The Witness è disponibile su Netflix dal 4 giugno: tre episodi, una storia vera, e una scelta di fondo che la distingue dalla maggior parte delle produzioni crime britanniche che la piattaforma ha sfornato negli ultimi anni. Il punto non è trovare il colpevole. Il punto è sopravvivere.
Siamo nel 1992, a Wimbledon Common. Rachel Nickell viene assassinata durante una passeggiata con il figlio Alex, che ha due anni. Il bambino è lì, è l’unico testimone, e non può raccontare niente a nessuno – né allora, né dopo. Il padre André si ritrova solo, con un figlio piccolo, sotto una pressione mediatica asfissiante, mentre l’indagine della polizia prende una piega che passerà alla storia come uno degli errori giudiziari più clamorosi del Regno Unito: l’arresto di Colin Stagg, poi scagionato, vittima di un’operazione sotto copertura costruita per estorcergli una confessione. Il vero responsabile, Robert Napper, viene fermato quindici anni dopo.
Quello che la serie sceglie di raccontare, però, non è questo. O meglio: è anche questo, ma visto da un’angolazione precisa, quella di un padre e di un figlio che attraversano un decennio abbondante cercando un modo per andare avanti. La narrazione non è lineare – il racconto salta avanti e indietro nel tempo – e la scelta funziona bene per questo tipo di storia, perché permette di capire come certi dettagli dell’indagine abbiano condizionato la vita di André e Alex in modi che una cronologia rigida non renderebbe con la stessa chiarezza.
Quello che mi ha convinto di più è proprio la sobrietà con cui la serie gestisce il materiale. C’era tutto lo spazio per trasformare il caso Nickell nell’ennesimo thriller giudiziario costruito sul colpo di scena, sull’identità del colpevole tenuta nascosta fino all’ultimo, sulla morbosità dei dettagli. Invece Rob Williams, che ha scritto la serie, e Alex Winckler, che l’ha diretta, scelgono di mettere sempre al centro il rapporto tra padre e figlio. L’indagine entra ed esce dal racconto, ma non prende mai il sopravvento su quello che è davvero la storia: come si cresce con un trauma del genere alle spalle, come un padre riesce a proteggere un figlio che non sa nemmeno bene cosa ha perso, e come quel figlio – da bambino, da adolescente difficile, da adulto – elabora tutto quanto.
Jordan Bolger nei panni di André è probabilmente il motivo principale per cui vale la pena guardare questa serie. Riesce a reggere un arco narrativo lungo e complicato senza mai calcare la mano, senza i picchi drammatici facili che un materiale del genere tenterebbe chiunque. André non è un personaggio eroico nel senso convenzionale: è un uomo che porta avanti il peso di una perdita enorme cercando di non crollare davanti al figlio. Bolger lo rende credibile in ogni fase, dalla prima devastante reazione alla perdita fino alla pacificazione silenziosa degli anni successivi.
Il fatto che André e Alex Hanscombe abbiano partecipato direttamente come consulenti si sente nel tono generale della serie: c’è un rispetto per la storia reale che va oltre la formula del “basato su fatti reali”. Non sembra una ricostruzione, sembra una testimonianza.
Netflix ha affiancato alla serie un documentario complementare che approfondisce l’indagine e il caso giudiziario. Consiglio di guardare prima la serie e poi il documentario, perché funziona meglio in quell’ordine.
Tre episodi che finiscono prima che te ne accorga, con una storia che invece continua a girarti in testa. Vale la visione.
Tu preferisci le serie crime che puntano sul mistero o quelle che mettono al centro le persone coinvolte?
La Recensione
The Witness è una miniserie in tre parti disponibile su Netflix dal 4 giugno, basata sulla storia vera di Rachel Nickell, uccisa nel 1992 a Wimbledon Common davanti al figlio di due anni. La serie sceglie deliberatamente di non essere un thriller giudiziario: l'indagine c'è, compreso l'arresto ingiusto di Colin Stagg e la cattura del vero responsabile quindici anni dopo, ma resta sullo sfondo. Al centro ci sono André e Alex Hanscombe, padre e figlio, e il lungo percorso che li ha portati a fare i conti con una perdita che ha cambiato ogni cosa. Jordan Bolger è convincente in ogni fase di un arco narrativo impegnativo, la regia di Alex Winckler tiene il tono senza mai scivolare nel melodramma, e il coinvolgimento diretto dei veri André e Alex come consulenti si sente nel rispetto con cui la storia viene trattata. Non è una serie perfetta - il ritmo del secondo episodio cede un po' - ma è onesta, ben recitata e costruita con una sobrietà che nel crime britannico non è affatto scontata.
PRO
- Jordan Bolger offre una delle migliori prove attoriali che si trovano su Netflix in questo momento
- La serie rinuncia alla morbosità e al colpo di scena facile - una scelta rara nel genere
- Il racconto non lineare funziona bene e aiuta a capire come l'indagine abbia condizionato la vita della famiglia nel tempo
CONTRO
- Se cerchi un thriller adrenalinico centrato sul mistero del colpevole, questa serie non è quello


