Stasera su Rai 3 torna Il buono, il brutto, il cattivo, e dietro uno dei western più famosi della storia del cinema c’è un set che, a raccontarlo oggi, sembra quasi più pericoloso del film. Eli Wallach, l’indimenticabile Tuco, rischiò seriamente di farsi male in diverse occasioni. In una scena un cavallo partì al galoppo mentre lui aveva ancora le mani legate, in un’altra si ritrovò sdraiato accanto ai binari mentre un treno gli passava pericolosamente vicino alla testa.
E non è nemmeno la parte più assurda.
Durante la produzione esplose un ponte mentre le telecamere non erano ancora pronte, migliaia di finte tombe vennero costruite dall’esercito spagnolo, Sergio Leone dirigeva attori che spesso parlavano lingue diverse e Ennio Morricone aveva composto parte della musica prima ancora che quelle immagini venissero girate.
Insomma, dietro quei tre uomini che si guardano negli occhi nel cimitero di Sad Hill c’è una quantità di storie incredibili.
E visto che Il buono, il brutto, il cattivo è uno di quei film che si possono rivedere venti volte trovando sempre qualcosa di nuovo, vale la pena raccontarle.
Eli Wallach rischiò di essere trascinato via da un cavallo
Cominciamo da Tuco.
Eli Wallach interpretava quello che il titolo definisce “il brutto”, ma nella pratica è probabilmente il personaggio più umano, imprevedibile e divertente dell’intero film.
Wallach fece personalmente diversi stunt. Una scelta che negli anni Sessanta poteva significare una cosa molto semplice: nessuno aveva particolare intenzione di impedire che l’attore protagonista si ammazzasse.
Lui stesso ricordò una delle scene dell’impiccagione.
Tuco è seduto sul cavallo con un cappio al collo. Clint Eastwood deve sparare alla corda e liberarlo. Per ottenere l’effetto veniva utilizzata una piccola carica esplosiva.
La carica esplose.
Il cavallo si spaventò.
E partì.
Il problema era che Wallach aveva ancora le mani legate dietro la schiena.
Per un certo tratto l’attore venne quindi trasportato dal cavallo senza poter controllare le redini e senza praticamente poter fare nulla.
Wallach ne uscì vivo.
Probabilmente dopo avere rivalutato l’utilità degli stuntman.
Il treno poteva decapitarlo
La scena più inquietante, però, riguarda il treno.
A un certo punto Tuco viene incatenato a una guardia morta e decide di liberarsi utilizzando un convoglio in corsa. Appoggia la catena sui binari aspettando che le ruote del treno la spezzino.
Wallach era realmente sdraiato vicino alla ferrovia.
Il dettaglio scoperto soltanto in seguito era che dalla parte inferiore di alcuni vagoni sporgevano gradini metallici molto bassi.
Se l’attore avesse sollevato la testa nel momento sbagliato, uno di quei gradini avrebbe potuto colpirlo violentemente. Le ricostruzioni della produzione arrivano a parlare esplicitamente del rischio di decapitazione.
Riguardate quella scena stasera sapendo questo.
Improvvisamente Tuco sdraiato accanto al treno assume un significato leggermente diverso.
Nel 2026 probabilmente avremmo green screen, supervisori, analisi del rischio, protezioni e qualche riunione di tre ore.
Nel 1966 sembrava bastare:
“Eli, sdraiati lì”.
“Passa un treno?”
“Sì”.
“Quanto vicino?”
“Sì”.
Wallach raccontò anche di aver bevuto per errore da una bottiglia contenente acido
Non era ancora finita.
Tra gli incidenti raccontati nel corso degli anni ce n’è uno che non riguarda neppure una scena d’azione.
Wallach avrebbe bevuto accidentalmente da una bottiglia contenente acido usato sul set, posizionata vicino a una bottiglia dalla quale pensava di poter bere. L’attore si accorse rapidamente dell’errore e ricevette assistenza, evitando conseguenze peggiori. L’episodio è entrato nei racconti più celebri sulla lavorazione del film insieme al cavallo e al treno.
Tre episodi del genere nello stesso film cominciano a sembrare meno “curiosità dal set” e più un tentativo personale della produzione di eliminare Tuco prima del duello finale.
Eppure Wallach adorava il personaggio.
Aveva lavorato soprattutto in teatro e proveniva da una formazione da Actors Studio, ma Leone vide in lui qualcosa di perfetto per Tuco: fisicità, comicità e quella capacità di passare in pochi secondi dalla minaccia alla buffoneria.
Fu una scelta straordinaria.
Clint Eastwood è l’icona.
Lee Van Cleef è la presenza minacciosa.
Ma Wallach, in moltissime scene, si prende direttamente il film e se lo porta via.
