Ci sono film che nascono da un’idea perfetta e poi faticano a mantenerla per tutta la durata. Sul tuo cadavere è uno di questi. La premessa è semplice e devastante nella sua efficacia: marito e moglie, in viaggio verso una casa di campagna, scoprono di avere entrambi pianificato di uccidere l’altro durante il weekend. Lui con il nastro adesivo nel bagagliaio, lei con il taser già in mano. Un matrimonio talmente andato a rotoli che l’omicidio è sembrato a entrambi la soluzione più logica, e nessuno dei due lo ha detto all’altro. Su questa idea il film costruisce i suoi minuti migliori, poi arrivano i detenuti evasi e le cose si complicano, non sempre nel modo giusto.
Una coppia che vuole morire, non sopravvivere insieme
Dan è un regista fallito che fa spot pubblicitari per campare. Lisa lo ha tradito dopo anni di matrimonio tormentato. Lui la controlla in modo eccessivo, lei è stanca di esistere in quella gabbia. Entrambi hanno una polizza assicurativa sull’altro. È un matrimonio che sulla carta potrebbe uscire da un film di Hitchcock, e nelle prime scene il film sfrutta benissimo questa energia: Jason Segel e Samara Weaving si scambiano insulti che fanno più male dei pugni, verbalizando con una precisione chirurgica tutto il rancore accumulato in anni di convivenza forzata. Sono i momenti più brillanti dell’intera pellicola, quelli in cui si intravede il film migliore che Sul tuo cadavere avrebbe potuto essere.
Poi entrano in scena Timothy Olyphant e Juliette Lewis, rispettivamente due detenuti evasi e la guardia carceraria corrotta che ha permesso la fuga. Dan e Lisa, da potenziali assassini reciproci, si trasformano in ostaggi costretti a collaborare per sopravvivere. La storia cambia registro, diventa un survival thriller, e con quel cambio di registro perde parte della verve originale.
Olyphant diventa il protagonista
Il vero problema del film è che la coppia protagonista non convince del tutto una volta che la storia li mette dalla stessa parte. Segel gestisce i tempi comici con il mestiere di chi li ha affinati per anni, ma spesso sembra abitare un film diverso rispetto alla Weaving, più a suo agio nelle sequenze d’azione e di tensione pura. Non è che recitino male, è che recitano in registri che faticano a incontrarsi, il che funzionava benissimo nella prima parte, quando il punto era proprio la loro incapacità di comunicare, ma diventa un ostacolo nel momento in cui dovrebbero costruire qualcosa insieme.
Olyphant, nel frattempo, fa quello che i grandi attori sanno fare quando vengono finalmente lasciati liberi: ruba ogni scena in cui compare. Un’inclinazione della testa, un sorriso sociopatico nei momenti sbagliati, una calma inquietante che non lascia mai capire cosa stia per fare: è la prova più convincente del film, e il fatto che la migliore performance appartenga al villain dice qualcosa sullo squilibrio che la storia non riesce del tutto a correggere. Lewis e Jardine non sono da meno nella caratterizzazione, ma finiscono inevitabilmente nell’ombra che Olyphant proietta attorno a sé.
Quando il tono perde l’equilibrio
Il regista Jorma Taccone, già dietro Popstar: Never Stop Never Stopping, viene da un mondo comico, e la commistione tra gore esasperato e humour nero è nel suo DNA. Per buona parte del film gestisce la cosa con una certa abilità: le sequenze di violenza estrema hanno il ritmo giusto, non si prendono sul serio abbastanza da diventare nauseanti, e chi ama gli effetti splatter artigianali troverà pane per i propri denti. Il film è un remake di The Trip di Tommy Wirkola, il regista di Dead Snow, e questa origine si sente chiaramente: nelle sequenze più sanguinose riaffiora quel piacere esagerato, quasi infantile, nel trasformare la violenza in uno spettacolo grottesco.
Quello che invece non funziona è una sequenza nel secondo atto che trasforma un tentativo di violenza sessuale in uno spunto comico, stirandola ben oltre il punto in cui qualsiasi equilibrio di tono regge. Non è una questione di sensibilità: è una questione di ritmo cinematografico. Dopo quella scena il film non recupera più del tutto la leggerezza dei momenti migliori, e l’epilogo finale lascia in bocca un retrogusto sgradevole che i buoni momenti precedenti non bastano a cancellare.
Vale la visione?
Sul tuo cadavere è un film che funziona a intermittenza. Quando funziona, funziona bene: la premessa è originale, Olyphant è in forma smagliante, e le sequenze d’azione sono montate con competenza. Quando perde il filo, perde tutto in una volta, e non riesce sempre a ritrovarlo. Chi ama il genere horror-comedy con abbondante uso di effetti gore troverà abbastanza da giustificare la visione. Chi cerca qualcosa di più rifinito potrebbe restare con la sensazione di aver assistito a un film che non ha mai capito del tutto cosa volesse essere.
Hai già visto Sul tuo cadavere e se sì: hai trovato la coppia protagonista convincente una volta che si sono messi dalla stessa parte?
La Recensione
Sul tuo cadavere
Sul tuo cadavere parte da una premessa brillante, ma non riesce a reggerla fino in fondo. La prima parte funziona molto bene: i due coniugi scoprono di volersi uccidere a vicenda, e il film trova lì il suo ritmo migliore, tra tensione, cattiveria e commedia nera. Poi, quando la storia vira verso il survival thriller con ostaggi, qualcosa si incrina. La chimica tra i protagonisti adulti perde forza, il tono sbanda in almeno un passaggio importante e il finale lascia una sensazione di incompiuto. Timothy Olyphant salva parecchie scene, ma non abbastanza da tenere in piedi tutto il film.
PRO
- La premessa iniziale è originale e ben sfruttata nei primi venti minuti
- Timothy Olyphant è in stato di grazia: il villain più divertente visto in TV negli ultimi mesi
CONTRO
- Segel e Weaving non trovano mai una chimica convincente quando il copione li vuole dalla stessa parte
- Una sequenza nel secondo atto perde completamente il controllo del tono e non si riprende mai del tutto


