C’è un film che nel 2011 pochi considerarono più di un buon thriller corale con un cast stellare, e che invece nel 2020 è tornato a bussare alla porta di milioni di spettatori con una forza quasi inquietante. Parliamo di Contagion, diretto da Steven Soderbergh, la storia di un virus letale che si diffonde dall’Asia al resto del mondo travolgendo sistemi sanitari, economie e vite quotidiane. Vedere oggi certe scene, dalle strette di mano evitate ai reparti ospedalieri al collasso, restituisce la sensazione di guardare un documentario più che un’opera di finzione, ed è proprio questo il motivo per cui vale la pena ripercorrere la storia dietro le quinte di questo film.
Da dove nasce l’idea di un film sulla prossima pandemia
Il progetto prende forma dopo la collaborazione tra Soderbergh e lo sceneggiatore Scott Z. Burns su The Informant!, uscito nel 2009. I due, cercando un nuovo tema da affrontare insieme, decidono di concentrarsi sulla rapidità con cui un virus sconosciuto potrebbe diffondersi su scala globale, prendendo ispirazione dall’epidemia di SARS scoppiata tra il 2002 e il 2004 e dalla pandemia influenzale del 2009, quella causata dal virus H1N1. Burns non si limita a immaginare uno scenario plausibile sulla carta, ma si confronta direttamente con rappresentanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e con virologi del calibro di W. Ian Lipkin e Larry Brilliant, arrivando a costruire una sceneggiatura che gli esperti hanno più volte definito tra le più accurate mai scritte sul tema delle pandemie.
Questo lavoro di consulenza scientifica si vede in ogni dettaglio della trama: il modo in cui il virus MEV-1 passa dagli animali all’uomo, i tempi con cui si sviluppa un vaccino, le difficoltà che i governi incontrano nel coordinare una risposta efficace mentre il panico si diffonde più velocemente della malattia stessa. Soderbergh sceglie di raccontare tutto questo con uno stile a intreccio, seguendo diverse storie parallele che si incrociano soltanto in alcuni punti, una tecnica narrativa che aveva già utilizzato in altri suoi lavori e che qui serve perfettamente a restituire la sensazione di un fenomeno che colpisce contemporaneamente ogni angolo del pianeta.
Un cast di stelle riunito per l’occasione
Per dare corpo a questa storia corale, Soderbergh mette insieme un cast che definire di lusso è quasi riduttivo. Marion Cotillard interpreta un’epidemiologa dell’OMS inviata a Hong Kong per rintracciare l’origine del contagio, Matt Damon veste i panni di Mitch Emhoff, il marito della prima vittima riconosciuta del virus, mentre Laurence Fishburne interpreta il vicedirettore del CDC alle prese con la gestione dell’emergenza. Completano il quadro Jude Law nel ruolo di un blogger che alimenta il panico diffondendo teorie non verificate, Gwyneth Paltrow nei panni di Beth, la donna la cui morte improvvisa dà il via a tutta la vicenda, e Kate Winslet, che interpreta una dottoressa del CDC incaricata di seguire sul campo l’evolversi della situazione.
C’è un dettaglio che i cinefili più attenti hanno notato subito: Jude Law, Gwyneth Paltrow e Matt Damon si ritrovano a recitare insieme dodici anni dopo Il talento di Mr. Ripley, il film di Anthony Minghella che li aveva già visti protagonisti fianco a fianco nel 1999. Un piccolo gioco di richiami che aggiunge un livello ulteriore di interesse per chi segue le carriere di questi attori da tempo.
Nel complesso, il cast di Contagion conta ben cinque premi Oscar tra i suoi interpreti principali: Matt Damon, Kate Winslet, Gwyneth Paltrow, Marion Cotillard e lo stesso Soderbergh, vincitore della statuetta come miglior regista per Traffic nel 2001. Un concentrato di talento raramente visto insieme in un unico film, ancora più sorprendente considerando che quasi nessuno degli attori coinvolti ha un ruolo da assoluto protagonista, ma piuttosto una porzione di storia da raccontare all’interno di un mosaico più ampio.
Un’altra curiosità riguarda Marion Cotillard, che porta a termine le proprie scene mentre è incinta di sei mesi, un dettaglio che all’epoca passò quasi inosservato ma che oggi viene spesso ricordato tra gli aneddoti più interessanti legati alla produzione.
Le riprese a Hong Kong e un budget contenuto
Le riprese del film iniziano proprio a Hong Kong il 25 settembre 2010 e proseguono fino al febbraio successivo, seguendo un budget relativamente contenuto per gli standard di un cast così ampio, circa 60 milioni di dollari secondo le fonti disponibili. Un investimento che si rivela ampiamente ripagato al botteghino, dove il film arriva a incassare intorno ai 135 milioni di dollari in tutto il mondo.
Contagion debutta fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel settembre 2011, per poi uscire nelle sale italiane e statunitensi il 9 dello stesso mese. L’accoglienza della critica è positiva fin da subito, con recensioni che sottolineano soprattutto la tensione costruita con intelligenza e la credibilità scientifica del racconto, elementi che distinguono il film dai classici disaster movie a cui il pubblico era abituato fino a quel momento. Su Rotten Tomatoes il film ottiene un ottimo punteggio, superando ampiamente la soglia dell’80 per cento di recensioni positive, mentre su Metacritic si attesta su un punteggio comunque solido.
