Piedone l’Africano è in tendenza, e c’è un motivo preciso per cui questo film del 1978 continua a essere rivisto e discusso quasi cinquant’anni dopo l’uscita nelle sale. Non è solo una questione di nostalgia per Bud Spencer o per il cinema popolare italiano di quegli anni. C’è una storia vera dentro questo film, una storia che accadde sul set durante le riprese e che dice qualcosa di preciso sul carattere dell’uomo che interpretava il commissario Rizzo. Una storia che riguarda un bambino, un ristorante e l’apartheid.
Il set che non ti aspetti: Namibia, 1977
Prima di tutto, una precisazione geografica che in pochi conoscono. Il film si intitola Piedone l’Africano ed è ambientato in Sudafrica, ma le riprese non si sono svolte interamente lì. La produzione ha girato gran parte del film nell’Africa del Sud-Ovest, ovvero il territorio che oggi conosciamo come Namibia. Nel 1977, quando la troupe italiana arrivò con attrezzature, costumi e copione, la Namibia non esisteva ancora come stato indipendente: era un territorio controllato direttamente dal Sudafrica, amministrato come una provincia di fatto, con le stesse leggi e le stesse strutture politiche del paese che lo occupava. La Namibia avrebbe ottenuto l’indipendenza solo nel 1990, tredici anni dopo.
Questo dettaglio non è marginale. Significa che Bud Spencer e tutta la troupe italiana girarono in un territorio dove vigeva l’apartheid, il sistema di segregazione razziale che divideva la popolazione in base al colore della pelle, riservava i diritti civili ai bianchi e relegava le persone di colore in una condizione di inferiorità giuridica, sociale ed economica. Non era un sistema astratto o lontano: era la realtà quotidiana di ogni ristorante, ogni autobus, ogni struttura pubblica in quel territorio.
La notte in cui Bud Spencer si alzò da tavola
Le riprese erano iniziate il 28 novembre 1977 e si sarebbero concluse il 15 gennaio 1978, tra Italia, Namibia e Sudafrica. In quel periodo accadde qualcosa che Bud Spencer avrebbe raccontato solo anni dopo, in un’intervista del 2003.
La troupe era a cena in un ristorante locale. Con loro c’era il piccolo Baldwin Dakile, il bambino che nel film interpreta Bodo, il figlio del poliziotto sudafricano ucciso a Napoli che Piedone prende sotto la sua ala. Dakile era di colore. Il ristorante gli vietò l’ingresso.
Bud Spencer si alzò. Con lui si alzò tutta la troupe. Uscirono dal locale senza mangiare, in segno di protesta contro una regola che a nessuno di loro sembrava accettabile. Non era un gesto calcolato, non era una dichiarazione politica preparata in anticipo. Era la reazione immediata di un gruppo di persone che non riusciva a restare seduto davanti a qualcosa di ingiusto.
Le conseguenze non tardarono ad arrivare. Il capo della polizia locale convocò Bud Spencer e lo avvisò con chiarezza: se un comportamento simile si fosse ripetuto, sarebbe stato espulso immediatamente dal paese. Non era una minaccia velata. Era la legge, applicata senza margini di interpretazione.
Spencer non replicò, non protestò ulteriormente, non cercò lo scontro. Aveva capito in che contesto si trovava. Ma quella sera era già successo qualcosa che non si poteva cancellare: un uomo enorme, famoso in tutta Italia per i suoi pugni e le sue gag comiche, aveva scelto da che parte stare davanti a una porta chiusa in faccia a un bambino di cinque anni.
La storia di Baldwin Dakile: una fine che non si è mai chiarita del tutto
La storia di Baldwin Dakile dopo il film ha un finale che ancora oggi non è stato stabilito con certezza, e che pesa. Per anni è circolata la versione secondo cui il bambino sarebbe cresciuto, avrebbe studiato grazie all’appoggio di Bud Spencer che lo aveva adottato a distanza, e sarebbe diventato avvocato. Bud Spencer stesso, nel suo libro autobiografico Il giro del mondo in ottant’anni, scriveva che Dakile lavorava come avvocato negli Stati Uniti.
Ma Neri Parenti, che era presente sul set come assistente alla regia, racconta una storia completamente diversa nel suo libro Due palle di Natale. Secondo le informazioni che dice di aver ricevuto direttamente dalla madre di Baldwin, il ragazzo era morto da adulto durante una rivolta giovanile contro il razzismo in Sudafrica, ucciso da un colpo di arma da fuoco.
Due versioni che si contraddicono, entrambe provenienti da persone che conoscevano il bambino e che erano state sul set con lui. La verità ufficiale non è mai stata stabilita con certezza, ma la versione di Parenti è quella più recente e più documentata. Se è quella giusta, Baldwin Dakile è morto combattendo lo stesso sistema che durante le riprese aveva chiuso una porta in faccia a lui per il colore della pelle.
Un film che non arrivò mai in Germania Est
L’apartheid non condizionò solo le riprese del film: condizionò anche la sua distribuzione. Quando Piedone l’Africano fu completato e pronto per essere distribuito nei mercati internazionali, la Germania Est rifiutò di acquistarlo. Il motivo era politico: il paese aveva aderito all’ostracismo internazionale contro il Sudafrica in risposta al regime di segregazione razziale, e non intendeva proiettare nelle proprie sale un film girato in quel territorio, indipendentemente da cosa raccontasse e da come lo raccontasse.
