, una morte violenta e poi il dubbio su che fine abbia fatto ciò che viaggiava con lui. È materiale narrativo potentissimo. Però è anche storia italiana, quindi va trattata senza la tentazione del romanzo d’appendice.
Giletti ha sempre avuto un modo molto televisivo di affrontare i casi: tensione, ritmo, faccia a faccia, domanda secca, voglia di riaprire dossier che sembravano chiusi. Su un tema come Mussolini, questo può essere efficace. Ma serve equilibrio. Perché il rischio è trasformare un nodo storico in una puntata da “chi ha preso il tesoro?”. E sarebbe riduttivo.
Parlare di Mussolini senza santificarlo e senza semplificarlo
La cosa più interessante dello speciale può essere proprio questa: parlare del Duce senza ridurlo a una figurina. Mussolini fu un dittatore e il fascismo fu un regime che tolse libertà, perseguitò oppositori, portò l’Italia dentro una guerra disastrosa e si rese responsabile di pagine vergognose. Questo è il quadro. Non si scappa.
Detto ciò, raccontare Mussolini solo come un mostro da cartolina non aiuta nemmeno a capire perché sia esistito, perché abbia sedotto milioni di italiani, perché sia rimasto così presente nell’immaginario nazionale e perché la sua fine continui a generare domande. La storia non migliora se la rendiamo più piatta. Migliora se la guardiamo in faccia.
In questo senso, uno speciale come quello di Giletti può avere valore se riesce a fare una cosa: separare la curiosità storica dalla nostalgia politica. Indagare non significa assolvere. Ricostruire non significa celebrare. Chiedere se ci siano verità nascoste non significa trasformare Mussolini in una vittima romantica della storia.
Significa, più semplicemente, accettare che il passato italiano è ancora pieno di nervi scoperti.
Perché questa puntata farà discutere
È quasi certo che “Mussolini. Le verità nascoste” farà discutere. Ci sarà chi dirà che non bisognava dedicare una prima serata Rai al Duce. Ci sarà chi accuserà la trasmissione di revisionismo prima ancora di vederla. Ci sarà chi, al contrario, la prenderà come una specie di risarcimento simbolico. E poi ci sarà il pubblico più curioso, quello che vuole capire se davvero ci siano documenti nuovi, testimonianze forti o soltanto una confezione televisiva ben costruita.
Il punto è che Mussolini, in Italia, non è mai solo Mussolini. È sempre anche il modo in cui il Paese guarda se stesso. Le ferite della guerra, la memoria del fascismo, l’antifascismo, le rimozioni familiari, le nostalgie private, le polemiche pubbliche. Ogni volta che si riapre quella pagina, si riapre anche una discussione su chi siamo stati e su cosa vogliamo ricordare.
Giletti stasera prova a entrare in uno dei territori più sensibili della nostra storia recente. Se riuscirà a farlo con documenti, ritmo e prudenza, la puntata potrà essere interessante. Se invece scivolerà nella suggestione facile, il rischio polemica sarà enorme.
Una cosa però è certa: ottant’anni dopo, la fine di Mussolini continua a far parlare. E forse questo, più di tutto, dimostra quanto la storia italiana non sia mai davvero chiusa in un archivio.
Secondo voi è giusto riaprire in prima serata i misteri sulla morte di Mussolini o certi temi rischiano sempre di diventare revisionismo televisivo? Scrivetelo nei commenti.
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