Anche l’esplosione del ponte rischiò di trasformarsi in un enorme disastro
Se il set aveva già provato a eliminare Eli Wallach, con il ponte decise di puntare più in grande.
Una delle sequenze più spettacolari mostra Blondie e Tuco coinvolti nella battaglia tra nordisti e confederati per il controllo di un ponte.
Sergio Leone voleva far esplodere realmente la struttura.
Niente modellino.
Niente computer, ovviamente.
L’esercito spagnolo contribuì alla costruzione e alla preparazione della scena.
Al momento della detonazione qualcosa andò storto: un segnale venne interpretato come l’ordine di far partire gli esplosivi e il ponte saltò in aria prima che le telecamere fossero correttamente pronte a registrare l’esplosione.
Immaginate Sergio Leone.
Hai fatto costruire un ponte.
Hai preparato centinaia di chili di esplosivo.
Hai centinaia di persone sul set.
Puoi farlo saltare una volta.
BOOM.
“Abbiamo girato?”
“No”.
Silenzio.
Le fonti sulla produzione differiscono sul numero complessivo delle ricostruzioni: il racconto più noto parla di una ricostruzione dopo la detonazione anticipata, mentre altre ricostruzioni sostengono che la struttura venne realizzata complessivamente tre volte perché anche un precedente tentativo non aveva soddisfatto Leone. Ciò che è certo è che l’esercito spagnolo dovette costruire nuovamente il ponte per consentire al regista di ottenere la scena che voleva.
E quella che vediamo ancora oggi nel film è una vera esplosione.
Forse è anche per questo che funziona così bene.
Quel gigantesco cimitero non esisteva
Poi c’è Sad Hill.
La scena finale è probabilmente uno dei momenti più famosi dell’intera storia del western.
Tuco corre disperatamente tra le tombe mentre parte L’estasi dell’oro di Ennio Morricone. Cerca la tomba che contiene il bottino. Poi arrivano Blondie e Sentenza e tutto si conclude nel celebre triello.
Guardando il cimitero viene naturale pensare che Leone abbia trovato un vecchio camposanto da qualche parte in Spagna.
Assolutamente no.
Non esisteva niente.
Fu costruito appositamente.
L’esercito spagnolo realizzò nella provincia di Burgos un gigantesco cimitero circolare con oltre 5.000 tombe finte. Nessun corpo, naturalmente. Soltanto croci, terra e scenografia.
Leone voleva che il luogo sembrasse enorme perché l’intera sequenza doveva dare a Tuco l’impressione di essere circondato da migliaia di possibilità.
Sa che l’oro è lì.
Ma trovarlo significa cercare una singola tomba in mezzo a un mare di morti.
Il risultato è magnifico.
E la musica fa il resto.
Sad Hill venne abbandonato e scomparve quasi completamente
Finito il film, nessuno aveva particolare interesse a conservare il cimitero.
Il set venne abbandonato.
La natura fece ciò che fa la natura: lo inghiottì lentamente.
Terra ed erba ricoprirono le tombe, le strutture sparirono e per decenni del gigantesco Sad Hill rimase poco più della forma impressa nel territorio.
Poi entrarono in scena i fan.
Nel 2015 un gruppo di appassionati avviò un progetto per recuperare il luogo. Volontari provenienti da diversi Paesi iniziarono letteralmente a scavare per riportare alla luce il cerchio centrale e ricostruire le tombe.
È difficile trovare un omaggio più adatto a un film che contiene la frase:
“Ci sono due tipi di persone al mondo: quelli con la pistola carica e quelli che scavano”.
Cinquant’anni dopo, i fan hanno preso Tuco alla lettera.
E hanno scavato.
Oggi Sad Hill è diventato una meta di pellegrinaggio cinematografico e nell’area esiste persino un percorso che collega diverse location del film.
Puoi perfino avere una “tomba” a Sad Hill
La restaurazione ha avuto anche una trovata meravigliosamente macabra.
Per raccogliere fondi, gli appassionati potevano contribuire economicamente e far incidere il proprio nome su una delle croci ricostruite.
In sostanza, pagare per poter andare in vacanza in Spagna e visitare la propria tomba.
Un’attività turistica difficile da inserire nello stesso pacchetto di mare, tapas e museo.
Ma per un appassionato di Sergio Leone?
Probabilmente irresistibile.
Ennio Morricone aveva composto parte della musica prima delle riprese
Il rapporto tra Sergio Leone ed Ennio Morricone meriterebbe un film a parte.
Per Il buono, il brutto, il cattivo i due cambiarono in parte il loro metodo di lavoro.
