C’è una cosa che succede puntualmente quando apri Netflix senza un’idea precisa di cosa guardare. Scorri, scorri ancora, passi due volte davanti alle stesse cose con la stessa espressione di chi sta fissando il frigo alle undici di sera sapendo già che non c’è niente di interessante. Poi il tuo cervello, stremato dallo sforzo decisionale, si arrende e clicca su qualcosa solo per non dover scegliere un’altra volta. Ed è esattamente in quel momento di resa totale che Netflix ti propone Hercules con Dwayne Johnson, e tu pensi “sì, dai, quello con le catene” e ci clicchi sopra.
Scelta corretta, tra l’altro. Ma prima di iniziare la visione, siediti un secondo che ci sono alcune cose da sapere su questo film che probabilmente non conosci, e che lo rendono molto più interessante di quanto sembri guardandolo dall’esterno.
Nel 2014 qualcuno decise che il mondo aveva bisogno di due Hercules nello stesso momento
Cominciamo dalla cosa più assurda, quella che ancora oggi, a distanza di oltre dieci anni, fa alzare un sopracciglio a chiunque la senta. Nel 2014 uscirono nelle sale, quasi in contemporanea, due film completamente diversi sullo stesso personaggio. Uno era questo, con Dwayne Johnson, prodotto da Paramount. L’altro si chiamava The Legend of Hercules, con Kellan Lutz, distribuito da Lionsgate.
Ora, capita che due film simili escano nello stesso anno. È già successo con gli asteroidi, con i vulcani, con i film su Troia. Ma di solito c’è almeno qualche mese di distanza. Qui invece i due studi hanno sostanzialmente guardato negli occhi l’uno dell’altro e deciso che andava bene lo stesso. Il risultato è stato prevedibile: Hercules con Johnson ha incassato 244 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget di 100 milioni, e il pubblico lo ricorda ancora. The Legend of Hercules con Lutz ha incassato una cifra che fa pietà, ha preso il 3% su Rotten Tomatoes, ed è sparito nell’oblio con la velocità di un post sui social che nessuno ha condiviso. Tre percento. Per capire la proporzione: anche i film che non finiscono mai di girare nei cinema dell’hinterland di solito superano il 20%.
La morale è che quando due prodotti simili si sfidano sul mercato, quello meglio fatto vince. Una rivelazione sconvolgente, lo so.
Dwayne Johnson si è chiuso da solo a Budapest per sei mesi
Passiamo al protagonista, che è poi il vero motivo per cui questo film funziona. Dwayne Johnson per prepararsi al ruolo di Hercules ha fatto quella cosa che gli attori seri fanno e che noi comuni mortali non faremo mai nemmeno se ce lo chiedono educatamente: si è allenato per otto mesi consecutivi con una routine che lui stesso ha descritto come la più dura della sua vita. Poi si è trasferito a Budapest, dove si sono svolte gran parte delle riprese, e ci è rimasto da solo per sei mesi, come quello che ha detto il famoso “mi fermo solo un attimo” alle sette di sera e si ritrova ancora lì alle due di notte.
Ha scritto su Instagram di essersi comportato come “un monaco pazzo da 118 chili” (le misure in libbre le ho convertite, non si fa prima ma almeno si capisce), con l’obiettivo dichiarato di scomparire completamente nel personaggio. Alla domanda se lo rifarebbe, viste le fatiche fisiche e mentali, ha risposto che lo rifarebbe volentieri. Due volte.
Questa è la differenza tra Dwayne Johnson e il resto di noi: lui sente qualcuno dirgli “dovresti rifarlo due volte” e annuisce. Noi sentiamo “potresti fare una seconda corsa di dieci minuti” e troviamo improvvisamente urgent cose da fare in casa.
La scena delle catene e gli svenimenti
C’è un momento nel film in cui Hercules rompe le catene con la forza pura, nel momento emotivamente più alto dell’intera storia. È una di quelle scene che nei film d’azione vorresti che durassero il doppio perché finalmente stai vedendo quello per cui hai comprato il biglietto. Ecco, quella scena è costata a Johnson una serie di svenimenti.
Ha chiesto al reparto effetti speciali di usare vere catene d’acciaio che non si spezzassero, perché voleva che la fatica nella sua performance fosse reale. La scena è stata girata otto volte. Dopo ognuna di esse, Johnson ha dichiarato di essere finito in ginocchio e di aver perso conoscenza. Otto volte. Con vere catene d’acciaio. Per un film su un semidio greco.
Nessuno di noi nella vita ha dato così tanto per nessuna cosa. Io mi sono stancato solo a scrivere questo paragrafo.
