C’è una domanda che ti fai guardando certe serie Netflix, di solito verso il terzo episodio, quando capisci che la storia poteva stare benissimo in novanta minuti e invece qualcuno ha deciso di allungarla fino a sette puntate senza un motivo particolarmente convincente. Con Man on Fire: Sete di vendetta, disponibile su Netflix da pochissimo, quella domanda arriva prima del terzo episodio. Arriva durante il secondo, mentre aspetti che succeda qualcosa che giustifichi il fatto che tu stia ancora lì sul divano invece di andare a dormire.
La storia è quella del romanzo di A.J. Quinnell, già adattata due volte al cinema nel 1987 e nel 2004, il che significa che il confronto con quello che è venuto prima è inevitabile e non sempre favorevole alla versione nuova. John Creasy è un ex mercenario che ha perso tutta la sua squadra in una missione andata storta, e quando lo conosciamo sta cercando di annegare i sensi di colpa nell’alcol con una dedizione che lascia poco spazio a qualsiasi altra attività. Dopo un tentativo di togliersi la vita, viene preso in carico dal suo migliore amico Paul Rayburn, che ha bisogno del suo aiuto per smantellare un gruppo di terroristi. Poi Rayburn muore in un’esplosione, lascia una figlia, Poe, e Creasy si ritrova a fare da scudo umano a una bambina mentre cerca di fare i conti con un passato che non lo lascia respirare. Rio de Janeiro fa da sfondo a tutto questo, con quella luce che promette redenzione e non sempre la mantiene.
Yahya Abdul-Mateen II è bravo, e questo è il problema più grande della serie, nel senso che è talmente bravo da farti capire quanto il personaggio avrebbe potuto dare se la sceneggiatura avesse avuto il coraggio di spingerlo davvero oltre i limiti invece di tenerlo costantemente al sicuro dentro una stoicità che dopo un po’ diventa ripetitiva. Ogni volta che Creasy sembra sul punto di aprirsi, qualcuno esplode qualcosa o arriva una trama politica a interrompere il momento. Alice Braga nel ruolo di Valeria, una chauffeuse che si ritrova coinvolta in questo caos, è l’altra faccia della stessa medaglia: convincente, ben costruita, sprecata ogni volta che la storia la separa dagli altri due per inseguire sottotrame che non vanno da nessuna parte. Quando i tre protagonisti sono in scena insieme la serie funziona, ha una sua qualità intima e autentica che ti fa capire cosa avrebbe potuto diventare… cioè un film decente. Il guaio è che insieme ci stanno meno della metà del tempo disponibile.
Il resto della serie è azione di medio livello, illuminazione discutibile e trame governative che si aggrovigliano su se stesse episodio dopo episodio senza mai produrre niente di particolarmente interessante. Sette episodi sono troppi per una storia che aveva il respiro di un film, e si sente in ogni puntata come una coperta tirata da tutte le parti che non riesce a coprire niente. C’è una serie più piccola e più coraggiosa sepolta dentro questa, una che avrebbe avuto il tempo di stare con i suoi personaggi abbastanza a lungo da farli diventare qualcosa di memorabile. Peccato che qualcuno abbia deciso di non girarla.
E tu hai visto la serie? Ti è piaciuta? Dimmelo nei commenti.
La Recensione
Man on Fire: Sete di vendetta
Man on Fire: Sete di vendetta è una serie Netflix in sette episodi con Yahya Abdul-Mateen II nei panni di John Creasy, ex mercenario che si ritrova a proteggere la figlia del suo migliore amico sullo sfondo di Rio de Janeiro. Il cast è di livello, i momenti in cui i tre protagonisti condividono la scena funzionano davvero, ma la serie si perde tra sequenze d'azione anonime e trame politiche che occupano spazio senza aggiungere niente. Sette episodi sono troppi per una storia che aveva il respiro di un film. Giudizio: guardabile se ami il genere, deludente se conosci già le versioni precedenti.
PRO
- Yahya Abdul-Mateen II è convincente anche quando la sceneggiatura non lo aiuta, e nei momenti migliori si vede tutto il potenziale del personaggio
- Quando i tre protagonisti sono in scena insieme la serie ha una qualità autentica che ti fa dispiacere non vederla più spesso
CONTRO
- Sette episodi sono troppi per una storia che avrebbe reso molto meglio come film
- Le sequenze d'azione sono anonime e spezzano sistematicamente i momenti più interessanti proprio quando stavano diventando qualcosa
- Le trame politiche si accumulano episodio dopo episodio senza mai portare da nessuna parte di memorabile
- Se hai visto il film del 2004 con Denzel Washington, il confronto è inevitabile e non va a favore di questa versione


