Ho visto La Lezione, il thriller psicologico italiano diretto da Stefano Mordini con Matilda De Angelis e Stefano Accorsi, e la prima cosa che viene da dire non riguarda la trama ma una coincidenza che vale la pena sottolineare: questi due attori si erano già incrociati dieci anni fa in Veloce come il vento, il film del 2016 che aveva di fatto lanciato De Angelis al grande pubblico. Ritrovarli insieme in un thriller cupo e scomodo ambientato a Trieste ha qualcosa di circolare, quasi di inevitabile. E il film, distribuito da Vision Distribution a partire dal 5 marzo 2026, sa come sfruttare quella familiarità senza appoggiarsi ad essa.
Da un romanzo romagnolo a una città di vento
Il punto di partenza di La Lezione è il romanzo omonimo di Marco Franzoso, pubblicato da Mondadori. Nel libro originale la storia si svolge tra le colline romagnole, in un’ambientazione provinciale e familiare che dà alla vicenda una sua tonalità specifica. Mordini ha cambiato tutto questo, spostando la storia a Trieste, e quella decisione non è stata casuale né decorativa.
Il regista ha spiegato che cercava un’Italia capace di proiettarsi verso l’esterno, una città mitteleuropea con una sua eleganza di superficie e una capacità particolare di nascondere qualcosa sotto. Trieste corrispondeva perfettamente a quella descrizione. Ma c’è di più: Mordini si è ispirato esplicitamente alle parole di Umberto Saba, che descriveva Trieste come una città tormentosa e inquieta, attraversata da correnti invisibili di disagio sotto la crosta della cortesia borghese. Quella definizione letteraria è diventata la bussola per costruire l’atmosfera del film.
La scelta di Trieste ha portato con sé un elemento che nelle location romagnole non sarebbe stato disponibile nello stesso modo: il vento. La bora, il vento tipico del nordest, è stato usato dalla produzione come elemento sonoro costante, un disturbo acustico che accompagna le scene di tensione e amplifica il senso di instabilità che attraversa la protagonista. Non è un espediente tecnico di sfondo: è una scelta registica precisa, pensata per fare di Trieste un personaggio con un proprio ruolo nella storia, non una cornice.
Il cast e una reunion a distanza di dieci anni
Matilda De Angelis interpreta Elisabetta, un’avvocata affermata di Trieste che difende con successo il professor Angelo Walder dall’accusa di violenza sessuale. Stefano Accorsi è Walder, un accademico carismatico che, dopo essere stato reintegrato dalla giustizia, si trova a fare i conti con una sorta di morte sociale: l’università lo ha riportato al suo posto ma lo ha relegato ai margini, sottraendogli lo spazio e il peso che aveva prima dello scandalo. Walder non accetta questa condizione e torna da Elisabetta per intentare una causa contro l’ateneo.
Nel frattempo, nella vita privata dell’avvocata, qualcosa comincia a cedere. Strani segnali, presenze elusive, una sensazione crescente di essere osservata. Elisabetta ha già denunciato in passato il suo ex fidanzato Daniele per stalking, ottenendo una condanna. Adesso ha il dubbio che quell’uomo sia tornato, e il film costruisce tutta la sua tensione attorno all’impossibilità di capire se quella paura sia fondata o sia il prodotto di una psiche già fragile che si sta incrinando.
Quello che rende il ritorno di De Angelis e Accorsi sullo schermo insieme particolarmente interessante non è solo la distanza temporale dal loro precedente incontro, ma la differenza di registro. In Veloce come il vento De Angelis era una giovane attrice che esplodeva, Accorsi era già una presenza consolidata. Qui i rapporti di forza sono diversi, più bilanciati, e il film lavora su quella tensione senza esplicitarla mai.
Mordini del resto aveva già lavorato con Accorsi in precedenza, con risultati positivi. Questo non è il loro primo film insieme, e si vede nella capacità di Accorsi di gestire un personaggio che Mordini ha descritto con una precisione illuminante: un uomo che non chiede scusa, che si sente vittima anche quando è carnefice. È il tipo di personaggio che richiede all’attore di non giustificarsi mai, di non ammorbidire mai i contorni, e Accorsi lo sa fare.
Come si costruisce un thriller togliendo i dialoghi
Una delle curiosità più interessanti sul processo creativo di La Lezione riguarda il lavoro sulla sceneggiatura, firmata da Mordini insieme a Luca Infascelli – la stessa coppia che aveva adattato La scuola cattolica nel 2021, secondo romanzo italiano che i due portano sullo schermo insieme.
Mordini ha raccontato che il lavoro principale sulla sceneggiatura è consistito nel togliere, non nell’aggiungere. Ha eliminato dialoghi, ha ridotto le spiegazioni, ha lasciato che fosse lo spazio tra i personaggi a raccontare la manipolazione invece delle parole. È una scelta che richiede fiducia negli attori e nella fotografia, e che produce un film in cui molto di quello che conta non viene mai detto esplicitamente.
