Gioia mia è in questi giorni il film più visto su Netflix Italia, e se ti stai chiedendo come abbia fatto un piccolo dramma siciliano a 90 minuti a scalare la classifica davanti a produzioni internazionali ben più pompose, la risposta sta probabilmente nella sua sincerità. Margherita Spampinato, alla sua opera prima dietro la cinepresa, non ha inventato niente: ha raccontato la propria infanzia, quella vissuta tra le estati romane e i mesi siciliani trascorsi in casa di parenti che la crescevano secondo regole che a Roma nessuno seguiva più.
L’infanzia vera dietro la storia di Nico
Nico, il protagonista del film, è un bambino di undici anni cresciuto a Roma in una famiglia moderna, laica, senza troppe regole, immerso nel telefono e completamente a suo agio nel mondo contemporaneo. Quando la babysitter Violetta deve sposarsi e i genitori non sanno a chi affidarlo per l’estate, Nico finisce spedito in Sicilia, ospite della anziana zia Gela, una signorina religiosa praticante che vive in un palazzo antico senza wifi e senza aria condizionata.
Spampinato ha raccontato in diverse interviste quanto questa premessa narrativa nasca da un’esperienza personale. Cresciuta a Roma in una famiglia molto politicizzata e laica, da bambina veniva mandata d’estate in Sicilia dalle cugine della nonna, due signorine super cattoliche che credevano agli spiriti, la portavano in chiesa, le insegnavano le buone maniere e la facevano fare il pisolino pomeridiano. Un mondo completamente diverso da quello in cui cresceva il resto dell’anno, fatto di superstizione, religiosità e ritmi lentissimi rispetto alla quotidianità romana.
La regista ha dichiarato che il film è completamente ispirato ai cugini di sua nonna, alle loro amiche e anche a sua madre, sottolineando come la Sicilia raccontata in Gioia mia sia fatta di ricordi reali, non di invenzioni costruite a tavolino. Persino il personaggio di Gela, la zia anziana al centro della storia, esiste davvero nella memoria della regista. Quella che sullo schermo sembra una figura quasi mitologica, capace di muoversi tra fede cattolica e superstizione pagana con la stessa naturalezza, era una presenza concreta nell’infanzia di Spampinato.
Il bambino che era già stato Rocco Siffredi
A interpretare Nico è Marco Fiore, nato nel 2012, che il pubblico italiano aveva già visto in un ruolo decisamente diverso: era Rocco Siffredi da bambino nella serie Supersex, la produzione Netflix dedicata alla storia del celebre attore del cinema per adulti italiano. Un curriculum precoce e singolare per un attore così giovane, che passa da interpretare l’infanzia di una delle figure più chiacchierate dello spettacolo italiano a quella di un bambino qualunque alle prese con un’estate fuori dal proprio mondo.
Accanto a lui c’è Aurora Quattrocchi nel ruolo di Gela, attrice con una lunga carriera tra cinema e teatro che ha attraversato titoli come I cento passi, Nuovomondo e Anime nere. La dinamica tra i due protagonisti costruisce il cuore della storia: un percorso graduale in cui un bambino insofferente, immerso nella tecnologia e nei ritmi della modernità, si trova ad apprendere quello che la regista stessa ha definito intelligenza sentimentale, quella tipica del mondo femminile in cui Nico viene improvvisamente immerso.
Un trionfo che nessuno si aspettava
Quello che rende la storia di Gioia mia ancora più interessante è il percorso di riconoscimenti che il film ha collezionato prima ancora di arrivare su Netflix. Tutto è partito dal Festival di Locarno, dove il film fu presentato nella sezione Cineasti del Presente nell’agosto del 2025, vincendo il Premio Speciale della Giuria e il Pardo per la migliore interpretazione femminile assegnato ad Aurora Quattrocchi.
Uscito nelle sale italiane l’11 dicembre 2025 con la distribuzione di Fandango, il film ha continuato a raccogliere consensi: il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani lo ha designato Film della Critica, descrivendolo come un esordio capace di costruire una storia ad altezza di bambino in cui la religione convive con la superstizione e gli elementi magici richiamano un cinema d’altri tempi, quello dell’infanzia di chi lo guarda. Alla 71esima edizione dei David di Donatello, celebrata il 6 maggio 2026, il film ha portato a casa due statuette pesantissime: miglior esordio alla regia per Spampinato e miglior attrice protagonista per Quattrocchi.
Spampinato, ricevendo il premio, ha condiviso il riconoscimento con il direttore della fotografia Claudio Cofrancesco, sottolineando il lavoro corale dietro un film che lei stessa ha definito una sorpresa enorme. In un’intervista ha raccontato che realizzare Gioia mia è stato come ritrovare il piacere infantile di giocare con gli altri, aggiungendo che nessuno della troupe si aspettava una simile quantità di riconoscimenti.
Dalla Sicilia di provincia a Cannes
Il percorso del film non si è fermato ai David. Spampinato ha ricevuto l’Emerging Talent Award nell’ambito del programma Women in Motion della Kering Foundation, premio che le è stato consegnato da Julianne Moore durante il Festival di Cannes 2026. Un riconoscimento dedicato alle autrici che firmano la propria opera prima, che ha portato la regista palermitana, laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di Roma, su uno dei palcoscenici più prestigiosi del cinema mondiale.
Spampinato non viene da una famiglia di cinema, come ha raccontato lei stessa: si innamorò del grande schermo al liceo, frequentando un cineforum dove si vedevano i classici e si girava un cortometraggio ogni anno. Prima di Gioia mia aveva diretto due corti, Tommasina e Segreti, e aveva fatto la segretaria di edizione su vari set, accumulando esperienza prima di trovare la storia giusta per il proprio esordio.
Una Sicilia senza cartoline
Quello che la critica ha sottolineato con maggiore insistenza riguarda lo sguardo che Spampinato porta su una Sicilia lontana dagli stereotipi turistici. Non ci sono spiagge da cartolina né paesaggi da cartolone pubblicitario: c’è una casa antica senza comfort moderni, un’estate molle e silenziosa, una quotidianità fatta di piccoli gesti e di un mondo che sembra fermo a decenni prima rispetto a quello da cui Nico arriva.
La fotografia, costruita su luci soffuse e ambienti sospesi, contribuisce a quella sensazione di nostalgia che molti spettatori hanno riconosciuto come uno degli elementi più riusciti del film. Una nostalgia che non riguarda solo la Sicilia raccontata, ma più in generale un’idea di estate italiana che forse, come hanno osservato diversi critici, non esiste quasi più nemmeno per chi quella Sicilia non l’ha mai vissuta direttamente.
Il successo del film su Netflix dimostra che le storie costruite su ricordi personali, quando raccontate con onestà e senza forzature, riescono a parlare a un pubblico molto più ampio di quello che si potrebbe immaginare guardando la trama sulla carta. Gioia mia non aveva un budget hollywoodiano né nomi internazionali nel cast, eppure è diventato il titolo più visto della piattaforma, segno che certe storie semplici, quando sono vere, funzionano comunque.
Hai già visto Gioia mia su Netflix, e ti sei ritrovato in qualche modo nell’estate di Nico, magari ricordando la tua di bambino spedito da qualche parente per le vacanze?


