Nel 2005 Michael Burry, un gestore di hedge fund con una protesi oculare, la sindrome di Asperger e un’abitudine ossessiva a leggere i contratti finanziari fino all’ultima pagina, si presentò alle più grandi banche di Wall Street con una proposta che chiunque altro avrebbe cestinato: voleva scommettere contro il mercato immobiliare americano, il mercato considerato il più stabile e affidabile dell’intera economia occidentale. Le banche gli risero in faccia e firmarono i contratti, convinte di poter prendere i suoi soldi senza troppa fatica. Tre anni dopo, Burry incassò circa 100 milioni di dollari di guadagno personale e circa 700 milioni per i suoi investitori. Poi ricevette una telefonata dal governo americano, che voleva capire come avesse fatto a prevedere il crollo. La sua risposta fu disarmante: aveva semplicemente letto i contratti, cosa che nessun altro si era preso la briga di fare.
Questa è la storia vera al centro de La grande scommessa, il film del 2015 con cui Adam McKay vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale e che ancora oggi, a dieci anni dall’uscita, rimane il modo più efficace per capire com’è stato possibile che il sistema finanziario globale implodesse su sé stesso trascinando nel baratro milioni di persone che non avevano mai sentito parlare di mutui subprime né di CDO sintetici.
Margot Robbie nella schiuma, Selena Gomez al casinò
Uno dei problemi più seri nel portare questa storia al cinema era spiegare i meccanismi finanziari senza perdere il pubblico per strada. I mutui subprime, i CDO, i credit default swap: termini che nel 2008 erano diventati familiari a forza di sentirli nei telegiornali, ma che quasi nessuno capiva davvero. McKay trovò una soluzione che funziona in modo quasi miracoloso: invece di affidarsi a spiegazioni didattiche messe in bocca ai personaggi, chiamò alcune star a interpretare sé stesse, rompendo la quarta parete con un’ironia che alleggerisce senza banalizzare.
Margot Robbie appare in una vasca da bagno con un bicchiere di champagne, immersa nella schiuma, e spiega cosa sono i mutui subprime con una chiarezza che nessun professore universitario avrebbe saputo eguagliare. Selena Gomez siede a un tavolo da casinò e illustra il meccanismo dei CDO sintetici. Lo chef Anthony Bourdain spiega i CDO ordinari usando come analogia il pesce avanzato che si ricicla in un brodo: prendi quello che non riesci a vendere, mettilo insieme ad altro di dubbia qualità, impacchettalo bene e rivendilo come se fosse qualcosa di nuovo.
Sono le sequenze più citate del film, quelle che rimangono in testa anche a chi non ricorda nient’altro della trama, e la loro efficacia sta proprio nel contrasto tra la spiegazione tecnica e il contesto assurdo in cui viene consegnata. McKay capiva che lo spettatore aveva bisogno di uno stacco mentale per assorbire informazioni così dense, e quelle apparizioni stranianti servivano esattamente a quello.
Ryan Gosling che ti guarda in faccia
L’altra trovata narrativa più originale del film riguarda il personaggio di Jared Vennett, il trader interpretato da Ryan Gosling, che svolge la funzione di narratore onnisciente: si rivolge direttamente allo spettatore, commenta le scene dall’interno, si muove tra i personaggi come se fosse invisibile agli altri e si presenta nella prima scena emergendo dalla voce fuori campo per materializzarsi fisicamente sul set. È una scelta che in mani meno abili avrebbe potuto sembrare un trucco da varietà, mentre nel film funziona perché Gosling ci mette una nonchalance perfetta, quella di chi ti racconta una storia sapendo già come va a finire e godendosi il tuo progressivo sgomento mentre i pezzi del puzzle si incastrano.
Il personaggio di Gosling è ispirato a Greg Lippmann, un vero trader della Deutsche Bank che fu tra i primi a capire le potenzialità del mercato dei credit default swap. Come nel film, l’uomo reale non era esattamente un paladino dell’etica: voleva fare soldi, e li fece. McKay teneva a questa ambiguità morale, alla difficoltà di tifare per persone che vincono grazie alla rovina di milioni di altri, e il personaggio di Vennett la incarna meglio di qualsiasi altro del cast.
Christian Bale, il ginocchio e l’heavy metal
Christian Bale nei panni di Michael Burry è probabilmente la prova più riuscita del film, costruita su un’eccentricità che non scivola mai nel macchiettistico perché Bale lavora sui dettagli fisici con la precisione chirurgica che lo contraddistingue da sempre. Burry cammina scalzo in ufficio, suona la batteria tra una telefonata e l’altra, evita il contatto visivo, indossa magliette di band metal nei meeting con i banchieri più importanti di Wall Street. Sono tutti elementi tratti dalla realtà: il vero Burry è esattamente così, e quando lesse la sceneggiatura diede la sua approvazione con una sola richiesta specifica, quella di specificare che la sua musica preferita era l’heavy metal e non il rock generico. Bale rispettò il desiderio senza riserve.
Quello che in pochi sanno è che Bale si infortunò seriamente al ginocchio poco prima di cominciare a girare. Avrebbe potuto chiedere di posticipare le riprese, ma non lo fece. Girò l’intero film con il ginocchio malridotto, cosa che in certi momenti aggiunge involontariamente qualcosa al personaggio: Burry ha sempre qualcosa che non va, un dettaglio fisico o comportamentale che lo tiene ai margini del mondo, e quella zoppia latente si inserisce nella caratterizzazione senza sembrare un artificio.
48 giorni e un Oscar per la sceneggiatura
McKay completò le riprese in soli 48 giorni, un tempo brevissimo per un film con un cast di quella portata. La sceneggiatura, scritta insieme a Charles Randolph a partire dal saggio di Michael Lewis Il grande scoperto, era talmente densa e ben strutturata da non lasciare spazio a imprevisti sul set. Il film era già scritto nel modo in cui doveva essere girato, e questo permise una lavorazione veloce senza che la qualità ne risentisse.
All’Oscar del 2016, La grande scommessa era candidato in cinque categorie tra le più importanti: miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista per Bale, miglior montaggio e miglior sceneggiatura non originale. Vinse quest’ultimo, battendo Spotlight, che quell’anno portò a casa il premio più pesante. Una sconfitta che ancora brucia a qualcuno, ma che non ha impedito al film di McKay di essere visto e rivisto molto di più, nel corso degli anni, di tante pellicole premiate come migliore dell’anno e poi dimenticate.
Perché vale ancora la pena vederlo
Negli ultimi mesi La grande scommessa è tornato a circolare con una certa frequenza nelle conversazioni online, complice un contesto economico globale in cui i temi del film, la speculazione finanziaria, la deregolamentazione, l’incapacità delle istituzioni di vigilare su sé stesse, sembrano di nuovo di stringente attualità. Chi lo vede per la prima volta oggi trova un film che non ha bisogno di aggiornamenti per sembrare contemporaneo, perché i meccanismi che descrive non sono cambiati nella sostanza.
Alla fine del film, una didascalia informa che Michael Burry dopo la crisi fu convocato dal Congresso americano per spiegare come avesse previsto il crollo. Poi il governo lo sottopose a indagini fiscali per anni. Nel 2013, Burry scrisse un articolo in cui spiegava che la crisi si sarebbe ripetuta, che nessuna delle cause strutturali era stata affrontata. Stava già scommettendo contro qualcosa di nuovo.
Hai già visto La grande scommessa, o lo hai sempre rimandato pensando che un film sulla finanza non potesse appassionarti?


