Se negli ultimi giorni hai aperto Netflix e ti sei imbattuto in La coda del diavolo, probabilmente ti sarai chiesto da dove arrivi quel titolo così inquietante. La risposta è più macabra di quanto immagini: si tratta di un simbolo trovato inciso sulla schiena di una ragazza uccisa, lo stesso già comparso tempo prima sul corpo di un’altra vittima. Un dettaglio che nel film resta sullo sfondo per buona parte della trama, ma che porta con sé un peso specifico enorme, perché lega tra loro due omicidi apparentemente distanti e apre la porta a un mistero molto più grande di quello che il protagonista pensava di dover affrontare.
Il thriller, diretto da Domenico De Feudis e interpretato da Luca Argentero, sta scalando velocemente le classifiche italiane di Netflix, e c’è più di un motivo per cui merita attenzione oltre alla trama in sé. Dietro le quinte ci sono scelte produttive, location e retroscena sul cast che vale la pena conoscere prima o dopo la visione.
Da dove nasce la storia: il romanzo di Maurizio Maggi
La coda del diavolo non è una sceneggiatura originale, ma l’adattamento di un romanzo scritto da Maurizio Maggi, torinese classe 1956. Prima di dedicarsi alla narrativa, Maggi ha lavorato per anni come ricercatore in un istituto di studi socioeconomici, occupandosi soprattutto di musei e collaborando con comunità impegnate a raccontare la propria storia da un punto di vista locale, in Italia ma anche in Australia, Brasile e Cina. Un percorso professionale piuttosto lontano dal thriller nero che ha poi scritto, eppure è proprio in quel lavoro sul campo, a contatto con storie e territori diversi, che l’autore sembra aver affinato lo sguardo analitico che si ritrova nel libro.
Portare sullo schermo un romanzo significa sempre fare delle scelte, tagliare, sintetizzare, a volte reinventare. Nel caso di questo film, la sceneggiatura firmata da Nicola Ravera Rafele e Gabriele Scarfone ha mantenuto l’impianto principale della storia, concentrandosi sulla fuga del protagonista e sul filone investigativo, mentre alcuni aspetti più ambientali del libro, legati alla Sardegna raccontata da Maggi, sono stati amplificati attraverso la fotografia e la regia più che attraverso il dialogo.
Luca Argentero, scelto prima ancora che il film esistesse
Uno dei dettagli più curiosi riguarda proprio il casting del protagonista. Quando il progetto era ancora agli inizi, prima che la produzione entrasse davvero nel vivo, De Feudis aveva già in mente un solo nome per il ruolo di Sante Moras: Luca Argentero. Una fiducia totale, maturata evidentemente dalla voglia di vedere l’attore in una veste completamente diversa da quella con cui il pubblico italiano lo conosce da anni, fatta di commedie sentimentali e ruoli più leggeri.
Sante Moras è un ex poliziotto diventato guardia carceraria, un uomo che si punisce da solo conducendo una vita durissima, quasi ascetica, per espiare una colpa che si porta dietro da tempo. Quando il detenuto che sorveglia, un uomo colpevole di aver torturato e ucciso una quindicenne, viene trovato morto proprio durante il suo turno, Moras si ritrova improvvisamente braccato: accusato di un omicidio che non ha commesso, costretto alla fuga, con alle calcagna un commissario di polizia convinto della sua colpevolezza. Argentero costruisce il personaggio puntando tutto sulla fisicità, restituendo l’immagine di un uomo sfiancato, quasi privo della spinta per continuare a lottare, lontano dal classico eroe d’azione senza dubbi che siamo abituati a vedere nel cinema americano.
Una Sardegna diversa da quella delle cartoline
Il film è ambientato in Sardegna, ma chi si aspetta le spiagge luminose e il mare verde smeraldo che di solito associamo a quei luoghi resterà spiazzato. De Feudis ribalta completamente l’immaginario turistico dell’isola, scegliendo di raccontare una Sardegna livida, gelida, quasi funebre, che si sposa perfettamente con il tono cupo della vicenda e con lo stato d’animo del protagonista.
