Era il 10 ottobre 2024 quando Elon Musk salì sul palco di un evento Tesla organizzato nei Warner Bros. Studios di Burbank, in California, e presentò al mondo tre prodotti che avrebbero dovuto rivoluzionare il futuro della mobilità e della robotica: il Cybercab, una vettura senza volante né pedali; il Robovan, un furgone autonomo da venti posti; e Optimus, un robot umanoide capace di servire drink, giocare a sasso-carta-forbice e, secondo Musk, presto anche di fare i lavori di casa. L’evento si chiamava «We, Robot», citazione esplicita dell’antologia di Isaac Asimov su cui si basa il film del 2004 diretto da Alex Proyas.
Tre giorni dopo, Proyas aprì X e pubblicò un post con foto affiancate: da un lato i robot e le automobili del suo film, dall’altro i prodotti Tesla appena presentati. Il commento era semplice: «Hey Elon, posso riavere i miei design?»
Il post raggiunse 6,4 milioni di visualizzazioni.
Il film che nessuno si aspettava diventasse una profezia
Io, Robot uscì nelle sale americane nel luglio del 2004 e in Italia nell’ottobre dello stesso anno. Ambientato nella Chicago del 2035, seguiva il detective Del Spooner, interpretato da Will Smith, in un’indagine su un presunto omicidio commesso da un robot in un mondo in cui gli androidi umanoidi erano diventati talmente comuni da occupare ruoli di servizio pubblico, assistenza domestica e persino polizia urbana. Il film era basato sull’antologia di racconti di Isaac Asimov, lo scrittore russo considerato il padre della fantascienza moderna, che aveva formulato le famose Tre Leggi della Robotica: un robot non può recare danno a un essere umano; un robot deve obbedire agli ordini degli esseri umani, salvo quando questi confliggono con la prima legge; un robot deve proteggere la propria esistenza, nei limiti stabiliti dalle prime due leggi.
Quello che nessuno si aspettava, guardandolo nel 2004, era che i design immaginati per il 2035 sarebbero sembrati quasi identici ai prodotti reali annunciati vent’anni dopo da un’azienda reale. Eppure è esattamente quello che è successo, e le immagini affiancate che circolarono sui social dopo il post di Proyas erano difficili da liquidare come semplice coincidenza.
L’Optimus di Tesla – robot umanoide bianco con forme arrotondate, proporzionato in modo da sembrare rassicurante, pensato per interagire con gli umani in contesti quotidiani – somigliava in modo impressionante agli NS-5 del film, la linea di robot prodotta dalla U.S. Robots che nel 2035 cinematografico aveva invaso le strade di Chicago. Il Cybercab, con le sue portiere ad ala di gabbiano e l’assenza totale di comandi manuali, ricalcava le vetture autonome che scivolano silenziosamente attraverso la città nel film. Il Robovan a guida autonoma completava il quadro.
Non era solo Proyas a notarlo. Matt Granger, filmmaker che aveva lavorato come assistente sul set di Io, Robot, aggiunse la propria voce a quella del regista, parlando apertamente di «mancanza totale di creatività» da parte di Tesla. Il dibattito sui social durò giorni, con una spaccatura netta tra chi trovava le somiglianze inequivocabili e chi sosteneva che Proyas non avesse di certo inventato la forma umanoide né quella di un autobus.
La risposta di Musk: nessuna
Quello che colpì più della polemica stessa fu il silenzio. Elon Musk non rispose al post di Proyas, nonostante il patron di X fosse notoriamente uno degli utenti più attivi della piattaforma, pronto a commentare qualsiasi cosa su qualsiasi argomento. Sul fronte Tesla, nessun portavoce prese posizione ufficiale sulle accuse di plagio estetico.
C’è però una piccola ironia in tutto questo: Musk aveva scelto di chiamare l’evento «We, Robot», che è una variazione diretta del titolo asimoviano da cui il film di Proyas è tratto. Se l’intenzione era omaggiare Asimov, il risultato fu amplificare ulteriormente il parallelo con la pellicola del 2004, rendendo ancora più difficile sostenere che le somiglianze fossero puramente casuali.
Va anche detto, con onestà, che alcuni utenti sul web fecero notare come i design umanoidi bianchi con linee pulite e arrotondate avessero precedenti ben prima di Io, Robot, e che la forma base di un furgone autonomo non fosse esattamente un’invenzione originale di Proyas. Ma il punto della polemica non era tanto il diritto d’autore quanto la sensazione diffusa che la realtà stesse rincorrendo la fantascienza con una velocità che, vent’anni fa, avrebbe fatto ridere chiunque.
La sceneggiatura che non aveva nulla a che fare con Asimov
C’è una curiosità sulla genesi del film che pochi conoscono e che rende tutta la storia ancora più interessante. La sceneggiatura originale scritta da Jeff Vintar si intitolava Hardwired e non aveva nulla a che fare con Asimov: era una storia originale di fantascienza ambientata in un futuro prossimo, con un detective alle prese con un crimine impossibile. Fu solo in un secondo momento, durante lo sviluppo produttivo, che la sceneggiatura fu rielaborata per incorporare i personaggi, le ambientazioni e soprattutto le Tre Leggi della Robotica di Asimov, assumendo il titolo definitivo.
