Partiamo da una domanda che tutti ci siamo fatti almeno una volta nella vita, di solito nei momenti peggiori: e se esistesse un’app che esaudisce i desideri? Non una di quelle con le notifiche push che promettono miracoli e poi ti vendono un abbonamento mensile, ma una vera, che funziona davvero, che prende quello che vuoi e te lo porta sul piatto. Girigo, la nuova serie coreana disponibile su Netflix, parte esattamente da questa premessa e per i primi episodi la sfrutta con un’intelligenza che non ti aspetti, mescolando orrore tecnologico e folklore sciamanico in un modo che fa venire voglia di guardare la serie ancora prima che finisca la sigla.
L’app si chiama Girigo, come la serie, e funziona in modo abbastanza semplice: scrivi il tuo nome e la tua data di nascita su un foglio, ti riprendi mentre ripeti il tuo desiderio con convinzione, e il gioco è fatto. Il problema, come sempre quando le cose sembrano troppo facili, è la clausola scritta in piccolo: una volta che il desiderio viene esaudito, parte un conto alla rovescia di ventiquattro ore. Allo scadere del tempo, la storia finisce. Non la storia della serie – la tua storia.
Il gruppo di protagonisti è composto da cinque studenti del liceo Seorin, ognuno con le sue insicurezze, i suoi segreti e le sue buone ragioni per desiderare qualcosa di diverso da quello che ha. Yoo Se-ah e Kim Geon-woo sono i due che tengono insieme il gruppo, compagni di atletica e vicini di casa da sempre, con una relazione appena nata che nessun altro conosce. Lim Na-ri è quella che ha una cotta per Geon-woo e non lo nasconde abbastanza bene da non creare problemi. Kang Ha-joon è il tecnico del gruppo, quello che di fronte a un problema apre il terminale e comincia a digitare, salvo poi scoprire che certe cose non si risolvono con i comandi da tastiera. Choi Hyeon-wook è il primo a usare l’app seriamente, convinto di aver trovato il modo più rapido per salire in cima alla classifica scolastica, e da lì in poi la situazione comincia a scivolare nella direzione che ti aspetti e che comunque fa effetto quando arriva.
La parte più riuscita della serie è quella iniziale, quando l’orrore entra dalla porta sul retro senza bussare. Girigo non si limita a esaudire i desideri: semina dubbi, manda messaggi e telefonate che sembrano dimostrare quello che i protagonisti temono di più, cioè che i loro amici non pensino davvero bene di loro. Lavora sulle incrinature già presenti, le allarga, e aspetta che il gruppo faccia il resto da solo. È un meccanismo narrativo piuttosto elegante, perché trasforma il vero orrore non nell’app ma nella fragilità dei rapporti umani, il che è molto più scomodo di qualsiasi mostro con le zanne.
Il problema arriva nella seconda metà, quando la serie decide che devi sapere tutto: l’origine dell’app, la mitologia che ci sta dietro, i dettagli della maledizione, i backstory dei personaggi secondari, le connessioni tra gli eventi, e ancora dettagli, e ancora spiegazioni. C’è un punto preciso in cui smetti di avere paura perché tutto è stato già spiegato, e quella è la cosa più controproducente che un horror possa fare a se stesso. L’orrore funziona finché non sai cosa c’è nell’ombra. Nel momento in cui qualcuno ti porta una torcia e te lo mostra in modo dettagliato, il gioco è finito, e Girigo nella seconda metà sembra proprio non volersi fidare dello spettatore abbastanza da lasciare qualcosa nell’ombra.
Rimane comunque una serie che vale il tempo speso, soprattutto per come usa lo smartphone come strumento narrativo in modo più intelligente della media. I ragazzi di oggi non hanno mai conosciuto un mondo senza telefono, e questa dipendenza diventa qualcosa di genuinamente inquietante.
E tu hai visto Girigo? Ti è piaciuta la serie? Dai la tua opinione nei commenti.
La Recensione
Girigo
Girigo è una serie horror coreana Netflix ambientata in un liceo, in cui un gruppo di cinque amici si ritrova alle prese con un'app che esaudisce i desideri ma avvia un conto alla rovescia letale. La prima metà è solida, tesa e originale nel modo in cui mescola tecnologia e folklore sciamanico. La seconda metà perde progressivamente impatto a forza di spiegare la propria mitologia, fino a smontare la tensione che aveva costruito con cura. Il cast funziona, la produzione è curata, e l'idea di base meritava forse più coraggio narrativo. Giudizio: da vedere, consapevoli che il meglio arriva subito e non dura fino alla fine.
PRO
- La premessa è originale e i primi episodi la sfruttano con intelligenza, costruendo tensione senza ricorrere ai soliti meccanismi dell'horror adolescenziale
- Il modo in cui l'app lavora sulle insicurezze dei personaggi è più inquietante di qualsiasi scena di paura tradizionale
CONTRO
- Se ti aspetti che la tensione dei primi episodi regga fino alla fine, la seconda metà ti deluderà in modo abbastanza netto
- Le spiegazioni sulla mitologia dell'app nella seconda parte sono prolisse e finiscono per smontare l'orrore invece di amplificarlo



Leggendo su Netflix la premessa mi son detto “ok vediamo, non può essere così male”.
Parla di un app moderna che promette di esaudire desideri e fin qui va bene.
MA, e questo è un errore gravissimo e segno di sottostima nei confronti dei fruitori di Netflix e un insulto alla nostra intelligenza, nei primi 30 secondi della serie appare uno smartphone di ultima generazione in cui gira un’app che necessita almeno del 3G per funzionare. Poi appare la data.
2005. Nel 2005 andava ancora di moda il 3310 e il Motorola Razer. Ma in corea a quanto pare c’erano gli smartphone che venivano direttamente dagli anni post COVID. Ho interrotto la visione perché non mi faccio insultare da un prodotto del genere pensato per chi ha la soglia dell’attenzione sotto i piedi e un’età che non può essere superiore ai 15 anni, perché altrimenti ricorderebbe come erano i telefonini del 2005