Stasera su Rai 2 è andato in onda Omicidio nelle Highlands, un thriller britannico ambientato tra le brughiere scozzesi con una trama che sembra uscita dalla penna di qualcuno con una fantasia molto, molto malata. Un maniero isolato, una tutor americana che prende il posto di una donna scomparsa in circostanze misteriose, una famiglia che nasconde segreti oscuri. Fin qui, niente di nuovo sotto il sole del genere. Il problema è che quello che vedi sullo schermo non è fantasia: è basato su una storia vera, e la storia vera è molto peggio del film.
Sophie Lionnet voleva studiare cinema
Prima di entrare nel merito della vicenda che ha ispirato il film, conviene capire chi era Sophie Lionnet. Una ragazza francese di 21 anni, nata e cresciuta in Francia, con il sogno di fare la regista. Per raccogliere i soldi necessari a pagarsi gli studi di cinema, nel gennaio del 2016 aveva deciso di trasferirsi a Londra come au pair, cioè come ragazza alla pari: un lavoro che in teoria prevede vitto, alloggio e un piccolo compenso in cambio di assistenza ai bambini di una famiglia.
Per i bambini della famiglia cucinava, puliva la casa, aiutava con i compiti, sbrigava ogni genere di faccenda domestica, e tutto questo in cambio di vitto, alloggio e appena 50 sterline al mese, poco più di 56 euro. La famiglia che l’aveva assunta era quella di Sabrina Kouider, 35 anni, stilista di moda di origini franco-algerine, e del suo compagno Ouissem Medouni, 40 anni, bancario. I due avevano un figlio di nove anni e uno di sei, avuti da relazioni precedenti. La casa si trovava nel quartiere di Southfields, a sud-ovest di Londra, vicino a Wimbledon: una villa da oltre un milione di sterline, uno stile di vita ostentato sui social, la facciata impeccabile di una coppia di successo.
Non era quello che Sophie sognava, lei che era una ragazza curiosa, amante dell’arte, del cinema e del pattinaggio su ghiaccio. A un certo punto voleva semplicemente tornare a casa, ma i soldi non le bastavano: mentre i suoi datori di lavoro spendevano migliaia di sterline in giro per Londra, lei scriveva alla madre chiedendole 40 sterline per pagarsi il biglietto del treno.
L’ossessione per i Boyzone
Per capire cosa è successo a Sophie Lionnet bisogna prima capire cosa stava succedendo nella testa di Sabrina Kouider, e qui si entra in un territorio che ha del surreale. Anni prima di incontrare Sophie, Sabrina aveva avuto una relazione con Mark Walton, membro fondatore dei Boyzone, la boy band irlandese diventata famosa negli anni Novanta. Da quella relazione era nato uno dei suoi figli. Poi Walton l’aveva lasciata e si era trasferito a Los Angeles, dove nel frattempo era diventato un produttore musicale di successo.
Sabrina non aveva mai elaborato la fine di quella storia. Negli anni successivi aveva denunciato Walton alla polizia più di trenta volte, lo aveva accusato pubblicamente di pedofilia su profili Facebook creati con false identità, aveva costruito attorno alla sua figura un’ossessione sempre più delirante. Lo stesso Walton, sentito come testimone al processo, descrisse la loro relazione come la più turbolenta che avesse mai vissuto: lei a volte «andava fuori di testa per motivi del tutto banali, urlando senza curarsi di dove fossero». E in questa paranoia, a un certo punto, era finita Sophie.
La coppia era convinta che la ragazza stesse cospirando con Walton per congegnare un piano che avrebbe portato Kouider e Medouni a essere accusati di reati contro i loro figli, consentendo all’ex di ottenere la custodia del bambino. In realtà Sophie e Mark Walton non si erano mai incontrati, nemmeno una volta. Non avevano nessun rapporto. Non si conoscevano. Ma questo, nella mente di Sabrina Kouider, non aveva alcuna importanza.
I dodici giorni finali
I documenti e il passaporto di Sophie erano stati confiscati. Lo stipendio le era stato interrotto. Veniva costantemente costretta a confessare, davanti a telecamere e registratori audio, di essere colpevole di qualcosa che non aveva fatto. La ragazza negava, cercava di accontentare i suoi aguzzini con false confessioni, supplicava. In una lettera al padre scriveva: «Mi accusano di cose che non farei mai».
Il suo calvario culminò in una serie di interrogatori condotti nell’arco di dodici giorni, nel tentativo di estorcerle una confessione su crimini inesistenti. La torturavano immergendole la testa nell’acqua, la facevano digiunare, la picchiavano con un cavo elettrico. Nonostante le suppliche della madre Catherine Devallonne, che chiedeva a Kouider di lasciar tornare a casa la figlia, la risposta fu sempre no. Il 19 settembre 2017 Sophie Lionnet morì. Aveva 21 anni.
