Stasera in TV c’è Il Padrino – Parte II e, anche se sono passati più di cinquant’anni dalla sua uscita, resta uno di quei film davanti ai quali è difficile dire semplicemente “è un sequel”. Francis Ford Coppola fece qualcosa di molto più ambizioso: continuò la storia di Michael Corleone interpretato da Al Pacino e, nello stesso film, tornò indietro nel tempo per mostrarci come Vito Corleone fosse diventato Don Vito.
Per interpretarlo venne scelto Robert De Niro, allora poco più che trentenne. E De Niro prese il compito con una serietà quasi maniacale: studiò per mesi il siciliano, perché gran parte dei dialoghi del giovane Vito non sarebbe stata in inglese. Quella preparazione gli consegnò il primo Oscar della carriera e lo mise definitivamente sulla mappa di Hollywood.
Ma questa è soltanto una delle tante storie incredibili dietro Il Padrino – Parte II.
Robert De Niro doveva essere Vito senza copiare Marlon Brando
La sfida era enorme.
Marlon Brando aveva trasformato Vito Corleone in uno dei personaggi più riconoscibili della storia del cinema appena due anni prima. Voce, postura, sguardo, modo di muoversi: praticamente qualsiasi attore avrebbe potuto cadere nella trappola dell’imitazione.
De Niro scelse una strada diversa.
Studiò Brando, naturalmente, ma costruì un Vito molto più giovane, ancora lontano dal patriarca che conosciamo nel primo film. Il suo personaggio parla soprattutto siciliano e pochissimo inglese; secondo un profilo di Vanity Fair, le battute in inglese erano appena una manciata.
Il risultato è affascinante proprio perché riconosci Vito senza avere mai l’impressione di assistere a qualcuno che sta facendo la caricatura di Brando.
Ci sono piccoli gesti.
Il modo di ascoltare prima di rispondere.
Quella calma quasi inquietante.
La capacità di sembrare educato anche mentre sta decidendo il destino di qualcuno.
La trasformazione avviene lentamente.
All’inizio Vito è un ragazzo siciliano scappato negli Stati Uniti dopo la morte della famiglia. Poi diventa padre, lavoratore, amico del quartiere. Infine capisce che in quel mondo il rispetto può essere conquistato anche attraverso la paura.
E quando affronta Don Fanucci, il percorso è ormai chiarissimo.
De Niro vinse l’Oscar interpretando lo stesso personaggio che aveva fatto vincere Brando
Questa rimane una delle curiosità più belle della storia degli Academy Awards.
Marlon Brando aveva vinto l’Oscar come miglior attore protagonista per Il Padrino. Due anni dopo Robert De Niro conquistò l’Oscar come miglior attore non protagonista interpretando lo stesso personaggio, Vito Corleone, in un periodo differente della sua vita.
Un passaggio simbolico incredibile.
Brando interpreta l’uomo arrivato al vertice.
De Niro racconta come ci è arrivato.
La cosa ancora più particolare è che De Niro e Brando non condividono mai una scena e, naturalmente, nemmeno De Niro e Al Pacino si incontrano nel film: le loro storie appartengono a due epoche differenti.
Eppure Vito e Michael sembrano continuamente dialogare.
In realtà Il Padrino – Parte II racconta due uomini che vanno in direzioni opposte
È probabilmente questa la ragione per cui il film continua a funzionare così bene.
Il giovane Vito parte praticamente senza niente.
È un immigrato.
Non ha potere.
Non ha denaro.
Non ha una famiglia potente alle spalle.
Durante il film costruisce lentamente tutto ciò che un giorno lascerà ai figli.
Michael, invece, parte esattamente dalla posizione opposta.
Ha ereditato un impero.
Ha uomini che lo rispettano.
Ha soldi.
Ha una moglie.
Ha dei figli.
Ha un cognome che incute paura.
Eppure scena dopo scena perde quasi ogni rapporto umano autentico che gli è rimasto.
Vito accumula persone intorno a sé.
Michael rimane solo.
È uno dei contrasti più crudeli del film.
Il padre costruisce la famiglia attraverso il crimine.
Il figlio, cercando disperatamente di proteggere quell’impero, finisce per distruggere la famiglia stessa.
Al Pacino rischiò seriamente di non tornare
Oggi sembra assurdo anche soltanto immaginarlo, ma Al Pacino inizialmente non era convinto di fare Il Padrino – Parte II.
