72 Hours, la nuova commedia Netflix con Kevin Hart arrivata sulla piattaforma il 24 luglio, parte da un’idea semplice e divertente ma finisce per convincere solo a metà, complice una sceneggiatura che punta più sulla quantità delle gag che sulla loro qualità.
Il film racconta la storia di Joe, interpretato dallo stesso Kevin Hart, un dirigente pubblicitario di quarant’anni che si ritrova per sbaglio aggiunto alla chat di gruppo di un addio al celibato a Miami, organizzato da un gruppo di ragazzi molto più giovani di lui. Invece di uscire dalla chat come farebbe qualunque persona ragionevole, Joe decide di unirsi al gruppo, offrendo di pagare un lussuoso appartamento in cambio dell’esperienza, convinto che il viaggio possa aiutarlo a capire meglio i gusti della Generazione Z per una campagna pubblicitaria a cui sta lavorando. Quello che doveva essere un weekend di ricerca sul campo si trasforma presto in un susseguirsi di guai sempre più assurdi, tra un covo di narcotrafficanti scambiato per un semplice affitto e situazioni sempre più fuori controllo.
A mio parere il film funziona a intermittenza, con alcuni momenti che strappano davvero una risata e altri che invece cadono nel vuoto più totale. Kevin Hart si conferma un professionista del genere commedia capace di lavorare bene anche con un materiale non eccezionale, gettandosi con il solito impegno nelle scene più fisiche e slapstick, ma la sceneggiatura non lo aiuta granché, appoggiandosi troppo spesso a battute già sentite e a un umorismo generazionale che ripete lo stesso schema per gran parte della durata senza trovare varianti davvero originali. Il punto più basso arriva probabilmente nella scena in cui il personaggio di Joe, dopo aver assunto della cocaina per sbaglio, si trasforma in una parodia di Al Pacino in Scarface, un’idea ripresa più volte nel corso del film come se fosse la trovata comica più geniale mai scritta, quando in realtà esaurisce il proprio effetto già al primo utilizzo.
Il cast giovane, formato tra gli altri da Marcello Hernández, Mason Gooding, Kam Patterson e Ben Marshall, tutti volti già apprezzati per il proprio talento comico in altri contesti, resta purtroppo imbrigliato in un materiale che non riesce mai a valorizzarli davvero fino in fondo. A brillare più di tutti è Andy Garcia, capace con la propria presenza scenica di rubare la scena anche in un ruolo secondario, dimostrando quanto basti poco a un attore navigato per elevare anche il materiale più debole.
Va detto che il film non manca di emotività, soprattutto nella sottotrama legata alla relazione tra Joe e la fidanzata, interpretata da Teyana Taylor, un filone che regala qualche momento più sincero in mezzo al caos generale. Non basta però a compensare una sceneggiatura che sembra buttare tutto quello che ha a disposizione contro il muro, sperando che qualcosa alla fine resti attaccato.
Il verdetto
Un film che funziona solo a tratti, capace di intrattenere chi cerca una commedia leggera senza troppe pretese ma destinato a lasciare ben poco una volta finiti i titoli di coda.
Tu l’hai già visto? Facci sapere nei commenti se anche per te il film convince solo a metà o se ti sei divertito più di quanto le recensioni internazionali lascino intendere.
La Recensione
72 Hours
72 Hours è una commedia generazionale che alterna momenti divertenti a lunghi passaggi a vuoto, sorretta da un cast volenteroso ma penalizzata da una scrittura poco ispirata e da gag ripetute fino allo sfinimento.
PRO
- Andy Garcia, che ruba letteralmente la scena nonostante un ruolo secondario
- Kevin Hart, sempre professionale anche quando il materiale non lo aiuta
- La sottotrama sentimentale con Teyana Taylor, tra i momenti più sinceri del film
CONTRO
- L'umorismo generazionale si ripete troppo a lungo senza trovare vere variazioni
- La gag di Scarface, ripetuta più volte, esaurisce il proprio effetto già al primo utilizzo
- Un cast giovane di talento che resta sottoutilizzato per gran parte della durata