Il bambino e il falò
La scoperta del corpo ha una dinamica che chi l’ha letta non riesce a dimenticare. Fu un bambino di otto anni, il figlio degli stessi vicini, a capire per primo che qualcosa non andava. Sentiva provenire dal giardino accanto un odore di fumo che in molti nel quartiere avevano già notato, e pensò che i vicini stessero facendo un barbecue. Aveva urlato chiedendo di essere invitato, ma nessuno aveva risposto. Gli bastò arrampicarsi su una scala e sporgersi dal cancello che divideva i due giardini per capire che non si trattava di nessun barbecue.
Quando i pompieri, allertati dalle segnalazioni dei vicini, arrivarono sul posto, trovarono Medouni intento a cucinare carne su una griglia nel tentativo di mascherare quello che stava davvero facendo, cioè bruciare i resti di Sophie per rendere il corpo irriconoscibile. Aveva persino sparso pezzi di pollo cotto sui resti carbonizzati come parte di quella messa in scena. Alla domanda dei pompieri su cosa stesse facendo, rispose che stava cucinando una pecora. Non gli credettero.
Il cadavere di Sophie Lionnet fu trovato il 20 settembre 2017. I resti erano irriconoscibili.
Il processo e la condanna
Sabrina Kouider crollò in lacrime e Ouissem Medouni abbassò la testa mentre il presidente della giuria leggeva il verdetto all’Old Bailey. Entrambi furono giudicati colpevoli di omicidio premeditato. Il giudice Nicholas Hilliard li condannò all’ergastolo con un minimo di trenta anni, definendo quello che avevano fatto «una crudeltà orribile» e aggiungendo che «la sofferenza e la tortura a cui la sottoposero prima della sua morte furono prolungate e senza pietà».
La madre di Sophie, Catherine Devallonne, prese la parola dopo la sentenza: «Questi individui hanno picchiato Sophie ripetutamente. L’hanno affamata, torturata e distrutta finché non ha più potuto combattere. Nessun dio vi perdonerà mai per quello che avete fatto a nostra figlia».
Il film, il maniero e la sceneggiatrice in scena
Omicidio nelle Highlands adatta questa storia spostandola in Scozia e modificandone i dettagli più duri, come è inevitabile per una produzione televisiva. L’ossessione per un ex cantante diventa un segreto di famiglia, la villa di Wimbledon si trasforma in un maniero tra le brughiere, e la tutor scomparsa non è una straniera qualunque ma, in un colpo di scena che il film rivela a metà percorso, è la sorella della protagonista Kate, il che cambia completamente il senso emotivo della storia.
Il film è stato girato interamente in Scozia, nel vero maniero Persie House, a Bridge of Cally, vicino alla cittadina di Blairgowrie. Non è una scenografia ricostruita in studio: Persie House è una proprietà reale, affittabile, che si trova in una delle zone più isolate e fotogeniche delle Highlands. Le riprese sono cominciate nel febbraio 2025 e si sono concluse nella prima settimana di marzo dello stesso anno. Vederlo sullo schermo, sapendo che si tratta di un posto vero, aggiunge uno strato di inquietudine in più a una storia che di inquietudine ne ha già fin troppa.
C’è poi una particolarità produttiva che vale la pena segnalare: la sceneggiatura è firmata da Rachel Flynn, che nel film compare anche come attrice nel ruolo di Olivia, la tutor scomparsa il cui destino dà il via all’intera vicenda. Ha scritto il suo personaggio e poi lo ha interpretato, il che in un thriller con queste premesse ha qualcosa di vagamente disturbante.
Il regista Ryan Dewar e la protagonista Brooke Burfitt non sono alla prima collaborazione: i due avevano già lavorato insieme in Christmas in the Highlands, una commedia romantica natalizia ambientata sempre in Scozia. Tornare negli stessi paesaggi per raccontare una storia radicalmente diversa è una scelta che funziona bene, perché le Highlands hanno un aspetto che si adatta a qualsiasi umore: possono sembrare romantiche o minacciose a seconda di come le riprendi, e Dewar ha scelto la seconda opzione senza esitazioni.
Perché fa più paura del film
Omicidio nelle Highlands è un thriller televisivo che fa il suo mestiere: tiene lo spettatore incollato per 90 minuti, distribuisce i colpi di scena al momento giusto, chiude la storia in modo soddisfacente. Ma il motivo per cui vale la pena guardarlo, e pensarci ancora un po’ dopo, è che sotto la trama di finzione c’è una storia reale che non ha nessun colpo di scena rassicurante. Sophie Lionnet non ha trovato nessun detective che la salvasse all’ultimo secondo. Non c’è stato nessun momento in cui qualcuno ha capito quello che stava succedendo in quella casa di Wimbledon e ha agito in tempo.
Era una ragazza di 21 anni che voleva fare la regista, che chiedeva alla madre 40 sterline per il biglietto del treno, che scriveva al padre che la accusavano di cose che non avrebbe mai fatto. E nessuno l’ha aiutata.
Questo è il vero orrore del film che stasera va in onda su Rai 2. Non il maniero, non la brughiera, non i segreti di famiglia.
Sapevi già della storia di Sophie Lionnet, o la stai scoprendo soltanto adesso?


