David Burroughs è in carcere da cinque anni per l’omicidio del figlio Matthew, un crimine che continua a giurare di non avere commesso. Poi arriva una fotografia che cambia ogni cosa: un ragazzino che sembra essere proprio Matthew, vivo. Da questa premessa parte Ovunque tu sia, la nuova miniserie Netflix tratta dal romanzo di Harlan Coben, con Sam Worthington nei panni del protagonista e Britt Lower in quelli di Rachel, la cognata che gli porta quella foto sconvolgente in prigione.
Lo schema è quello tipico dell’universo Coben adattato per Netflix negli ultimi anni: una tragedia che sembra chiusa, una famiglia segnata da un segreto, e una catena di colpi di scena che rimette tutto in discussione. In Ovunque tu sia però la novità riguarda l’ambientazione, perché per la prima volta una delle serie nate dai romanzi di Coben si svolge interamente negli Stati Uniti. David, aiutato dal direttore, organizza un’evasione per scoprire la verità da solo, mentre una caccia all’uomo a livello nazionale, guidata dagli agenti Max Williams e Sarah Greer, si mette sulle sue tracce.
Attorno a questo nucleo ruotano diversi personaggi che custodiscono segreti propri: il boss criminale Nicky Fisher, l’imponente e ricchissima Gertrude, Hayden, il fidanzato a fasi alterne di Rachel, e Cheryl, l’ex moglie di David, distrutta dal dolore e ora chirurga pediatrica. Come spesso accade nelle storie di Coben, ognuno di loro nasconde un pezzo del puzzle, e capire chi sta dicendo la verità diventa parte del divertimento.
Una delle scelte più riuscite della serie è quella di girare sui luoghi reali, dall’ex penitenziario usato per le scene in carcere fino a Times Square per l’evasione e la fuga successiva. Questo dà alla narrazione un’immersività che gli interni ricostruiti in studio raramente offrono, e il risultato è più sporco e meno patinato rispetto a produzioni simili, nel bene e nel male. Perché se da un lato il girato su location regala autenticità, dall’altro la regia non riesce a costruire uno stile visivo riconoscibile: la fotografia resta piatta, le inquadrature standard, i colori spenti. Sembra un’occasione mancata per valorizzare proprio quello che rendeva la serie diversa dalle altre.
Anche il ritmo non è uniforme. La prima metà fatica a decollare, con alcuni passaggi ripetitivi e informazioni che vengono spiegate più volte a personaggi diversi, mentre nuovi volti continuano ad arrivare senza un contesto sufficiente per orientarsi tra alleanze e legami. Superata la metà della stagione, però, la situazione migliora parecchio: i fili si dipanano, le relazioni si chiariscono, e la serie trova finalmente il proprio passo. È qui che emerge la qualità che ha reso popolare Coben tra il pubblico Netflix: i colpi di scena, anche quando sfiorano l’incredibile, restano ancorati a una logica interna che li rende credibili, senza scorciatoie o trucchetti facili.
Il cast funziona bene nel complesso. Sam Worthington costruisce un David credibile, un uomo segnato dal dolore ma incapace di arrendersi, con una vena di calore paterno che emerge sotto la superficie ruvida del personaggio. Madeleine Stowe si diverte parecchio nei panni di Gertrude, sfruttando ogni occasione per rendere il personaggio sopra le righe in modo godibile. Britt Lower e Milo Ventimiglia costruiscono insieme la coppia più convincente della serie, con una chimica che restituisce bene il peso di una storia lunga e complicata tra i loro personaggi. Meno fortunato il rapporto tra Max e Sarah, gli agenti alla caccia di David, che ha del potenziale ma resta troppo schiacciato da scene di routine investigativa già viste altrove, lasciando poco spazio per approfondire il loro legame.
Il problema più evidente di Ovunque tu sia riguarda però la scrittura dei personaggi secondari, spesso ridotti ad archetipi riconoscibili, come la giornalista ostinata, il benefattore sospetto o il poliziotto fuori dalle regole, più che a figure costruite con cura. La serie preferisce concentrarsi sulla meccanica del mistero piuttosto che scavare nella psicologia di chi lo vive, e si percepisce.
Resta comunque una serie capace di intrattenere chi segue da tempo le trasposizioni di Coben e cerca esattamente quello che lo scrittore sa offrire da anni: tensione, segreti di famiglia e un mistero che si chiude in modo soddisfacente. Non è il prodotto che cambia le regole del genere, ma fa il proprio lavoro con sufficiente solidità da giustificare la maratona del weekend.
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La Recensione
Ovunque tu sia
Ovunque tu sia è la nuova miniserie Netflix tratta da un romanzo di Harlan Coben, con Sam Worthington nei panni di un padre evaso dal carcere per scoprire se il figlio che credeva morto sia davvero ancora vivo. La serie segna la prima ambientazione interamente americana per l'universo Coben su Netflix e rispetta la formula che ha reso popolare l'autore, tra segreti di famiglia, colpi di scena e una caccia all'uomo su scala nazionale. Il cast funziona, in particolare la coppia formata da Britt Lower e Milo Ventimiglia, ma la regia non trova uno stile visivo proprio nonostante le riprese sul posto, il ritmo soffre nella prima metà della stagione e i personaggi secondari restano spesso archetipi senza vera profondità. Un prodotto solido per chi segue da tempo le trasposizioni di Coben.
PRO
- Britt Lower e Milo Ventimiglia formano la coppia più convincente della serie, con una chimica che si sente
- Le riprese sui luoghi reali, dal penitenziario a Times Square, danno alla narrazione un'autenticità rara
- I colpi di scena restano credibili e ben costruiti, senza scorciatoie o trucchi facili
- Se sei un fan di Harlan Coben, la serie offre esattamente quello che cerchi: tensione, misteri di famiglia e un finale che chiude bene il cerchio
CONTRO
- La prima metà della stagione è lenta, con informazioni ripetute e troppi personaggi introdotti senza contesto