Questa scelta visiva non è casuale. Il regista, che si è formato lavorando sul set de La grande bellezza di Paolo Sorrentino prima di debuttare alla regia con Il legame nel 2020, ha un rapporto con la fotografia molto attento, curato insieme al direttore della fotografia Luca Santagostino, già al lavoro su produzioni come Diavoli e Il legame. Il risultato è un’ambientazione che diventa quasi un personaggio a sé, capace di trasmettere la stessa sensazione di isolamento e di mancanza di respiro che vive Moras durante la sua fuga.
Il cast: da Cristiana Dell’Anna a Francesco Acquaroli
Accanto ad Argentero, il film schiera un cast che pesca da alcune delle produzioni italiane più seguite degli ultimi anni. Cristiana Dell’Anna, che il pubblico ricorda per Gomorra, interpreta Fabiana Lai, una giornalista determinata a scoprire la verità dietro il caso, l’unica persona disposta a credere nell’innocenza di Moras e ad aiutarlo, arrivando a rischiare parecchio pur di arrivare fino in fondo alla storia.
Sul fronte opposto c’è Francesco Acquaroli, volto noto di Suburra e Dogman, nei panni del commissario Tommaso Lago: un poliziotto inflessibile e determinato, convinto della colpevolezza del protagonista e pronto a tutto pur di catturarlo. Il contrasto tra i due, la giornalista che cerca la verità e il commissario che insegue la propria versione dei fatti, alimenta buona parte della tensione narrativa, mentre attorno a loro si muove un’organizzazione criminale legata al racket della prostituzione, che complica ulteriormente le indagini.
Una colonna sonora che arriva da un altro grande successo Netflix
C’è un filo che collega La coda del diavolo a una delle serie italiane più viste nella storia di Netflix a livello internazionale. Le musiche del film portano infatti la firma di Massimiliano Mechelli, lo stesso compositore che ha lavorato alla colonna sonora de La legge secondo Lidia Poët, la serie con Matilda De Angelis diretta da Matteo Rovere e Letizia Lamartire, diventata un caso internazionale e premiata con il Nastro d’Argento per la miglior serie poliziesca.
Non è un caso che i due progetti condividano più di un nome dietro le quinte: La coda del diavolo è infatti prodotto da Matteo Rovere e Andrea Paris attraverso Groenlandia, la stessa realtà produttiva dietro il successo di Lidia Poët. Una continuità che si riflette anche nello stile della colonna sonora, capace di sostenere la tensione delle scene di fuga senza mai risultare invadente.
Il ritmo serrato e l’ipotesi di un sequel
Chi ha già visto il film racconta di un ritmo particolarmente sostenuto, soprattutto nell’ultima parte, dove il montaggio firmato da Vincenzo Alfieri accelera notevolmente. Una scelta che secondo alcuni osservatori potrebbe essere legata proprio alla possibilità di lasciare aperta la porta a un secondo capitolo, senza chiudere del tutto ogni filo della storia.
E a proposito di seguito, lo stesso Argentero non ha nascosto l’entusiasmo all’idea di tornare a vestire i panni di Sante Moras, lasciando intendere che un sequel, o addirittura una saga vera e propria, non sia affatto un’ipotesi remota. Del resto il tema della fuga, centrale in tutto il film e letta da più parti anche come scelta morale oltre che come semplice fuga fisica, si presta bene a essere ripreso e approfondito in un eventuale seguito.
Un action-thriller che punta a un pubblico oltre confine
Al di là della trama, La coda del diavolo si inserisce in un momento particolare per il cinema di genere italiano, con registi sempre più interessati a esplorare l’azione e il noir uscendo dai confini della commedia, storicamente il genere più rappresentativo del nostro cinema. La combinazione tra un’ambientazione fortemente identitaria come la Sardegna raccontata da De Feudis e un protagonista fisico e credibile come Argentero sembra pensata apposta per attirare anche un pubblico internazionale, seguendo la stessa strada già percorsa con successo da altre produzioni Groenlandia.
Che si tratti dell’inizio di una nuova saga italiana in stile action-thriller o di un film destinato a restare un episodio isolato, La coda del diavolo ha già acceso la curiosità di chi ama i gialli con un’ambientazione forte e un protagonista complesso, lontano dagli eroi senza macchia a cui il cinema americano ci ha abituato.
E tu, hai già scoperto chi si nasconde dietro l’omicidio del carcere o sei ancora a metà film con mille sospetti in testa?