È una curiosità che mette in prospettiva tutta la vicenda. Da un lato Bud Spencer che si alza da un ristorante in segno di protesta e rischia l’espulsione. Dall’altro un paese che rifiuta il film proprio perché girato in quel contesto. Due reazioni diverse alla stessa realtà, con logiche e strumenti completamente diversi.
La saga di Piedone e il posto del terzo film
Piedone l’Africano è il terzo capitolo di una quadrilogia diretta interamente da Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina, padre del Carlo Vanzina che negli anni Ottanta e Novanta sarebbe diventato uno dei registi più prolifici del cinema italiano di genere. I quattro film di Piedone sono usciti tra il 1973 e il 1980: Piedone lo sbirro, Piedone a Hong Kong, Piedone l’Africano e Piedone d’Egitto. Tutti e quattro diretti da Steno, tutti con Bud Spencer nei panni del commissario Rizzo.
La formula era riconoscibile fin dal primo capitolo: un poliziotto napoletano corpulento, burbero e fondamentalmente buono, che risolve i problemi a pugni più che con le indagini, sempre affiancato dal brigadiere Caputo interpretato da Enzo Cannavale, e spesso in compagnia di un bambino che finisce per diventare il fulcro emotivo della storia.
Nel terzo capitolo questa formula si sposta in Africa, con risultati che la critica dell’epoca giudicò in modo misto. Il filone poliziesco passa decisamente in secondo piano rispetto alla commedia e alle scene fisiche, e la storia del traffico di diamanti e droga organizzato dall’imprenditore Smollett è più un pretesto che una vera trama investigativa. Eppure il film funzionò con il pubblico, finendo al decimo posto tra i film più visti nella stagione cinematografica italiana 1977-1978.
Steno, padre del cinema popolare italiano
Stefano Vanzina, in arte Steno, era una figura centrale del cinema comico italiano. Negli anni Sessanta aveva diretto film con Totò, poi con Walter Chiari e Raimondo Vianello. Negli anni Settanta aveva trovato il suo personaggio più fortunato proprio in Bud Spencer, costruendo con lui una collaborazione che aveva attraversato tutta la quadrilogia di Piedone.
Il modo in cui Steno aveva strutturato il primo film della serie, Piedone lo sbirro, era già indicativo del metodo che avrebbe usato per tutti e quattro i capitoli: un impianto da noir con incursioni comiche, un protagonista che non usa la pistola ma i pugni, una Napoli popolare e concreta come sfondo. Con il terzo capitolo la commedia aveva preso il sopravvento, e la critica lo aveva notato, ma il pubblico aveva risposto con entusiasmo.
La musica dei fratelli De Angelis e la canzone Freedom
La colonna sonora di Piedone l’Africano è firmata dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, musicisti romani che avevano costruito buona parte del loro catalogo lavorando proprio per Bud Spencer e Terence Hill. La loro firma sonora è riconoscibile: un mix di funk, pop e influenze che nel terzo capitolo di Piedone trova una declinazione particolarmente riuscita, grazie all’incontro con le sonorità del continente in cui la storia è ambientata.
La canzone Freedom è rimasta nella memoria collettiva degli spettatori di quella generazione come uno dei momenti più riusciti del film. Non è difficile capire perché: il titolo e il testo acquisivano un significato aggiunto sullo sfondo di un paese dove la libertà era distribuita in base al colore della pelle, e la musica dei De Angelis riusciva a catturare qualcosa degli spazi aperti africani che la storia, da sola, non sempre riusciva a trasmettere.
Le riprese: 47 giorni tra due continenti
Le riprese durarono dal 28 novembre 1977 al 15 gennaio 1978, poco meno di cinquanta giorni suddivisi tra Italia, Namibia e Sudafrica. La fotografia fu affidata ad Alberto Spagnoli, che valorizzò gli scenari africani con una qualità visiva che ancora oggi si nota: i paesaggi del deserto del Namib, le strade di Johannesburg, gli interni della tenuta dove si svolge la battuta di caccia che diventa il campo di battaglia del finale.
La coproduzione era italo-tedesca occidentale, distribuita in Italia dalla Titanus a partire dal 22 marzo 1978. Il successo commerciale fu sufficiente a giustificare un quarto e ultimo capitolo, Piedone d’Egitto, uscito nel 1980, con cui la saga si chiuse definitivamente.
Perché il film vale ancora la visione
Piedone l’Africano non è il film più riuscito della quadrilogia, e i suoi limiti narrativi sono evidenti anche a chi lo guarda con tutto l’affetto possibile per il cinema popolare italiano degli anni Settanta. La trama poliziesca è debole, il ritmo nella parte centrale cede, e alcune scene sembrano girate con una fretta che si sente. Ma c’è dentro qualcosa che i film più blasonati di quell’epoca spesso non avevano: un momento vero, accaduto durante le riprese, in cui un attore ha scelto da che parte stare senza calcoli e senza retorica.
Bud Spencer non era un intellettuale, non era un militante, non era il tipo di persona che rilasciava dichiarazioni sulla giustizia sociale. Era un attore napoletano enorme che faceva film di pugni e gag comiche. Quella sera, davanti a un ristorante che aveva chiuso la porta a un bambino di cinque anni, ha fatto la cosa più semplice e più difficile allo stesso tempo: si è alzato e se n’è andato.
E Baldwin Dakile, quel bambino, qualunque sia stata la sua storia dopo il set, aveva recitato in un film in cui il protagonista lo aveva difeso davanti a una legge ingiusta. Quella scena, fuori dal copione, è rimasta.
Voi sapevate questa storia, o l’avete scoperta solo adesso?


