Molti ricordano Tina Louise soprattutto come Ginger Grant di Gilligan’s Island, ma nel 1975 l’attrice partecipò a un film molto diverso, oggi considerato uno dei titoli di culto più importanti della fantascienza e dell’horror di quel decennio. In Italia il film uscì con il titolo La fabbrica delle mogli, mentre quello originale era The Stepford Wives.
Diretto da Bryan Forbes e tratto dal romanzo di Ira Levin, La fabbrica delle mogli racconta la storia di Joanna Eberhart, interpretata da Katharine Ross, una donna che lascia Manhattan insieme al marito Walter e alle figlie per trasferirsi nella tranquilla cittadina di Stepford, nel Connecticut. All’inizio sembra il classico sobborgo perfetto, ordinato e rassicurante. Dopo poco, però, Joanna comincia a notare qualcosa di inquietante nelle donne che vivono lì.
Sono tutte gentili, sempre impeccabili, concentrate quasi esclusivamente sulla casa e sui mariti. Non sembrano avere interessi propri, ambizioni o una vera personalità. Per Joanna, che invece vuole lavorare come fotografa e conservare la propria indipendenza, quell’ambiente diventa progressivamente soffocante.
Tina Louise interpreta Charmaine Wimpiris, una delle poche donne con cui Joanna riesce inizialmente a creare un rapporto. Charmaine appare ancora viva, spontanea e insofferente verso certi comportamenti della cittadina. Insieme a Joanna e Bobbie, interpretata da Paula Prentiss, prova anche a portare idee più moderne tra le donne di Stepford.
Poi succede qualcosa.
Charmaine parte per un viaggio con il marito e torna completamente diversa. La donna indipendente e irrequieta sembra sparita. Al suo posto c’è una moglie docile, sorridente e improvvisamente interessata soltanto alla casa e al benessere del marito.
È uno dei passaggi che fanno capire a Joanna che a Stepford non c’è semplicemente un problema culturale.
Senza entrare troppo nei dettagli per chi non ha mai visto il film, il mistero riguarda direttamente l’associazione maschile frequentata dai mariti della cittadina e il modo in cui questi uomini immaginano la loro “moglie ideale”. Il film utilizza quindi la fantascienza per parlare di controllo, sessismo e paura dell’emancipazione femminile, trasformando un tranquillo sobborgo americano in qualcosa di molto più disturbante.
Il contesto storico conta parecchio. Il romanzo di Ira Levin uscì nel 1972, mentre il film arrivò tre anni dopo, in un periodo in cui il movimento femminista stava mettendo in discussione molti ruoli tradizionali attribuiti alle donne. La fabbrica delle mogli porta alle estreme conseguenze una fantasia profondamente maschilista: avere accanto una compagna bellissima, disponibile, sempre sorridente e soprattutto priva di qualsiasi volontà capace di creare conflitto.
Il risultato è ancora oggi inquietante proprio perché l’idea alla base del film non appare completamente superata.
L’espressione inglese “Stepford wife” è entrata persino nel linguaggio comune per indicare una donna rappresentata come eccessivamente sottomessa al marito e perfettamente conforme a uno stereotipo domestico.
Molti film successivi hanno ripreso idee simili. Il paragone più immediato degli ultimi anni è probabilmente Get Out di Jordan Peele, che costruisce a sua volta una comunità apparentemente accogliente dietro la quale si nasconde un sistema terrificante di controllo delle persone. Anche Don’t Worry Darling di Olivia Wilde deve parecchio all’immaginario creato da Stepford.
Per Tina Louise, il film rappresentò anche la dimostrazione che non voleva restare legata per sempre a Ginger di Gilligan’s Island. Dopo la conclusione della sitcom nel 1967, l’attrice lavorò in numerose produzioni televisive e cinematografiche, passando da Bonanza a Kojak, CHiPs e Dallas.
Per anni si diffuse l’idea che Louise odiasse Gilligan’s Island e avesse preso le distanze dai colleghi proprio per questo motivo. In realtà l’attrice ha spiegato successivamente di aver apprezzato quell’esperienza e il personaggio di Ginger. La sua scelta di non partecipare a molti progetti successivi legati alla serie nasceva soprattutto dal desiderio di non essere identificata con un solo ruolo per il resto della carriera.
La fabbrica delle mogli dimostra bene cosa cercasse.
Charmaine non è la protagonista, ma il suo cambiamento rappresenta uno dei segnali più evidenti che qualcosa di terribile stia accadendo a Stepford. Vedere Tina Louise passare da una donna energica e insoddisfatta a una figura completamente diversa contribuisce parecchio all’atmosfera disturbante del film.
Il successo dell’idea portò anche a diversi seguiti televisivi, tra cui Revenge of the Stepford Wives nel 1980, The Stepford Children nel 1987 e The Stepford Husbands nel 1996.
Nel 2004 arrivò poi il remake più famoso, distribuito in Italia con un titolo diverso: La donna perfetta. Nicole Kidman interpretava Joanna, Bette Midler era Bobbie e Matthew Broderick vestiva i panni di Walter. A differenza del film del 1975, il remake diretto da Frank Oz sceglieva però un tono molto più ironico e vicino alla commedia nera.
Proprio per questo, chi vuole scoprire davvero perché la storia di Stepford sia diventata così influente dovrebbe partire dall’originale.
Il film di Bryan Forbes ha più di cinquant’anni e alcuni passaggi possono risultare lenti rispetto ai thriller moderni, ma conserva un’atmosfera molto particolare. La normalità di Stepford diventa progressivamente più inquietante proprio perché nessuno sembra vedere qualcosa di strano in quelle mogli sempre perfette.
Peccato che La fabbrica delle mogli non risulti attualmente disponibile sulle principali piattaforme streaming italiane, almeno secondo JustWatch.
Resta comunque uno di quei film degli anni Settanta che meritano di essere riscoperti, sia per il modo in cui utilizza la fantascienza sia perché molte delle domande che pone sui rapporti fra uomini, donne e potere non sembrano affatto appartenere soltanto al passato.
Hai mai visto La fabbrica delle mogli del 1975? Conoscevi questo ruolo di Tina Louise oppure la ricordavi soltanto per Gilligan’s Island? Scrivicelo nei commenti.
