Quando First Man – Il primo uomo debuttò alla Mostra del Cinema di Venezia nell’agosto 2018, la polemica scoppiò ancora prima che il film arrivasse davvero nelle sale. Al centro delle discussioni, una presunta assenza della bandiera americana dalla missione lunare raccontata da Damien Chazelle, un dettaglio che scatenò reazioni durissime da parte di alcuni politici statunitensi. Prima di ripercorrere gli altri retroscena della lavorazione, vale la pena chiarire bene cosa accadde davvero, perché la versione diventata virale all’epoca non era del tutto corretta.
La verità sulla bandiera, tra fraintendimento e polemica politica
Contrariamente a quanto si diffuse rapidamente online, il film non elimina affatto la bandiera americana dalla narrazione. La bandiera compare in diverse inquadrature della pellicola, compresa una lunga ripresa in cui si vede sventolare sulla superficie lunare. Quello che il regista ha scelto di non mostrare è la scena specifica, iconica quanto simbolica, in cui Armstrong e Buzz Aldrin piantano fisicamente la bandiera nel suolo, un momento che tutti conoscono dalle fotografie ufficiali della missione Apollo 11. Ryan Gosling, interpellato sulla scelta durante la presentazione veneziana, spiegò che l’impresa di Armstrong gli sembrava un traguardo capace di andare oltre i confini nazionali, aggiungendo scherzosamente di essere canadese e di poter quindi avere un punto di vista parziale sulla questione.
Quella dichiarazione, ripresa in modo distorto da alcune testate, scatenò una reazione durissima da parte di diversi senatori repubblicani. Marco Rubio parlò di pura follia, Ted Cruz accostò la scelta a una negazione dell’eccezionalismo americano, mentre il senatore Tom Cotton arrivò a insinuare dubbi su presunti finanziamenti cinesi dietro la produzione. Anche il conduttore di Fox News Pete Hegseth criticò duramente Gosling. A intervenire in difesa del film furono però gli stessi figli di Neil Armstrong, Rick e Mark, che insieme al biografo James R. Hansen pubblicarono un comunicato definendo la storia universale prima ancora che americana, pur riconoscendo pienamente il valore nazionale dell’impresa. Anche Buzz Aldrin espresse pubblicamente il proprio disappunto, pubblicando fotografie della bandiera sulla Luna. Damien Chazelle, dal canto suo, ha sempre respinto qualsiasi intento politico dietro la scelta, spiegando di aver voluto concentrarsi sul percorso personale di Armstrong piuttosto che su immagini già note a tutti.
Un progetto nato anni prima di essere realizzato
Pochi ricordano che l’idea di First Man circolava tra Damien Chazelle e Ryan Gosling ben prima che il film prendesse effettivamente forma. I due si conobbero nel 2014 durante una cena, in un periodo in cui Chazelle stava vivendo l’esposizione mediatica improvvisa arrivata con il successo di Whiplash. Fu proprio in quell’occasione che il regista raccontò per la prima volta all’attore la propria idea per un film sulla vita di Neil Armstrong, gettando le basi di una collaborazione che si sarebbe concretizzata solo diversi anni più tardi. I due tornarono a lavorare insieme subito dopo la notte degli Oscar 2017, appena vinti sei premi con La La Land, tuffandosi quasi senza pause nel secondo progetto condiviso. Secondo quanto raccontato dallo stesso Gosling, girare insieme una seconda volta fu più semplice rispetto alla prima esperienza, complice una maggiore confidenza reciproca che permise a entrambi di lavorare con più onestà e meno formalità sul set.
La colonna sonora costruita sul silenzio, non sul jazz
Chi si aspettava di ritrovare in First Man le atmosfere musicali che avevano reso celebre Chazelle grazie a Whiplash e La La Land è rimasto probabilmente sorpreso. Il regista ha scelto consapevolmente di allontanarsi dal proprio immaginario legato al jazz, costruendo invece un film fatto di silenzi spaziali e di un racconto più intimo che corale. Per rendere ancora più autentiche le sequenze legate all’allunaggio, la produzione ha scelto di utilizzare suoni realmente registrati dall’astronauta John Young, nono uomo a camminare sulla Luna, mescolandoli con effetti sonori più stilizzati pensati per amplificare l’emozione delle scene senza tradire la fedeltà tecnica del racconto.
Una scena finale meno inventata di quanto sembri
Tra le curiosità più toccanti legate al film c’è quella riguardante la scena conclusiva, quella della mano di Neil appoggiata al vetro davanti alla moglie Janet, interpretata da Claire Foy. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di una pura invenzione della sceneggiatura. L’episodio nasce infatti da un passaggio del libro di James R. Hansen, che riporta un dialogo avuto con June, sorella di Neil Armstrong, la quale confidò di sperare che un gesto simile fosse davvero accaduto tra i due coniugi. Chazelle ha scelto di trasformare quella speranza in un momento concreto del film, restituendo allo spettatore un finale carico di significato pur muovendosi su un terreno di verità non del tutto accertata.