Nel suo memoir Sonny Boy ha raccontato che Paramount gli offrì un milione di dollari, una cifra enorme per l’epoca, ma lui rifiutò.
Il problema non erano i soldi.
Era la sceneggiatura.
Pacino considerava la prima versione incompleta e Mario Puzo stesso gli aveva fatto capire di non esserne soddisfatto. Coppola preparò quindi una nuova stesura e Pacino lavorò anche sul testo prima di accettare definitivamente di tornare nei panni di Michael.
Per fortuna.
Perché il Michael di Parte II è probabilmente il ruolo più complesso dell’intera carriera di Pacino.
Non urla quasi mai.
Non ha bisogno di grandi esplosioni.
Fa paura mentre resta seduto.
Osserva.
Aspetta.
Decide.
E spesso il momento in cui capiamo che qualcuno è condannato arriva semplicemente guardandolo negli occhi.
«Tieni gli amici vicini e i nemici ancora più vicini»
Una delle frasi più famose dell’intera saga arriva proprio da questo film.
“Keep your friends close, but your enemies closer”, in italiano “Tieni gli amici vicini e i nemici ancora più vicini”.
L’American Film Institute l’ha inserita tra le cento citazioni cinematografiche più celebri del cinema americano.
E curiosamente è diventata talmente famosa che molti la attribuiscono genericamente alla mafia, a Sun Tzu o a qualche antico stratega.
No.
È Il Padrino – Parte II.
La pronuncia Michael parlando con Frank Pentangeli.
Ed è praticamente la filosofia che guida il personaggio per buona parte del film.
Il problema è che Michael applica quella regola anche alle persone che ama.
A forza di cercare nemici ovunque, finisce per comportarsi con la famiglia come se fosse un’organizzazione da controllare.
La Cuba del film non era Cuba
Una delle sezioni più spettacolari è ambientata all’Avana alla fine degli anni Cinquanta, durante gli ultimi giorni del regime di Fulgencio Batista e l’avanzata della rivoluzione guidata da Fidel Castro.
Solo che Coppola non girò quelle scene a Cuba.
All’inizio degli anni Settanta la produzione americana non poteva semplicemente trasferirsi sull’isola. La soluzione fu utilizzare Santo Domingo e altre location della Repubblica Dominicana, trasformandole nella Cuba del film.
Il risultato continua a funzionare benissimo.
Hotel.
Strade affollate.
Militari.
Automobili.
Feste di Capodanno.
La sensazione è quella di un mondo ricchissimo che sta per crollare senza rendersene conto.
Michael capisce prima degli altri che qualcosa sta cambiando.
Vede un rivoluzionario sacrificarsi pur di non essere catturato e comprende che uomini disposti a morire per la propria causa sono avversari molto diversi dai soldati pagati per difendere Batista.
Ancora una volta, Michael osserva.
E capisce.
Hyman Roth era ispirato a un vero boss
Anche Hyman Roth, il potentissimo uomo d’affari interpretato da Lee Strasberg, non nasce completamente dalla fantasia.
Il personaggio è generalmente considerato ispirato a Meyer Lansky, uno dei più influenti gangster americani del Novecento, coinvolto tra le altre cose nel mondo del gioco d’azzardo e negli interessi della criminalità organizzata a Cuba.
Strasberg, tra l’altro, era una scelta affascinante.
Era uno dei grandi maestri dell’Actors Studio ed era stato insegnante di generazioni di interpreti. Proprio Al Pacino era legato alla scuola di recitazione che Strasberg rappresentava.
Il produttore Fred Roos raccontò che Coppola non voleva sottoporlo a un normale provino. Organizzarono quindi una situazione nella quale poterlo osservare senza trasformare l’incontro in un’audizione tradizionale.
Alla fine ottennero uno dei criminali più inquietanti della saga.
Roth non ha bisogno di sembrare minaccioso.
Sembra quasi un pensionato.
Parla tranquillamente.
Guarda il baseball.
E nel frattempo decide guerre criminali internazionali.
Fredo è probabilmente la tragedia più dolorosa del film
Poi c’è Fredo.
John Cazale riesce a fare qualcosa di difficilissimo: rendere Fredo colpevole senza trasformarlo in un cattivo.
È debole.
È geloso.
Si sente continuamente inferiore a Michael.
Vuole essere rispettato.
Vuole dimostrare che anche lui può contare qualcosa.
