Gregory Peck non era affatto convinto che la storia de I cannoni di Navarone fosse credibile. Anzi, durante la lavorazione arrivò a considerarla quasi assurda: un piccolo gruppo di uomini capace di infiltrarsi fra i tedeschi, rubare uniformi, ingannare interi reparti e arrivare fino a due giganteschi cannoni apparentemente imprendibili. Eppure proprio quel film, uscito nel 1961 e oggi tornato in tendenza su Netflix, sarebbe diventato uno dei grandi classici del cinema bellico e d’avventura.
Peck lo aveva capito perfettamente: per far funzionare una storia del genere bisognava evitare qualsiasi strizzata d’occhio allo spettatore.
L’attore raccontò che quei commandos sembravano compiere un miracolo dopo l’altro e che, realisticamente, i tedeschi avrebbero avuto centinaia di occasioni per ucciderli molto prima del loro arrivo a Navarone. La soluzione, secondo lui, era una sola: recitare ogni situazione con assoluta serietà, anche nei momenti in cui la vicenda rischiava di sfiorare la parodia.
Aveva ragione.
Perché I cannoni di Navarone funziona ancora oggi proprio grazie a quel contrasto. La missione è enorme, le probabilità di riuscita sono ridicole, ma nessuno dei personaggi sembra sapere di essere dentro un’avventura impossibile.
Una missione inventata che sembra una storia vera
Il film nasce dal romanzo omonimo di Alistair MacLean, pubblicato nel 1957. Columbia acquistò i diritti cinematografici poco dopo e affidò l’adattamento a Carl Foreman, che sarebbe diventato anche produttore del progetto.
La vicenda è ambientata nel 1943.
Circa duemila soldati britannici sono bloccati sull’isola immaginaria di Kheros, nel Mar Egeo. Per evacuarli bisogna attraversare uno stretto controllato da due enormi cannoni tedeschi nascosti nella roccia dell’isola di Navarone. Bombardarli dall’alto non serve e attaccarli dal mare sarebbe un suicidio.
Resta quindi una possibilità: mandare un piccolo gruppo di sabotatori sull’isola.
Gregory Peck interpreta Keith Mallory, esperto alpinista chiamato a guidare la missione dopo l’infortunio del maggiore Franklin. Con lui ci sono l’esperto di esplosivi Miller, interpretato da David Niven, il colonnello greco Andrea Stavros di Anthony Quinn e gli altri membri della squadra.
Navarone, però, non esiste realmente.
Il film utilizza una geografia immaginaria costruita mescolando luoghi reali del Mediterraneo. Gran parte delle riprese esterne venne realizzata sull’isola greca di Rodi, che diventò talmente importante per il film da essere ancora oggi associata alla sua lavorazione.
Anthony Quinn si innamorò di Rodi
Uno degli attori che rimase maggiormente colpito dall’isola fu Anthony Quinn.
Durante i mesi trascorsi sul posto l’attore si innamorò del paesaggio e acquistò un terreno a Rodi. La storia è rimasta così legata alla memoria locale che una piccola insenatura dell’isola è ancora conosciuta come Anthony Quinn Bay. Turner Classic Movies racconta che il nome arrivò proprio come riconoscimento del suo rapporto con Rodi dopo le riprese.
Oggi è una delle curiosità più belle legate al film.
Milioni di turisti visitano quella baia senza sapere necessariamente che dietro il nome c’è l’attore che interpretava Stavros ne I cannoni di Navarone.
Quinn, tra l’altro, trovò anche un modo singolare per gestire le inevitabili tensioni tra tante star riunite sullo stesso set: portò con sé diversi set da scacchi portatili. Gli scacchi diventarono uno dei passatempi principali della troupe e, secondo i racconti dell’epoca, aiutarono persino ad allentare alcune rivalità tra gli attori.
Non che mancassero le piccole guerre personali.
Anthony Quayle considerava Quinn non semplicissimo da gestire, mentre David Niven temeva che Gregory Peck potesse prendersi troppo spazio. Il regista J. Lee Thompson riuscì però a tenere insieme personalità molto diverse e sul set si guadagnò il soprannome di “Mighty Mouse”, proprio per la capacità di mantenere il controllo nonostante fosse fisicamente minuto rispetto ad alcune delle star che dirigeva.