Alcuni temi musicali vennero sviluppati prima delle riprese, permettendo a Leone di utilizzarli come riferimento per costruire movimenti, tempi e atmosfera delle scene. In alcuni casi la musica veniva fatta ascoltare direttamente sul set.
Questo spiega una sensazione molto particolare del film.
Non sembra sempre che Morricone abbia scritto una colonna sonora per accompagnare le immagini.
A volte sembra che Leone abbia girato le immagini per accompagnare Morricone.
La scena di Tuco che corre nel cimitero ne è l’esempio perfetto.
La telecamera gira.
Wallach corre.
Il montaggio accelera.
Il cimitero sembra diventare infinito.
E L’estasi dell’oro cresce continuamente.
Provate a immaginare quella scena senza musica.
Perde metà della sua forza.
Forse di più.
Il celebre tema imita il verso di un coyote
Anche la musica principale nasconde una curiosità.
Il famosissimo motivo di Il buono, il brutto, il cattivo è costruito attorno a due note che richiamano il verso del coyote.
Morricone utilizzava strumenti tradizionali insieme a fischi, voci, effetti sonori e soluzioni che per un western dell’epoca erano tutt’altro che normali.
Oggi quelle note sono talmente associate al western che basta sentirle per immaginare immediatamente due pistoleri che si fissano in mezzo al deserto.
Una musica nata per smontare le regole del western è diventata, paradossalmente, il suono che utilizziamo per rappresentarlo.
I Metallica aprono i concerti con L’estasi dell’oro dal 1983
L’influenza della colonna sonora è arrivata molto oltre il cinema.
I Metallica utilizzano L’estasi dell’oro come introduzione ai loro concerti dal 1983, salvo alcune parentesi nel corso degli anni.
Immaginate quanto deve essere diventato strano per Morricone.
Scrivi una musica per un bandito messicano che corre tra migliaia di tombe finte in Spagna.
Diciassette anni dopo viene utilizzata per preparare decine di migliaia di persone all’ingresso sul palco di una delle più grandi band metal del mondo.
Perfettamente normale.
Sul set gli attori spesso non parlavano nemmeno la stessa lingua
C’è un’altra cosa che guardando il film oggi può sembrare incredibile.
Il cast era internazionale e molti attori recitavano nella propria lingua.
Eastwood, Wallach e Van Cleef lavoravano principalmente in inglese. Attori italiani recitavano in italiano. Altri interpreti utilizzavano lo spagnolo.
Il suono veniva poi ricostruito in post-produzione attraverso il doppiaggio.
Ecco perché osservando attentamente alcune scene potreste accorgervi che le labbra non corrispondono perfettamente alle parole.
Non è il televisore.
Non è il file.
Non avete bisogno di sistemare l’audio.
Era proprio così.
Sergio Leone dava inoltre enorme importanza alle immagini e all’epoca era comune nel cinema italiano registrare le voci successivamente.
Questo consentiva anche al regista di dirigere attori provenienti da Paesi diversi senza trasformare ogni scena in una conferenza linguistica.
Leone e Clint Eastwood comunicavano anche con i gesti
Leone parlava poco inglese e durante le sue prime collaborazioni con Clint Eastwood arrivava spesso a mimare ciò che voleva ottenere dall’attore.
Una modalità apparentemente assurda che in realtà combaciava perfettamente con il cinema di Leone.
Dopotutto, nei suoi film uno sguardo poteva durare più di un dialogo.
Un sopracciglio di Eastwood diceva più di cinque pagine di sceneggiatura.
E probabilmente è anche una delle ragioni per cui il personaggio di Blondie funziona così bene.
Parla poco.
Guarda molto.
Spara quando serve.
Tuco invece parla abbastanza per entrambi.
Eastwood si fece pagare parecchio più che all’inizio della trilogia
Tre anni prima, Per un pugno di dollari era stato una produzione decisamente più piccola.
Nel 1966 Clint Eastwood era ormai diventato una star internazionale grazie proprio ai western di Leone.
E il contratto cambiò parecchio.
Per Il buono, il brutto, il cattivo ricevette 250.000 dollari e una percentuale sugli incassi nordamericani, una cifra enorme rispetto al budget del primo film della collaborazione. Alcune ricostruzioni del contratto aggiungono persino una Ferrari tra gli incentivi.
Non sappiamo se Blondie avrebbe approvato.
Probabilmente avrebbe chiesto anche l’oro di Sad Hill.
Tuco poteva essere molto diverso
Prima di scegliere Eli Wallach, Leone valutò altre possibilità.
Tra i nomi considerati ci fu Gian Maria Volonté, già protagonista nei ruoli dei cattivi dei due film precedenti.
Leone però voleva per Tuco qualcosa di differente.
