Il debutto alla regia di Ben Affleck che nel 2007 sembrò un flop è diventato un cult 18 anni dopo. Il fratello Casey aveva “la faccia da ragazzino” ma vinse l’Oscar 10 anni dopo, e il finale continua a dividere il pubblico.
Sta scalando le classifiche di Netflix Italia in questi giorni, conquistando una nuova generazione di spettatori che scoprono per la prima volta questo thriller dal finale amaro. “Gone Baby Gone” è un film del 2007 che all’epoca passò quasi inosservato nelle sale italiane – incassò appena 74.862 euro, una cifra imbarazzante per un film con un cast che includeva Morgan Freeman ed Ed Harris. Eppure oggi, a 18 anni dall’uscita, la critica lo considera superiore persino a “Mystic River” di Clint Eastwood, nonostante entrambi siano tratti da romanzi dello stesso autore.
Due fratelli, un Oscar ciascuno
La storia di questo film inizia con una scommessa coraggiosa: Ben Affleck, all’epoca conosciuto principalmente come attore (e non sempre per i motivi giusti), decide di mettersi dietro la macchina da presa per la prima volta. E per il ruolo principale sceglie suo fratello minore Casey, un attore ancora poco conosciuto che molti consideravano “troppo acqua e sapone” per interpretare un detective privato dei bassifondi di Boston.
I critici non furono teneri con Casey. “Ha la faccia da ragazzino”, scrissero. “Non è credibile nei panni del duro”, rincararono altri. Eppure Ben credette in lui, affidandogli il ruolo di Patrick Kenzie, un investigatore privato che conosce le strade di Boston come il palmo della mano. Una scelta che si sarebbe rivelata azzeccata, anche se ci vollero anni per capirlo.
Perché esattamente 10 anni dopo, nel 2017, Casey Affleck salì sul palco degli Oscar per ritirare la statuetta come miglior attore protagonista per “Manchester by the Sea”. Quello stesso ragazzo dalla “faccia acqua e sapone” aveva dimostrato a tutti di che pasta era fatto. E Ben? Lui aveva già vinto l’Oscar a soli 25 anni per la sceneggiatura di “Will Hunting – Genio Ribelle”, scritto insieme all’amico Matt Damon. Insomma, i fratelli Affleck sapevano il fatto loro, anche se all’inizio pochi se ne accorsero.
Il film troppo simile al caso Maddie
Ma c’è un altro motivo per cui “Gone Baby Gone” ebbe vita difficile al momento dell’uscita. La trama racconta di una bambina di quattro anni, Amanda McCready, che scompare dal quartiere malfamato di Dorchester a Boston. La madre è una tossicodipendente più interessata alla cocaina che alla figlia, e due detective privati vengono assunti dagli zii per ritrovarla.
Il problema? Il film doveva uscire nelle sale il 19 ottobre 2007. Ma il 3 maggio di quello stesso anno era accaduto qualcosa che sconvolse il mondo: Madeleine McCann, una bambina di tre anni, scomparve da un resort in Portogallo durante una vacanza con i genitori. Il caso divenne immediatamente mediatico, con i telegiornali di tutto il mondo che seguivano ogni sviluppo delle indagini.
La Buena Vista e la Miramax si resero conto che le somiglianze tra la trama del film e il caso reale erano troppe, troppo dolorose. L’uscita nel Regno Unito venne rinviata di otto mesi, dal 19 ottobre 2007 al 6 giugno 2008. Una decisione presa per rispetto, ma che di fatto condannò il film a passare quasi inosservato in Europa. Il momento era sbagliato, le ferite troppo fresche.
Un flop che divenne un capolavoro
I numeri parlano chiaro: “Gone Baby Gone” costò 19 milioni di dollari e ne incassò 34 in tutto il mondo. Non proprio un disastro, ma nemmeno un successo. Negli Stati Uniti debuttò al quinto posto al botteghino, dietro a “Freaky Friday” e altri titoli oggi completamente dimenticati.
Ma in Italia fu un vero e proprio flop. 74.862 euro totali. Per fare un confronto, è quanto incassa un film medio nel primo weekend in una singola città. Il pubblico italiano semplicemente non si presentò in sala. Forse la distribuzione fu sbagliata, forse la promozione insufficiente, forse il passaparola non funzionò. Fatto sta che il film uscì dalle sale dopo poche settimane, destinato all’oblio.
Eppure qualcosa non tornava. Perché su Rotten Tomatoes, il sito che aggrega le recensioni della critica, “Gone Baby Gone” aveva ottenuto un punteggio del 94%. Una percentuale altissima, soprattutto per un film d’esordio. I critici lo amarono, lo definirono un thriller solido, maturo, coraggioso. Alcuni lo paragonarono al lavoro di Clint Eastwood in “Mystic River”, tratto anch’esso da un romanzo di Dennis Lehane. Altri andarono oltre: “Gone Baby Gone è superiore a Mystic River”, scrissero.