Il regista arrivò quasi all’ultimo momento
J. Lee Thompson, incredibilmente, non era neppure il regista scelto inizialmente.
La produzione aveva affidato il progetto ad Alexander Mackendrick, noto per La signora omicidi, ma i rapporti con Carl Foreman si deteriorarono e Mackendrick venne allontanato poco prima dell’inizio delle riprese. Dopo ulteriori cambiamenti, la regia passò a Thompson.
La decisione poteva trasformarsi in un disastro.
Thompson aveva pochissimo tempo per entrare dentro una produzione enorme, con location complicate, un cast internazionale e scene d’azione molto costose. Il risultato fu invece così convincente che ottenne una candidatura all’Oscar come miglior regista. Gregory Peck rimase talmente soddisfatto da proporgli, ancora prima della fine delle riprese, di dirigere il suo film successivo, Il promontorio della paura.
Thompson aveva inoltre un metodo piuttosto particolare.
Anthony Quinn ricordò che il regista non amava pianificare ogni dettaglio allo stesso modo e poteva inventare piccoli gesti o caratteristiche dei personaggi direttamente durante la lavorazione. A Peck assegnò per esempio la pipa, a Quinn il coltello da maneggiare minacciosamente e a Niven il continuo lavoro sugli esplosivi.
Piccoli dettagli che ancora oggi fanno sembrare i personaggi immediatamente riconoscibili.
David Niven e una lavorazione molto più dura del previsto
Le riprese furono tutt’altro che comode.
Alcune zone utilizzate dalla troupe erano talmente difficili da raggiungere che materiali e persone dovevano essere trasportati anche con gli asini. La produzione coinvolse inoltre circa mille soldati greci, utilizzati come comparse per interpretare i militari tedeschi.
David Niven aveva poi un rapporto particolarmente interessante con il film.
Il suo personaggio appartiene alla Light Infantry e Niven aveva realmente servito nell’esercito britannico durante la Seconda guerra mondiale. Non stava quindi interpretando un mondo completamente estraneo alla sua esperienza personale.
La stampa britannica non resistette comunque alla tentazione di scherzare sull’età degli interpreti, soprannominando il film qualcosa di simile a “la banda di anziani va in guerra”.
L’ironia oggi fa sorridere: Peck aveva 44 anni durante le riprese, Niven poco più di 50 e Quinn 45. Per gli standard attuali non sembrerebbero certo un gruppo di pensionati mandato al fronte.
I cannoni erano falsi, ma la loro distruzione fu enorme
La sequenza dei giganteschi cannoni è uno dei motivi per cui il film impressionò così tanto gli spettatori nel 1961.
Ovviamente non esisteva una vera installazione tedesca scavata dentro Navarone. Gli effetti furono però costruiti con un’ambizione notevole.
Per realizzare l’esplosione finale venne costruita una grotta a grandezza naturale agli Shepperton Studios, accompagnata da altre tre riproduzioni in scala. Una di queste, nonostante fosse solo un quinto delle dimensioni teoriche, raggiungeva comunque l’altezza di circa sei piani. La distruzione venne ripresa utilizzando sei macchine da presa contemporaneamente, perché un’esplosione del genere non poteva semplicemente essere rifatta il giorno dopo.
Era cinema spettacolare prima dell’era digitale.
Miniature, scenografie, esplosioni fisiche, montaggio e trucchi ottici dovevano convincere lo spettatore che davanti ai protagonisti ci fosse una fortificazione militare gigantesca.
Il lavoro venne premiato.
Alla cerimonia degli Oscar del 1962 I cannoni di Navarone ottenne sette candidature, comprese miglior film, regia, sceneggiatura adattata, montaggio, colonna sonora e sonoro. Vinse proprio l’Oscar per i migliori effetti speciali, assegnato a Bill Warrington per la parte visiva e Vivian C. Greenham per quella sonora.
Per un film d’avventura bellica era un riconoscimento enorme.
Gregory Peck non parlava il tedesco del suo personaggio
Mallory è stato scelto per una missione del genere anche perché dovrebbe conoscere perfettamente diverse lingue.
Peck, però, non era altrettanto poliglotta.
Le battute in tedesco del personaggio vennero doppiate da Robert Rietty, attore e doppiatore specializzato proprio nel lavoro sulle lingue e sugli accenti. È una di quelle cose praticamente impossibili da notare guardando normalmente il film, proprio perché il doppiaggio venne integrato con grande attenzione.
Peck continuava invece a divertirsi con l’assurdità della storia.