Serviva un attore capace di essere contemporaneamente minaccioso, ridicolo, crudele, affettuoso e disperato.
Vide Wallach e capì di aver trovato il personaggio.
Fu probabilmente una delle decisioni migliori dell’intero film.
Tuco avrebbe potuto essere una semplice macchietta.
Wallach invece lo rende vivo.
È opportunista, sporco, pericoloso e spesso esilarante.
Poi arriva la scena con il fratello Pablo e in pochi minuti scopriamo che dietro quella maschera esiste una storia molto più dolorosa.
Il film è ambientato durante una guerra reale, ma la storia resta completamente personale
Un altro aspetto spesso dimenticato è la presenza della Guerra di Secessione americana.
Blondie, Tuco e Sentenza stanno cercando un tesoro mentre attorno a loro migliaia di uomini stanno morendo per qualcosa infinitamente più grande delle loro rivalità.
Leone utilizza la guerra senza trasformarla nel vero soggetto del film.
Anzi, spesso la osserva con uno sguardo amarissimo.
La battaglia per il ponte è l’esempio più evidente: soldati continuano a morire per conquistare una struttura che i protagonisti finiranno semplicemente per distruggere.
E dopo l’esplosione?
Gli eserciti se ne vanno.
Tutti quei morti per qualcosa che può sparire in pochi secondi.
Non è propriamente una visione eroica della guerra.
Il finale dura pochissimo sulla carta e un’eternità sullo schermo
Poi arriviamo al triello.
Tre uomini.
Un cerchio.
Tre pistole.
Poche informazioni da ricordare.
E Sergio Leone riesce a trasformare quei pochi elementi in una delle sequenze di tensione più famose mai girate.
Occhi.
Pistole.
Mani.
Primi piani.
Morricone.
Ancora occhi.
Ancora pistole.
Ancora Morricone.
Oggi un produttore probabilmente entrerebbe nella sala montaggio dicendo:
“Possiamo velocizzarla per TikTok?”
Per fortuna nel 1966 nessuno poteva farlo.
Leone dilata il tempo fino a renderlo quasi insopportabile.
Sappiamo che qualcuno sparerà.
La domanda è chi.
Il film che oggi sembra intoccabile non fu accolto da tutti come un capolavoro
Forse la curiosità più bella arriva alla fine.
Oggi Il buono, il brutto, il cattivo viene continuamente inserito tra i western più importanti mai realizzati e ha influenzato generazioni di registi.
All’epoca, però, non tutti lo considerarono immediatamente un capolavoro.
Una parte della critica americana guardava ancora gli spaghetti western con una certa diffidenza, considerandoli più violenti, sporchi e stilizzati rispetto alla tradizione hollywoodiana.
Il tempo ha ribaltato quel giudizio.
Quelle caratteristiche considerate eccessive sono precisamente ciò che oggi rende il film riconoscibile.
I primi piani estremi.
I silenzi.
Le esplosioni improvvise.
La violenza.
L’ironia.
Morricone.
E soprattutto quei tre personaggi che sembrano semplicissimi finché non passiamo tre ore insieme a loro.
Rivederlo conoscendo questi retroscena lo rende ancora più impressionante
Stasera, guardandolo su Rai 3, provate quindi a pensare a ciò che succedeva appena fuori dall’inquadratura.
Eli Wallach che rischia di essere trascinato via da un cavallo.
Wallach sdraiato vicino a un treno con gradini metallici che gli passano sopra.
Un ponte gigantesco che esplode nel momento sbagliato.
L’esercito spagnolo che deve costruire nuovamente ciò che Leone ha appena fatto saltare in aria.
Cinquemila tombe che in realtà non contengono nessuno.
Attori che rispondono a colleghi senza necessariamente parlare la stessa lingua.
Morricone che scrive una musica destinata a diventare più famosa di moltissimi film.
E decenni dopo, migliaia di appassionati che arrivano da mezzo mondo in una valle della Spagna per cercare la tomba di Arch Stanton.
Alla fine forse il segreto di Il buono, il brutto, il cattivo è proprio questo.
Sergio Leone stava realizzando un western italiano in Spagna con attori americani, italiani e spagnoli, ambientato durante la Guerra di Secessione e accompagnato da una musica che sembrava arrivare da un altro pianeta.
Sulla carta non avrebbe dovuto funzionare così bene.
Sessant’anni dopo siamo ancora qui a parlarne.
E probabilmente stasera qualcuno lo guarderà per la prima volta, sentirà quelle due note iniziali di Morricone e capirà perché continuiamo a farlo.
Voi quante volte avete visto Il buono, il brutto, il cattivo? E quale di queste curiosità vi ha sorpresreso di più? Scrivetecelo nei commenti.