La trovata pubblicitaria delle piastre di Petri giganti
Tra le curiosità meno conosciute legate al lancio del film, ce n’è una particolarmente originale che riguarda il mercato canadese. Per promuovere l’uscita di Contagion, la Warner Bros decide di far costruire due enormi piastre di Petri, collocandole in bella vista nella vetrina di un negozio a Toronto. All’interno di queste piastre vengono messi a coltura veri campioni di batteri e funghi, lasciati crescere nel tempo fino a formare, lettera dopo lettera, il titolo del film e il simbolo universale del rischio biologico. Una campagna decisamente insolita rispetto ai classici cartelloni pubblicitari, capace però di comunicare in modo diretto l’atmosfera inquietante che il film voleva trasmettere fin dalla sua promozione.
Quando il film è tornato virale davvero, nel senso più letterale del termine
La storia più sorprendente legata a Contagion, però, riguarda quello che è successo quasi dieci anni dopo la sua uscita. Con lo scoppio della pandemia di Covid-19 nei primi mesi del 2020, il film comincia improvvisamente a risalire le classifiche di streaming in tutto il mondo. Secondo quanto la Warner Bros dichiarò al New York Times, nel dicembre 2019 il film occupava la posizione numero 270 tra i titoli più visti sulle piattaforme digitali, per poi arrivare nel giro di poche settimane fino al secondo posto assoluto, superando persino la saga di Harry Potter in termini di visualizzazioni.
Un fenomeno che ha spinto tantissimi spettatori a recuperare o rivedere il film proprio nei mesi più duri della pandemia reale, trovando impressionanti somiglianze tra quanto raccontato sullo schermo e quanto stavano vivendo nella realtà: l’origine del virus in Asia, la diffusione attraverso goccioline respiratorie, la corsa forsennata a un vaccino, il ruolo controverso dei social e dell’informazione non verificata nel diffondere panico e disinformazione. C’è però una differenza sostanziale tra finzione e realtà che vale la pena sottolineare: nel film il virus MEV-1 è molto più letale del coronavirus, con un tasso di mortalità stimato tra il 25 e il 30 per cento dei contagiati, decisamente superiore a qualsiasi dato registrato durante la pandemia reale.
Il retroscena più impressionante: il consulente scientifico che si è ammalato
Se c’è un dettaglio capace di dare i brividi più di ogni altro, è probabilmente questo. Il dottor Ian Lipkin, virologo di fama internazionale che aveva collaborato con Scott Z. Burns come consulente scientifico durante la scrittura della sceneggiatura, ha contratto realmente il coronavirus nel 2020, proprio nel periodo in cui il film che aveva contribuito a rendere credibile tornava a essere tra i più visti al mondo. Un cortocircuito tra finzione e realtà che ha contribuito non poco ad alimentare l’aura quasi profetica attorno a Contagion, anche se, come lo stesso Soderbergh ha più volte ribadito nelle interviste dell’epoca, non si tratta di una premonizione, ma semplicemente del risultato di un lavoro di scrittura basato su dati scientifici solidi e su scenari che gli esperti consideravano già plausibili da tempo.
Un possibile sequel filosofico
A distanza di anni dall’uscita del film originale, e proprio nel periodo di massima popolarità legata alla pandemia reale, Soderbergh ha rivelato in un’intervista del dicembre 2020 di essere al lavoro insieme a Scott Z. Burns su un progetto descritto come una sorta di seguito filosofico di Contagion, ambientato però in un contesto narrativo diverso. Il regista ha spiegato che i due film andrebbero pensati come una coppia, accomunati da un tema di fondo ma profondamente diversi nell’approccio e nello sviluppo della storia. Al momento non sono arrivati aggiornamenti definitivi sullo stato di avanzamento di questo progetto, ma la sola idea di un ritorno a quel mondo narrativo ha acceso parecchia curiosità tra chi il primo film lo considera ormai un piccolo classico del genere.
Perché Contagion resta un film da vedere ancora oggi
A più di dieci anni dalla sua uscita, Contagion continua a colpire per la freddezza quasi clinica con cui affronta un tema tanto delicato. Soderbergh sceglie di non concedere spazio a facili sentimentalismi, preferendo uno sguardo distaccato e quasi documentaristico sugli eventi, una scelta che all’epoca fu percepita da alcuni come un limite, ma che oggi appare come uno dei punti di forza più apprezzabili del film. La capacità di raccontare con precisione scientifica il modo in cui una società intera reagisce di fronte a una minaccia invisibile, tra paura, disinformazione, solidarietà e opportunismo, resta un esercizio narrativo che poche altre produzioni sono riuscite a eguagliare con lo stesso rigore.
Rivederlo oggi, con l’esperienza recente di una pandemia reale alle spalle, cambia inevitabilmente la percezione di molte scene che nel 2011 potevano sembrare soltanto plausibili, mentre adesso risultano quasi familiari. E tu, se dovessi rivedere Contagion proprio ora, credi che ti spaventerebbe più o meno di quanto ti spaventò la prima volta?