La Boston di Ben Affleck
Quello che rese speciale il film fu soprattutto l’ambientazione. Ben Affleck girò a Boston, la città dove era cresciuto (anche se tecnicamente era nato in California). Conosceva quei quartieri, quelle strade, quella gente. E si vedeva in ogni inquadratura.
Nei titoli di coda, Ben ringraziò persino i giocatori dei Boston Red Sox che nel 2004 e nel 2007 vinsero le World Series dopo decenni di attesa. Un dettaglio che potrebbe sembrare insignificante, ma che in realtà dice tutto dell’amore di Affleck per la sua città. Persino il cast rifletteva questo legame: Slaine, rapper underground di Dorchester, interpretò Bubba Rogowski, il trafficante d’armi amico del protagonista. Un volto vero, preso dalla strada, non un attore hollywoodiano.
La fotografia catturò il degrado, la povertà, la violenza quotidiana di quei quartieri. Ma anche la dignità delle persone che ci vivono, il senso di comunità, le lealtà che contano più delle leggi. Ben Affleck non giudicò mai i suoi personaggi, nemmeno i più spregevoli. Li mostrò semplicemente per quello che erano.
Il finale che divide ancora oggi
Ma la vera forza di “Gone Baby Gone” sta nel suo finale. Senza entrare troppo nei dettagli per non rovinare la sorpresa a chi non l’ha ancora visto, il film pone una domanda morale devastante: cosa è davvero giusto per quella bambina?
Nel corso delle indagini, Patrick scopre che la madre Helene (interpretata da Amy Ryan, candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista) è una donna indegna. Tossicodipendente, incapace di prendersi cura della figlia, più interessata alle feste che alla maternità. In una scena straziante verso la fine del film, Patrick si offre di badare ad Amanda mentre Helene esce per un appuntamento. Giocando con la bambina, le chiede della sua bambola preferita. Helene poco prima l’aveva chiamata Mirabelle. Ma la bambina corregge: “Si chiama Annabelle”.
La madre non sapeva nemmeno il nome della bambola della figlia. Un dettaglio minuscolo che dice tutto.
Il detective si trova quindi di fronte a una scelta impossibile: rispettare la legge e riportare Amanda alla madre biologica, condannandola quasi certamente a un’infanzia di abbandono e degrado? Oppure chiudere un occhio e lasciarla con chi l’aveva rapita, ma le garantiva una vita migliore?
Patrick sceglie la legalità. Riporta la bambina alla madre. E la scena finale lo mostra seduto accanto ad Amanda, in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto. Si chiede se ha fatto la cosa giusta. Noi spettatori ce lo chiediamo insieme a lui. Non c’è una risposta facile, non c’è un lieto fine rassicurante.
Questo finale divise (e continua a dividere) profondamente il pubblico. Alcuni lo trovarono coraggioso, altri frustrante. Ma è esattamente questo tipo di ambiguità morale che ha trasformato “Gone Baby Gone” da semplice thriller a opera che fa riflettere.
L’Oscar dietro le quinte
Un altro dettaglio che pochi conoscono: il film venne montato da William Goldenberg, che cinque anni dopo avrebbe vinto l’Oscar per il montaggio di “Zero Dark Thirty”. La sua capacità di selezionare e distribuire le scene, di costruire la tensione, di far esplodere i colpi di scena al momento giusto fu determinante per il successo del film.
E poi c’era il cast. Morgan Freeman nei panni del capitano di polizia Jack Doyle, Ed Harris come detective sul campo, Amy Ryan come madre degenere. Attori di altissimo livello che accettarono di lavorare con un regista esordiente perché credevano nella sceneggiatura, nella storia, nel messaggio.
Dennis Lehane, l’autore del romanzo “La casa buia” da cui è tratto il film, vinse il Premio Dilys per questo libro. I personaggi di Patrick Kenzie e Angela Gennaro (interpretata da Michelle Monaghan) erano i protagonisti di una vera e propria saga letteraria. I fan del romanziere temevano che il film non rendesse giustizia ai loro beniamini. Invece furono piacevolmente sorpresi.
Dalla sala al culto
Oggi, 18 anni dopo, “Gone Baby Gone” è considerato uno dei migliori thriller americani degli anni 2000. Ha trovato su Netflix una seconda vita, conquistando spettatori che nel 2007 erano troppo giovani per vederlo o che semplicemente se lo erano perso.
La lezione? A volte i film hanno bisogno di tempo per essere capiti. A volte escono nel momento sbagliato, con la distribuzione sbagliata, nel paese sbagliato. Ma se hanno qualcosa da dire, prima o poi trovano il loro pubblico.
Ben Affleck dopo questo esordio è diventato un regista stimato, vincendo l’Oscar come miglior film per “Argo” nel 2013. Casey ha costruito una carriera solida, dimostrando che quella “faccia da ragazzino” nascondeva un talento immenso. E “Gone Baby Gone” è passato da flop da 74mila euro in Italia a capolavoro riscoperto su Netflix.
E voi, l’avete già visto? Cosa avreste fatto al posto di Patrick? La legalità o il bene della bambina?



A me piacque molto dalla prima visione. Bravissimi gli attori. Il finale va bene così ma molto doloroso