Il risultato fu un film che usava il nome e il mondo di Asimov come contenitore, ma che si allontanava considerevolmente dai racconti originali sia nei temi sia nella trama. La sceneggiatura finale manteneva pochi elementi del materiale asimoviano, e quelli presenti erano stati riadattati in profondità. Una scelta commerciale comprensibile, che però non mancò di far storcere il naso ai fan più ortodossi dello scrittore.
Schwarzenegger, Denzel Washington e poi Will Smith
Prima che il detective Del Spooner diventasse Will Smith, il ruolo fu offerto ad Arnold Schwarzenegger e a Denzel Washington, entrambi dei quali rifiutarono. Smith arrivò nel momento in cui la sua carriera era al massimo, reduce da Ali, Bad Boys II e Hitch in preparazione, e accettò un ruolo che sembrava costruito su misura per lui: personaggio fisicamente imponente, arguto, con quella miscela di humor e serietà che aveva reso celebri i suoi lavori precedenti.
Il regista Alex Proyas, australiano, aveva già diretto Il Corvo nel 1994 e Dark City nel 1998, due film che avevano costruito una reputazione solida nel genere fantascientifico e neo-noir. Proprio questa reputazione lo aveva portato a scontrarsi con la produzione: il CEO della 20th Century Fox dell’epoca, Tom Rothman, voleva un blockbuster pieno di battute e ironia da pubblico generalista, mentre Proyas cercava di mantenere un tono più cupo e riflessivo. Lo scontro fu aspro e continuo, al punto che Proyas definì pubblicamente la lavorazione del film «un’esperienza spiacevole». Ironia della sorte, il film incassò comunque molto bene, pur con quella strana sensazione di opera a metà strada tra la riflessione filosofica che avrebbe voluto essere e il popcorn movie che la Fox voleva.
Sonny piaceva più di Will Smith, e la Fox cancellò l’attore dalla promozione
Il personaggio più amato del film non è il detective Spooner ma Sonny, il robot NS-5 che diventa il principale sospettato dell’omicidio e che nel corso della storia rivela una capacità di provare emozioni che dovrebbe essere impossibile per la sua natura. A dargli voce e movenze fu Alan Tudyk, oggi noto al grande pubblico per la serie Andor e per Resident Alien, che usò la tecnica della motion capture per costruire il personaggio fisicamente: la stessa tecnologia impiegata da Andy Serkis per Gollum ne Il Signore degli Anelli.
Il risultato fu così efficace che ai test screening il personaggio di Sonny ottenne punteggi più alti di quelli del protagonista. Tudyk ha raccontato la vicenda in un podcast, con una franchezza che non lascia molti dubbi su come andò: «Molte persone non sapevano che ero io a fare Sonny, e c’è una ragione. Stavano facendo le proiezioni di prova e mi fecero sapere: “Alan, stai testando più in alto di Will Smith”. E poi sparìi. Niente pubblicità, il mio nome non veniva menzionato.» Al che aggiunse, con amarezza appena velata di ironia: «Ero sconvolto. Ero molto arrabbiato.»
Il film uscì senza che quasi nessuno sapesse che dietro Sonny ci fosse Alan Tudyk. L’unica eccezione nel cinema di quel periodo era stata quella di Serkis con Gollum, ma era un caso isolato in un’industria che non aveva ancora capito come valorizzare il lavoro di chi costruisce un personaggio senza mai mostrare il proprio volto.
Il gatto del dottor Lanning e altri dettagli nascosti
Tra le curiosità minori ma simpatiche che la visione attenta del film rivela c’è quella del gatto del dottor Alfred Lanning, il fondatore della U.S. Robots il cui omicidio scatena le indagini di Spooner. Il gatto si chiama Asimov, omaggio esplicito allo scrittore nascosto in una scena di pochi secondi che la maggior parte degli spettatori non coglie alla prima visione.
C’è poi un dettaglio produttivo che ancora oggi sorprende chiunque conosca le complessità di un film ad alto contenuto digitale: Proyas impose che nessuna scena venisse girata due volte. Su un set con effetti speciali di quella portata, con attori che recitavano accanto a personaggi che sarebbero stati aggiunti in post-produzione, la scelta fu considerata un record non ufficiale per un blockbuster di quella fascia di budget.
Ventidue anni dopo, il film è ancora qui, e i suoi robot bianchi e silenziosi camminano per le strade del futuro che Musk sta cercando di costruire. Che sia un omaggio, un’ispirazione o una semplice coincidenza, Proyas ha già detto la sua. Musk non ha risposto. E Sonny, da qualche parte, potrebbe avere già deciso da sola cosa pensarne.
Guardandolo oggi, con Optimus che serve i drink e il Cybercab che gira da solo, trovi che Io, Robot sia invecchiato male o invecchiato benissimo?


