Esiste una categoria precisa di serie televisive che non mettereste mai nella lista delle cose da vedere, poi per caso partite col primo episodio un giovedì sera convinti di guardarne solo venti minuti e quando alzate gli occhi dallo schermo sono le undici e mezza e avete già guardato tutto quello che era disponibile. Unconditional, la nuova serie israeliana su Apple TV+ dal 8 maggio, appartiene a quella categoria con una sicurezza abbastanza irritante.
La premessa sulla carta sembra il tipo di cosa che avete già visto almeno otto volte: madre e figlia in vacanza, qualcosa va storto, la madre lotta per salvare la figlia da un sistema opaco e pericoloso. Il formato è collaudato, il territorio è familiare, e se vi avessi detto “serie israeliana ambientata a Mosca” due settimane fa probabilmente avreste annuito educatamente e poi aveste aperto qualcos’altro. Il problema è che funziona. E funziona in un modo che non riesce a spiegarsi bene con le parole, ma che si capisce benissimo quando siete seduti sul divano alle undici e mezza di giovedì sera con gli occhi fissi sullo schermo.
Una storia semplice nel posto sbagliato al momento sbagliato
Orna e Gali sono madre e figlia. Vanno in vacanza a Mosca. Gali ha ventitre anni, uno di quegli spiriti liberi che esistono soprattutto nelle serie televisive, e la vacanza sembra una di quelle cose che si fanno per ricucire un rapporto che nel tempo si è un po’ allentato. Poi Gali viene arrestata con l’accusa di traffico di droga, e da lì in avanti la serie non rallenta più.
Orna non crede alle accuse. Nessuna madre crederebbe alle accuse, direte voi, e avete ragione, solo che la serie non usa quella convinzione come scorciatoia emotiva. Non vi vende subito la certezza dell’innocenza di Gali come fatto acquisito. Vi mette invece nella posizione di Orna: una donna in un paese straniero, con istituzioni che non capisce, in una lingua che non parla, che cerca di districarsi in qualcosa di molto più grande e pericoloso di una semplice accusa di narcotraffico.
Il contesto geografico in questo senso non è un dettaglio. Una serie israeliana ambientata a Mosca nel 2026 porta con sé un peso specifico che non avete bisogno di esplicitare: lo sentite già mentre guardate, nelle interazioni tra i personaggi, nel modo in cui certi funzionari russi guardano Orna, nella sensazione costante che le regole del gioco siano scritte in una lingua che lei non conosce e che nessuno ha intenzione di tradurle.
Due autori che non avreste mai messo insieme (e invece)
Unconditional è co-creata da Adam Bizanski e Dana Idisis. Bizanski ha già lavorato su Magpie, thriller puro, tensione narrativa come unico obiettivo. Idisis invece è nota per On The Spectrum, una commedia drammatica delicata sull’autismo che è agli antipodi concettuali del thriller. Immaginate di mettere insieme il responsabile delle uscite di sicurezza di un aeroporto con uno che organizza picnic in montagna e di chieder loro di costruire insieme qualcosa di completamente nuovo. Sulla carta non si capisce come possa funzionare. Nella pratica evidentemente funziona, e il risultato è una serie che ha la tensione del thriller puro ma non dimentica mai che al centro ci sono due persone, non un meccanismo narrativo.
Questo equilibrio è più raro di quanto sembri. Molte serie di questo tipo si perdono nella macchina della trama e dimenticano i personaggi nel mezzo. Unconditional invece tiene la storia di Orna e Gali al centro anche quando intorno succede di tutto, e quella scelta si sente.
Nel cast c’è uno che ha fatto Eurovision, il che non c’entra niente con la qualità della serie ma merita comunque di essere detto
Tra i protagonisti c’è Amir Haddad, conosciuto semplicemente come Amir, che nel 2016 ha rappresentato la Francia all’Eurovision Song Contest con il brano J’ai cherché, classificandosi sesto. Ha poi costruito una carriera pop franco-israeliana di discreto successo, con dischi, tour e la fanbase che si porta dietro chi ha fatto Eurovision senza vincere ma ha comunque convinto abbastanza gente da continuare a fare musica.
Adesso è in un thriller su Apple TV nei panni di un personaggio che al termine del primo episodio non si sa ancora bene da che parte stia. Non è la traiettoria professionale che ti insegnano alle scuole di recitazione, ma d’altra parte nemmeno alle scuole di musica ti insegnano a finire in una serie crime israeliana ambientata a Mosca. Alcune carriere semplicemente non seguono un percorso prevedibile, e lui sembra uno di quelli a cui quella cosa viene in modo abbastanza naturale.