Il cast e i dettagli suggeriti dagli stessi attori
Al fianco di Ryan Gosling, il ruolo di Janet Armstrong è affidato a Claire Foy, già celebre per aver interpretato la regina Elisabetta II nelle prime due stagioni di The Crown. Completano il cast Jason Clarke, Kyle Chandler, Corey Stoll, Lukas Haas, Pablo Schreiber e Jon Bernthal. Proprio Gosling, oltre a contribuire con le proprie riflessioni personali sul significato della missione, suggerì alcuni dettagli specifici legati alla sceneggiatura, tra cui la scelta di mostrare in modo diverso la reazione dei due figli della coppia Armstrong di fronte ai rischi corsi dal padre, con il maggiore, Eric, mostrato come più consapevole rispetto al fratello minore della reale pericolosità della missione.
Il lutto familiare al centro del racconto
Uno degli aspetti meno discussi durante la polemica sulla bandiera, ma centrale per comprendere davvero il film, riguarda il modo in cui Chazelle sceglie di raccontare Armstrong attraverso il lutto per la perdita della figlia Karen, morta da bambina per una malattia incurabile alcuni anni prima della missione Apollo 11. Il regista costruisce l’intero film come un percorso di elaborazione personale, suggerendo che l’ostinazione con cui Armstrong si getta anima e corpo nel programma spaziale nasconda anche il tentativo di colmare un vuoto familiare mai davvero superato. È una lettura che si allontana volutamente dalla retorica dell’eroe nazionale per concentrarsi su una dimensione più intima e universale, la stessa che secondo Chazelle avrebbe dovuto guidare l’intera operazione fin dalle prime fasi di sviluppo della sceneggiatura.
Le riprese e la ricostruzione tecnica della missione
Per garantire il massimo realismo possibile alle sequenze ambientate all’interno delle capsule spaziali, la produzione ha lavorato a lungo sulla ricostruzione fisica degli ambienti, privilegiando quando possibile riprese reali rispetto agli effetti digitali. Le inquadrature claustrofobiche all’interno delle navicelle, spesso girate con la camera a mano per amplificare il senso di instabilità e pericolo percepito dagli astronauti, sono state pensate proprio per immergere lo spettatore nella dimensione fisica e psicologica dell’esperienza, allontanandosi dalla spettacolarizzazione più consueta dei film dedicati alla conquista dello spazio.
Un debutto veneziano che richiama il passato
First Man non è stato soltanto presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ma è stato scelto come film di apertura della settantacinquesima edizione del festival, proprio come era già accaduto due anni prima con La La Land alla settantatreesima edizione. Una coincidenza che sottolinea quanto il legame tra Chazelle e la kermesse veneziana si sia consolidato nel tempo, e che ha reso ancora più seguita mediaticamente la presentazione del film, complice anche la polemica sulla bandiera scoppiata proprio nelle ore immediatamente successive alla proiezione.
Perché vale la pena ricordarlo oggi
A distanza di anni dalla sua uscita, First Man resta un caso di studio interessante su quanto un dettaglio isolato, per quanto marginale rispetto al racconto complessivo di un film, possa trasformarsi in una polemica capace di travalicare i confini della critica cinematografica per entrare a pieno titolo nel dibattito politico. Vale la pena ricordare che la stessa produzione ha sempre mostrato la bandiera americana in più momenti del film, e che la scelta di non mostrarne la piantumazione fisica rispondeva a un’esigenza narrativa precisa, quella di raccontare Armstrong come uomo prima ancora che come simbolo nazionale.
Conoscevi già i dettagli reali dietro questa polemica, o anche per te la versione circolata all’epoca era diversa da come sono andate davvero le cose? Raccontaci nei commenti cosa ne pensi della scelta di Chazelle e se anche per te il film riesce comunque a restituire il giusto peso storico e simbolico alla missione dell’Apollo 11.
Vale la pena sottolineare, a conclusione di questo viaggio tra le curiosità del film, come l’intera vicenda della bandiera racconti in fondo qualcosa di più ampio sul modo in cui certe notizie si diffondono online, spesso amplificate da titoli fuorvianti o da dichiarazioni riportate fuori contesto, fino a costruire una narrazione ben diversa da quella reale. Un promemoria utile non solo per chi si avvicina oggi per la prima volta a First Man, ma per chiunque legga notizie di cronaca cinematografica affidandosi esclusivamente ai titoli senza approfondire i fatti raccontati.