Ed è proprio quella fame di considerazione a renderlo vulnerabile.
Il famoso confronto tra i due a Cuba è devastante perché Michael non scopre semplicemente un tradimento.
Scopre che a tradirlo è stato suo fratello.
Da lì in avanti il film sembra lentamente dirigersi verso un punto che speriamo continuamente non arrivi.
Ma Michael ha già deciso.
E la freddezza con cui porta avanti quella decisione è il momento in cui capiamo quanto sia ormai lontano dal padre.
Vito poteva essere spietato.
Michael riesce a esserlo persino con il proprio sangue.
Marlon Brando avrebbe dovuto apparire nel film
C’è poi una curiosità legata alla scena finale.
Nel flashback del compleanno di Vito rivediamo Sonny, Fredo, Connie, Tom Hagen e un Michael giovanissimo che annuncia alla famiglia di essersi arruolato nei Marines.
Vito viene nominato e tutti si alzano per accoglierlo.
Ma non lo vediamo.
Marlon Brando era stato previsto nella scena, ma alla fine non partecipò alle riprese e Coppola dovette adattare il momento alla sua assenza.
Paradossalmente, quella mancanza rende la scena ancora più potente.
Tutti si spostano verso Vito.
Michael rimane seduto da solo.
La famiglia è ancora intatta.
Fredo è vivo.
Sonny è vivo.
Tom è lì.
E Michael è già diverso dagli altri.
Poi il film torna al presente.
Ed è solo.
Il Padrino – Parte II fu il primo sequel a vincere l’Oscar come miglior film
Anche agli Oscar il film fece qualcosa che non era mai successo.
Ottenne 11 nomination e vinse 6 premi, tra cui miglior film, regia a Francis Ford Coppola, attore non protagonista a Robert De Niro, sceneggiatura adattata a Coppola e Mario Puzo, scenografia e colonna sonora a Nino Rota e Carmine Coppola.
Soprattutto, diventò il primo sequel della storia a vincere l’Oscar come miglior film.
Il primo Padrino aveva già vinto lo stesso premio.
Quindi padre e figlio dominarono anche agli Academy Awards.
Al Pacino, invece, fu candidato come miglior attore ma perse contro Art Carney per Harry e Tonto. Una decisione che ancora oggi alimenta discussioni tra gli appassionati, considerando quanto la sua interpretazione di Michael sia diventata iconica.
Coppola girò nello stesso periodo anche La conversazione
Il 1974 di Francis Ford Coppola oggi sembra quasi irreale.
Nello stesso anno uscirono Il Padrino – Parte II e La conversazione*.
Entrambi furono candidati all’Oscar come miglior film.
In pratica Coppola si trovò in competizione contro se stesso.
E pochi anni dopo avrebbe realizzato Apocalypse Now.
Una concentrazione di film giganteschi in un periodo brevissimo che aiuta a capire perché la sua carriera negli anni Settanta venga ancora considerata una delle più impressionanti mai avute da un regista americano.
È un sequel che non prova semplicemente a essere più grande
Forse la ragione per cui Il Padrino – Parte II continua a essere discusso ancora oggi è questa.
Non prende il primo film e aggiunge più sparatorie.
Non inventa un nemico più potente solo perché serve un seguito.
Coppola fa qualcosa di molto più intelligente.
Prende ciò che avevamo visto nel primo film e ci obbliga a guardarlo da una prospettiva differente.
Vediamo come Vito costruì il proprio potere.
Vediamo cosa quel potere fa a Michael.
Il primo Padrino terminava con Kay fuori dalla stanza mentre gli uomini chiamavano Michael “Don Corleone”.
Nel secondo film vediamo fino a dove può portare quella porta chiusa.
Per questo anche dopo 210 minuti non sembra semplicemente una storia di mafia.
È una storia su un figlio convinto di dover proteggere ciò che suo padre ha costruito e che, per riuscirci, finisce per perdere quasi ogni cosa per cui avrebbe dovuto valere la pena proteggerlo.
E in mezzo a tutto questo c’è un Robert De Niro trentenne che arriva, parla quasi soltanto in siciliano e riesce nell’impresa che sembrava impossibile: farci credere che un giorno quell’uomo diventerà Marlon Brando.
Hai rivisto Il Padrino – Parte II stasera in TV? E soprattutto: per te è migliore del primo film oppure Il Padrino del 1972 resta irraggiungibile? Scrivicelo nei commenti.