In privato descriveva I cannoni di Navarone quasi come una combinazione tra una storia sentimentale e una comica dei Keystone Cops. Arrivò perfino a proporre a Carl Foreman una lettura scherzosa dei rapporti tra i protagonisti, immaginando legami sentimentali nascosti tra gli uomini della squadra. Foreman rispose entrando nel gioco.
Questo rende ancora più curioso il risultato finale.
Gli attori sapevano perfettamente quanto fosse improbabile l’avventura che stavano raccontando. Sullo schermo, però, non la trattano mai come una barzelletta.
Anche il casting avrebbe potuto essere completamente diverso
Prima di arrivare a Peck, Niven e Quinn, la produzione valutò moltissimi nomi.
Nei primi anni di sviluppo comparve addirittura Alec Guinness, mentre la stampa dell’epoca fece circolare anche Cary Grant, William Holden, Peter Finch, John Mills e Jack Palance. Carl Foreman ricevette talmente tante proposte dagli agenti da arrivare a chiedere esplicitamente di non essere contattato fino al completamento della sceneggiatura: voleva scegliere gli attori in funzione dei personaggi, non riscrivere i personaggi in funzione delle star disponibili.
Pensare oggi a Cary Grant al posto di Gregory Peck rende bene quanto sarebbe potuto cambiare il tono del film.
Anche la location inizialmente prevista era diversa. In una delle prime fasi il progetto avrebbe dovuto essere girato addirittura in Nuova Zelanda, molto prima che Rodi diventasse inseparabile dall’immaginario di Navarone.
Fu un successo enorme, non soltanto un classico diventato famoso dopo
A volte i vecchi film acquistano prestigio decenni dopo un’accoglienza iniziale mediocre.
Non è questo il caso.
I cannoni di Navarone fu un grande successo già nel 1961. L’American Film Institute ricorda che venne accolto molto bene sia dalla critica sia dal pubblico e che nel Regno Unito si avvicinò a superare Il ponte sul fiume Kwai come uno dei maggiori successi cinematografici mai distribuiti fino a quel momento.
Negli Stati Uniti The Numbers attribuisce al film circa 28,9 milioni di dollari di incasso domestico, una cifra enorme rapportata all’epoca.
La produzione durava inoltre 157 minuti, quasi due ore e quaranta. Nonostante questo, riuscì ad attirare un pubblico vastissimo senza bisogno di supereroi, universi condivisi o sequel già annunciati prima dell’uscita.
La forza era proprio nella missione.
Un gruppo ristretto di uomini, una scadenza quasi impossibile, un’isola occupata dai nazisti, tradimenti, arrampicate, tempeste, esplosivi e due cannoni da distruggere prima che sia troppo tardi.
Una struttura che sarebbe stata copiata e reinterpretata per decenni.
Dopo oltre sessant’anni continua a funzionare
Rivedere oggi I cannoni di Navarone su Netflix significa inevitabilmente incontrare un cinema diverso da quello contemporaneo.
Il ritmo è più paziente. I personaggi discutono, litigano e mettono in dubbio le proprie scelte. La guerra non è soltanto una sequenza di sparatorie e nemmeno i protagonisti vengono presentati come macchine invincibili.
Poi naturalmente arrivano anche i momenti impossibili che facevano sorridere Gregory Peck.
Cinque o sei uomini penetrano in un’isola controllata dai tedeschi, sfuggono a pattuglie, affrontano tradimenti, rubano uniformi e raggiungono un obiettivo che interi eserciti non erano riusciti a colpire.
Peck aveva ragione: è assurdo.
Ma aveva ragione anche sulla soluzione.
Se gli attori avessero ammiccato continuamente allo spettatore, il film sarebbe probabilmente invecchiato malissimo. La serietà con cui Peck, Niven, Quinn e gli altri affrontano quell’impresa rende invece credibile l’impossibile almeno per la durata del film.
Ed è forse la curiosità più bella dietro I cannoni di Navarone.
Uno dei protagonisti sapeva perfettamente che quella missione non stava in piedi. E proprio perché lo sapeva, decise di interpretarla come se fosse la cosa più seria del mondo.
Sessantacinque anni dopo, continuiamo ancora a credergli.
Tu hai rivisto I cannoni di Navarone da quando è tornato in evidenza su Netflix? Pensi che riesca ancora a funzionare meglio di molti film di guerra moderni? Scrivilo nei commenti.


