C’è una serie su HBO Max che ha debuttato il 1° marzo 2026 e in pochissimi giorni ha già fatto parlare di sé in tutto il mondo. Si chiama DTF St. Louis, ha un titolo che in italiano non si può tradurre in modo pulito – diciamo che l’acronimo DTF è un’espressione americana piuttosto esplicita che allude alla disponibilità di qualcuno a fare sesso – e racconta una storia di amicizia, tradimento, adulterio e omicidio ambientata nella periferia americana più anonima che si possa immaginare. Se non l’avete ancora vista, c’è una cosa che vale la pena sapere prima di iniziare: quello che sembra uno scandalo erotico si rivela qualcosa di molto più strano, molto più divertente e molto più inquietante di quanto il titolo lasci intuire.
Ma la cosa più sorprendente di DTF St. Louis non è quello che succede sullo schermo. È da dove viene questa storia.
Tutto nasce da un articolo pubblicato sul New Yorker a firma di James Lasdun, intitolato “My Dentist’s Murder Trial: Adultery, False Identities, and a Lethal Sedation”. Un pezzo di giornalismo vero, che raccontava il processo per omicidio di un dentista americano accusato di aver ucciso un rivale in amore usando la sedazione. Una storia talmente assurda da sembrare inventata, con adulterio, false identità e una morte in uno studio odontoiatrico. Quando il creatore Steven Conrad e l’attore David Harbour hanno letto quell’articolo, hanno pensato che ci fosse la base per una serie televisiva. Hanno iniziato a lavorarci nel 2022. Poi qualcosa è cambiato.
Nel 2024 la produzione ha comunicato ufficialmente che la serie non aveva più nessun legame con l’articolo originale. La storia era diventata qualcosa di completamente diverso, un’idea nuova che portava solo il titolo di un’app di incontri come punto di partenza. Il dentista assassino era sparito. Al suo posto erano arrivati due amici di mezza età in crisi, una moglie contesa e un’app per tradire il coniuge con discrezione. E Pedro Pascal, che era stato annunciato come protagonista insieme a Harbour, aveva lasciato il progetto. Al suo posto era arrivato Jason Bateman.
Il risultato è una serie con un cast di primo livello che non sembra avere niente da dimostrare. Jason Bateman interpreta Clark, un meteorologo televisivo locale il cui volto sorride da un cartellone pubblicitario sopra la città mentre nella vita reale è profondamente infelice. David Harbour è Floyd, il suo interprete del linguaggio dei segni che lavora con lui nelle dirette tv, un uomo con la pancia, i rimpianti e una serie di problemi fisici e psicologici che la serie rivela a poco a poco con un gusto per il dettaglio grottesco che è difficile da dimenticare. Linda Cardellini è Carol, la moglie di Floyd, quella che si trova nel mezzo di tutto. E poi ci sono Richard Jenkins come detective stanco e Joy Sunday come detective ambiziosa, i due che cercano di capire chi ha ucciso Floyd dopo che il corpo viene trovato in una casa abbandonata.
Già, perché Floyd muore. Non è uno spoiler: la serie lo dice subito, nel primo episodio. La struttura di DTF St. Louis funziona esattamente come quella di White Lotus – e non è una coincidenza, perché Harbour ha dichiarato esplicitamente di essersi ispirato alla serie di Mike White. Si sa dall’inizio che uno dei personaggi finisce male, e tutta la storia lavora a ritroso per spiegare come ci si è arrivati. La domanda non è “cosa succederà” ma “chi l’ha fatto e perché”, con tutto il peso di quella risposta che cresce episodio dopo episodio.
La cosa geniale è il modo in cui Steven Conrad – che ha scritto e diretto tutti e sette gli episodi da solo – usa questa struttura per costruire personaggi che non smettono mai di sorprendere. Clark e Floyd si conoscono perché lavorano insieme. Diventano amici perché entrambi si sentono bloccati nelle loro vite. Si ritrovano a parlare di matrimoni che non funzionano più come dovrebbero, di desideri che non riescono a esprimere, di quella sensazione che la vita abbia preso una direzione che non avevano scelto davvero. Quando Clark scopre l’esistenza dell’app DTF St. Louis – pensata per mettere in contatto persone sposate che cercano incontri clandestini – la presenta a Floyd come una soluzione. Una scorciatoia. Un modo per “ravvivare le cose” senza rompere quello che già esiste.
Quello che succede dopo è una serie di conseguenze che nessuno dei due aveva calcolato.
Carol inizia a incontrare Clark in quello che i due chiamano “dream meetings”, incontri in cui si raccontano fantasie, desideri e paure in modo più onesto di quanto abbiano mai fatto con i loro coniugi. Il sesso c’è, ma non è il centro della storia. Il centro è quella strana intimità che nasce quando due persone smettono di recitare e si mostrano per quello che sono. Ed è proprio quella intimità a rendere tutto più complicato, più pericoloso e, quando Floyd scopre tutto, drammaticamente irrisolvibile.
Quello che rende DTF St. Louis diversa da decine di thriller simili è il tono. Conrad non sceglie mai la strada più ovvia. La serie è ambientata in una periferia volutamente priva di qualsiasi glamour – un Outback Steakhouse, un centro commerciale, un ufficio televisivo locale – e usa questa banalità come sfondo per situazioni che oscillano continuamente tra il tragico e il ridicolo. Il detective Jenkins conduce gli interrogatori in una stazione di polizia che sembra una scatola nera vuota, prende appunti su dettagli sessuali con la stessa espressione con cui compilerebbe un modulo fiscale, e trasforma ogni scena in qualcosa di vagamente surreale. Carol dice “No way, Jose!” e “For serious” con la naturalezza di chi non si è mai chiesta se quelle espressioni suonassero strane, e quella caratterizzazione – piccola, precisa, quasi invisibile – dice più di qualsiasi monologo.
Da un punto di vista tecnico, la scelta di affidare tutti e sette gli episodi a una sola persona è una scommessa che Conrad vince. Il ritmo è coerente, il tono non cambia mai di registro in modo brusco, e i personaggi evolvono con una logica interna che tiene insieme ogni dettaglio. Conrad aveva già dimostrato questa capacità con Patriot, serie cult su Amazon che aveva costruito una fanbase devota senza mai trovare un pubblico di massa. Con DTF St. Louis sembra aver trovato un equilibrio diverso, qualcosa di più accessibile senza perdere quella stranezza di fondo che rende il suo lavoro riconoscibile.
I primi giudizi della critica sono positivi: 80% su Rotten Tomatoes basato sulle recensioni dei primi giorni, con chi la definisce l’thriller erotico meno erotico mai realizzato – e lo intende come un complimento. La serie ha sette episodi, usciti a cadenza settimanale ogni domenica su HBO Max, con il finale previsto per il 12 aprile 2026. Quattro episodi sono già disponibili e il quarto, stando a chi l’ha visto in anteprima, è quello che ribalta tutto quello che il pubblico credeva di aver capito.
Vale la pena vederla? Se amate le storie che mescolano commedia nera e thriller senza scegliere mai tra le due, se vi piacciono i personaggi costruiti con cura e i finali che non si lasciano indovinare, la risposta è sì. Se cercate un thriller erotico convenzionale con atmosfere patinate e colpi di scena urlati, questa non è la serie giusta.
DTF St. Louis è qualcosa di più strano e più interessante di così. E questo, nel panorama televisivo attuale, è già un ottimo motivo per accendere Max.
Voi avete già visto il primo episodio? Cosa ne pensate? Lasciate un commento e diteci la vostra.