Il film non decide mai se Hercules sia davvero figlio di Zeus
Questa è la scelta narrativa più interessante dell’intero film, quella che lo rende più furbo di quanto sembri a prima vista. Per tutta la durata di Hercules, la domanda fondamentale rimane senza risposta: questo uomo è davvero il figlio di un dio, o è semplicemente un essere umano straordinario che ha costruito attorno a sé una leggenda di proporzioni mitologiche?
I personaggi dentro al film se lo chiedono esplicitamente. C’è chi dice che più la gente crede che Hercules sia figlio di Zeus, meno è probabile che combatta contro di lui, il che è un modo abbastanza cinico ma efficace di gestire la propria reputazione. C’è chi gli dice di coprire le ferite prima che i soldati lo vedano sanguinare come un mortale. La forza sovrumana che dimostra in alcune scene non viene mai spiegata del tutto, ma nemmeno confermata come divina.
È la stessa ambiguità che Clint Eastwood usava nei film western: il personaggio è più potente se non sai esattamente cosa sia. Qui funziona allo stesso modo, e il fatto che un film con Dwayne Johnson in costume da antico greco riesca a essere narrativamente furbo su questo punto è già di per sé una piccola vittoria del cinema.
Lo scrittore della storia originale chiese di togliere il suo nome
Questo è il dettaglio più malinconico di tutta la faccenda, e merita di essere raccontato per bene. Il film è basato su una graphic novel di Steve Moore, scrittore britannico con una lunga carriera alle spalle. Prima di morire, Moore chiese esplicitamente di essere dissociato dall’adattamento cinematografico, e la storia di come ci arrivò è abbastanza istruttiva su come funziona certa industria dell’intrattenimento.
Secondo quello che raccontò il suo amico Alan Moore, scrittore celebre e senza nessun legame di parentela con Steve nonostante il cognome, Moore era convinto di avere nel contratto una clausola che gli garantiva almeno 15.000 dollari in caso di trasposizione cinematografica. Una cifra modesta rispetto ai 100 milioni di budget del film, ma pur sempre un riconoscimento. Quando andò a rileggersi il contratto finale scoprì che quella clausola era sparita, rimossa in una versione successiva dell’accordo senza che la cosa fosse stata segnalata chiaramente.
244 milioni di incasso nel mondo. Zero dollari all’uomo che aveva scritto la storia originale. È il tipo di notizia che leggi e poi rimani un momento in silenzio senza sapere bene cosa aggiungere.
Il cast che probabilmente non ricordi
Hercules viene ricordato giustamente come il film di Dwayne Johnson con le catene, ma il cast intorno a lui vale una menzione. Ian McShane, che conosci da Deadwood o da American Gods a seconda della tua età e del numero di serie che hai recuperato negli ultimi anni, interpreta un profeta con una battuta ricorrente sul fatto di aver già visto la propria morte e non avere quindi niente da temere. È la parte più divertente del film e McShane la porta avanti con quella sua aria da persona che sa benissimo che sta recitando in un film su un semidio greco e ha scelto consapevolmente di godersi la cosa.
C’è poi Rebecca Ferguson, che anni dopo avrebbe interpretato Ilsa Faust in Mission: Impossible e che qui ha un ruolo decisamente meno memorabile ma dimostra già quella presenza scenica precisa che la rende riconoscibile. Joseph Fiennes come villain. John Hurt come re ambiguo. Irina Shayk, modella russa, nel ruolo della moglie di Hercules, in quello che è probabilmente uno dei camei più prevedibili della storia del cinema ma che nel contesto del film funziona abbastanza.
Perché sta funzionando su Netflix adesso
La risposta onesta è che Hercules è esattamente il tipo di film che funziona meglio in streaming che al cinema. Al cinema nel 2014 si presentò come un kolossal mitologico e il pubblico si aspettava qualcosa di epico nel senso di Il Gladiatore, mentre quello che trovò era un action movie ben fatto con Dwayne Johnson che faceva cose fisicamente improbabili in costume. Un po’ di aspettative mal gestite.
Su Netflix nel 2026, senza aspettative particolari, a una certa ora di sera, il film è esattamente quello che sembra essere: divertente, ben girato nelle scene d’azione, con un protagonista che ha letteralmente perso conoscenza otto volte per rendere tutto più autentico, e con una domanda narrativa aperta abbastanza intelligente da darti qualcosa su cui riflettere mentre Johnson solleva statue di marmo e le usa come arma contro i nemici.
Non è Citizen Kane. Ma Citizen Kane non ha Dwayne Johnson che rompe catene d’acciaio fino a svenire, e forse è questo il punto.


