Il punto non è soltanto che Le donne della Bibbia sia partita tardi. Il punto è che sempre più spesso la cosiddetta prima serata in tv comincia a un orario che con la vera prima serata ha poco a che fare, e il pubblico ormai si è stancato. Nel caso di lunedì 6 aprile, su Canale 5, la seconda parte della miniserie era attesa attorno alle 21:20/21:30, ma alle 21:45 diversi spettatori stavano ancora scrivendo sui social che il programma non era iniziato. Da lì è partita una protesta chiara, diretta, quasi ovvia: non è normale annunciare un orario e poi far slittare la partenza mentre la gente aspetta davanti alla tv.
I commenti che circolano vanno tutti nella stessa direzione. C’è chi scrive che “l’orario non viene rispettato”, chi dice che “inizia troppo tardi e non è corretto per gli spettatori”, chi fa notare che “sono le 21:45 e ancora deve iniziare”. Sono frasi semplici, ma raccontano benissimo il problema. Il pubblico non sta contestando la serie. Non sta dicendo che Le donne della Bibbia non merita attenzione. Sta dicendo una cosa molto più concreta: se mi annunci una fiction in prima serata, io mi organizzo per quell’orario. Se poi mi fai aspettare ancora, il fastidio è inevitabile.
Qui sotto il post con i commenti degli spettatori.
E infatti la questione pesa ancora di più proprio perché la serie aveva attirato interesse. Non era un titolo qualsiasi buttato lì in un lunedì sera anonimo. Era una proposta forte del periodo pasquale, costruita come evento in due serate, e una parte del pubblico voleva seguirla davvero. Quando succede questo, il ritardo viene percepito quasi come una mancanza di rispetto. Perché chi è lì ad aspettare non è un telespettatore distratto che tiene la tv accesa in sottofondo. È una persona che ha deciso di esserci, che magari ha finito di cenare, ha sistemato casa, si è messa sul divano e si aspetta che il programma parta quando deve partire.
Il punto più irritante, poi, è un altro: Mediaset, come del resto anche altre reti generaliste, continua da anni a spingere sempre più in là l’inizio della serata principale. Si chiama “prima serata”, ma in molti casi somiglia sempre di più a una seconda serata mascherata. Ed è qui che il problema esce dal caso singolo di Le donne della Bibbia e diventa una questione più grande. Perché non si tratta solo di un ritardo di venti minuti o mezz’ora. Si tratta di un’abitudine televisiva che sembra ignorare completamente la vita reale delle persone.
La vita reale, banalmente, è questa: il giorno dopo si lavora. La gente si sveglia presto, prende mezzi, va in ufficio, entra in negozio, accompagna i figli a scuola, ha turni, ha riunioni, ha giornate lunghe. Non tutti possono permettersi di restare davanti alla tv fino a mezzanotte e oltre solo per seguire una miniserie dall’inizio alla fine. E allora viene spontaneo chiedersi: che senso ha continuare a trascinare la partenza dei programmi più attesi sempre più avanti, come se il pubblico fosse composto solo da persone senza sveglia la mattina successiva?
È qui che Mediaset dovrebbe farsi un esame di coscienza. Perché la sensazione è che la rete, nella rincorsa ai traini, alla pubblicità e alla gestione del palinsesto, finisca per perdere di vista una cosa molto semplice: il tempo degli spettatori ha un valore. Se una fiction parte tardi, poi si allunga, poi viene spezzata, poi finisce a un orario assurdo, il messaggio implicito è quasi offensivo. È come se si dicesse al pubblico: arrangiatevi voi. Se volete vederla, aspettate. Se domani siete stanchi, pazienza. E francamente non è un modo brillante di trattare chi tiene in piedi gli ascolti.
La spiegazione tecnica, certo, esiste. La fascia che precede la prima serata viene spesso allungata per sfruttare programmi che fanno bene, per trattenere il pubblico, per inserire pubblicità, per consegnare il programma successivo con una platea ancora più ampia. Sul piano televisivo questa strategia ha una sua logica. Però a un certo punto bisogna anche guardare l’effetto finale. Perché una scelta può essere comprensibile nei corridoi di una rete, ma risultare insopportabile nel salotto di chi guarda. E se ogni volta la sensazione è quella di una serata che parte quando dovrebbe già essere entrata nel vivo, allora il sistema ha qualcosa che non funziona.
Il caso di Le donne della Bibbia lo mostra molto bene. Qui non c’è stata una polemica costruita sul nulla. C’è stato un programma annunciato in una certa fascia oraria e un pubblico che, alle 21:45, aveva ancora la percezione di essere lì ad aspettare. Questa distanza tra l’orario promesso e quello vissuto è il cuore del problema. Perché il pubblico televisivo può anche accettare qualche minuto di slittamento. Quello che non accetta più è l’idea che il concetto di orario sia diventato quasi decorativo, una specie di suggerimento vago invece di un riferimento concreto.
E in effetti questa abitudine rischia di essere controproducente anche per la rete stessa. Perché uno spettatore irritato non è solo uno spettatore che si lamenta online. È anche uno spettatore che, la volta dopo, può decidere di non aspettare più. Può cambiare canale. Può rimandare. Può pensare che tanto non valga la pena organizzarsi per un programma che non parte quando dovrebbe. Alla lunga, questo logora il rapporto di fiducia con il pubblico. E la fiducia, in televisione, conta più di quanto si ammetta.
C’è anche un aspetto quasi paradossale. In un momento storico in cui le reti tradizionali devono fare i conti con streaming, piattaforme on demand e abitudini sempre più personalizzate, continuare a trattare gli orari in modo elastico è una scelta che sembra andare nella direzione opposta rispetto a quella che servirebbe. Oggi il pubblico è abituato a decidere quando iniziare, quando fermarsi, quando riprendere. Se la tv generalista vuole restare competitiva, dovrebbe almeno offrire una certezza minima: se ti dico 21:20, non posso costringerti ad aspettare fino quasi alle dieci per vedere davvero partire la fiction.
Alla fine la protesta per Le donne della Bibbia dice una cosa molto semplice, ma anche molto seria. Gli spettatori non stanno chiedendo miracoli. Stanno chiedendo rispetto. Rispetto per il loro tempo, per le loro abitudini, per il fatto che il giorno dopo molti devono alzarsi presto e non possono vivere la prima serata come se fosse una maratona notturna. Mediaset farebbe bene ad ascoltare questa irritazione invece di archiviarla come il solito sfogo da social. Perché qui non c’è solo un programma partito tardi. C’è una fascia di pubblico che si sente sempre meno considerata. E quando la sensazione diventa questa, il rischio non è il commento arrabbiato. Il rischio è che, prima o poi, quella gente smetta proprio di aspettare.