Quello che conta è che funziona sullo schermo. Il personaggio ha una presenza ambigua che si adatta benissimo a una storia in cui non è ancora chiaro di chi fidarsi, e il fatto che il pubblico italiano difficilmente lo riconosca come cantante aiuta: lo guardate senza aspettative, e lui si prende lo spazio senza dover fare niente di speciale per guadagnarselo.
Talia Lynne Ronn è il motivo per cui Keshet ha fatto bene a scommettere su un volto nuovo
Gali, la figlia, è interpretata da Talia Lynne Ronn, che nelle note di produzione viene descritta come “nuova arrivata”. Il che, tradotto, significa che Keshet International ha preso una sconosciuta e l’ha messa al centro di una produzione internazionale su una piattaforma come Apple TV+, sperando che reggesse il confronto con Liraz Chamami, attrice israeliana affermatissima con alle spalle una serie di lavori che in Israele sono praticamente televisione di culto.
È una scommessa. Il tipo di scommessa che o paga benissimo o crea quella sensazione scomoda di guardare qualcuno che è chiaramente fuori posto. Dopo il primo episodio si può dire che la scommessa è andata nel verso giusto. Ronn ha una naturalezza che in certi momenti disarma, soprattutto nelle scene con Chamami, dove il rapporto madre-figlia non viene recitato ma semplicemente mostrato, con tutti gli attriti e le comprensioni parziali che caratterizzano quelle relazioni quando hanno una storia lunga dietro.
Keshet International e il mestiere di fare thriller israeliani per il mondo
La stessa società produttrice, Keshet International, è già dietro altri due titoli Apple TV+: Echo 3, remake anglofono di Quando gli eroi volano, e Suspicion, remake di False Flag. Non tutte le loro produzioni hanno convinto allo stesso modo, ma il dato interessante è che Keshet ha sviluppato negli anni un metodo preciso per portare storie israeliane a un pubblico internazionale senza che perdano il loro sapore originale nel passaggio.
Unconditional segue quella stessa logica. La storia è israeliana nel modo in cui racconta le relazioni familiari, nelle dinamiche tra Orna e Gali, nel modo specifico in cui la serie tratta il tema della madre che si trova a proteggere una figlia adulta contro la sua stessa volontà. Ma il confezionamento è internazionale, il ritmo è costruito per un pubblico che non conosce il contesto israeliano e non ha bisogno di conoscerlo per capire quello che sta guardando.
Come funziona il formato e perché l’attesa settimanale in questo caso è una scelta giusta
Otto episodi da quarantacinque minuti. I primi due sono usciti insieme l’8 maggio, poi un episodio a settimana fino al 19 giugno. Apple TV+ ha praticamente abbandonato il modello del rilascio completo in favore dell’appuntamento settimanale, e su questo si possono avere opinioni diverse. In generale l’uscita completa ha il vantaggio di lasciarvi liberi di gestire i tempi, ma ha lo svantaggio di consumare tutto in un weekend e poi ritrovarvi senza niente da guardare il giovedì successivo, con quella sensazione di vuoto che conoscete bene e che di solito riempite con una serie che non avevate intenzione di iniziare.
Unconditional invece è fatta per l’attesa. La struttura degli episodi è costruita per lasciarvi con una domanda aperta alla fine di ognuno, non in modo macchinoso come certi thriller che usano il cliffhanger come scorciatoia, ma in modo più naturale. Si tratta di storia in cui ogni risposta genera un’altra domanda, e aspettare una settimana per la risposta è scomodo nel modo in cui scomodo una serie deve essere per farvi tornare.
Perché vale la pena parlarla adesso
C’è una logica un po’ snob nello streaming che porta molti a aspettare che una serie finisca completamente prima di iniziarla. Ha senso, evita i cliffhanger, permette di gestire i tempi, elimina l’ansia da appuntamento settimanale. Il problema è che con Unconditional aspettare significa perdere le prossime settimane di conversazioni, di teorie sui personaggi, di “ma secondo te quello è davvero dalla parte di Orna o sta facendo il doppio gioco”, che sono la parte più divertente di guardare una serie mentre va in onda.
Unconditional è esattamente il tipo di serie che funziona meglio quando la guardate in tempo reale, quando non sapete ancora come va a finire e ogni dettaglio del primo episodio vi sembra potenzialmente importante. È su Apple TV+, otto episodi, un nuovo ogni venerdì. Il primo lo avete già perso, ma il secondo è ancora fresco.
Siete il tipo che aspetta che finisca tutto o preferite soffrire con gli altri ogni venerdì sera?