Questo approccio si collega a una riflessione teorica che percorre il film in modo esplicito: il concetto di parresia, ripreso dagli studi di Michel Foucault, ovvero la capacità di dire la verità anche quando è scomoda o pericolosa. La parresia nel film diventa sia un tema dichiarato che un principio formale: la storia chiede continuamente ai personaggi – e allo spettatore – di distinguere tra quello che si vede e quello che si capisce davvero, tra percepire e comprendere.
Mordini ha costruito la regia esplicitamente attorno a questo contrasto, definendolo come la tensione tra vedere e guardare. Una differenza sottile che diventa strutturale nel momento in cui il punto di vista principale è quello di una donna che non riesce più a fidarsi della propria percezione della realtà.
Le riprese a Trieste e la Friuli Venezia Giulia Film Commission
Le riprese di La Lezione si sono svolte interamente a Trieste tra febbraio e marzo 2025, con il supporto della Friuli Venezia Giulia Film Commission. Due mesi in una città invernale, con la luce tagliente del nordest e le architetture razionaliste che incombono sulle strade. La fotografia, curata da Gigi Martinucci, sfrutta quella luce in modo preciso: le immagini hanno una qualità grigiastra, quasi spenta, come se Trieste stesse trattenendo qualcosa invece di mostrarlo.
Le architetture razionali della città, con le loro prospettive geometriche e i loro spazi troppo aperti, diventano metafora del controllo – lo stesso controllo che Walder esercita su chi gli sta intorno, lo stesso che Elisabetta cerca di mantenere su una situazione che le sfugge progressivamente di mano. Non è una coincidenza che il film abbia scelto di girare in quegli spazi invece di ricrearli altrove.
Il risultato visivo è quello di un film che non assomiglia alla maggior parte della produzione italiana contemporanea. Non ha la luce morbida e il calore cromatico che spesso caratterizzano i film italiani ambientati nel centro o nel sud del paese. Ha invece qualcosa di nordico, di trattenuto, di potenzialmente ostile.
La Festa del Cinema di Roma e l’arrivo nelle sale
Prima di arrivare nelle sale il 5 marzo 2026, La Lezione è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Grand Public, quella dedicata ai film di ampio respiro e di accessibilità trasversale. La scelta della sezione dice già qualcosa sul posizionamento del film: non è un’opera di nicchia o da festival difficile, ma un thriller che Mordini ha costruito per funzionare su più livelli senza rinunciare alla complessità.
Su IMDb il film ha una valutazione di 7,2, che per un thriller italiano contemporaneo è un risultato solido e indica un pubblico che ha risposto positivamente al lavoro dei due protagonisti e all’atmosfera generale del film.
Una storia che riguarda il potere, non solo la violenza
Al di là delle curiosità di produzione, vale la pena capire perché La Lezione abbia scelto questo tipo di storia in questo momento. Mordini ha detto esplicitamente che voleva raccontare come un’assoluzione possa diventare l’inizio di un nuovo incubo. Il professor Walder viene scagionato dalla giustizia, la donna che lo aveva accusato ritratta, e lui torna libero. Eppure la sua libertà non è piena, perché la comunità accademica lo ha relegato ai margini, e Walder non riesce ad accettarlo. Pretende la piena restituzione non solo della libertà ma del potere che aveva.
Questa dinamica – un uomo che si sente vittima di un sistema mentre esercita pressione su chi gli sta intorno – è il cuore del film. Lo stalking che Elisabetta subisce nel frattempo non è un sottotesto separato ma la stessa storia raccontata su un piano più personale. La lezione del titolo riguarda la capacità di riconoscere la manipolazione, il narcisismo, il modo in cui certi meccanismi di controllo si travestono da giustizia o da amore.
Mordini non sceglie la via del moralismo esplicito. Il film non distribuisce etichette, non semplifica, e il confine tra realtà e paranoia rimane deliberatamente sfumato per gran parte della durata. Questa ambiguità è sia il punto di forza che il terreno più scivoloso del progetto, ed è probabilmente la ragione per cui le opinioni sul film dividono chi preferisce risposte chiare da chi apprezza la complessità.
Cosa significa fare un thriller psicologico in italiano nel 2026
La Lezione si inserisce in un filone di produzione italiana che negli ultimi anni ha mostrato una certa voglia di confrontarsi con il cinema di genere senza complessi. Thriller psicologici, film di tensione costruiti su dinamiche relazionali invece che su azione fisica, storie in cui il pericolo è invisibile o almeno ambiguo: è un territorio che il cinema italiano ha esplorato con discontinuità nella sua storia e che adesso sembra frequentare con maggiore convinzione.
Mordini porta in questo spazio un mestiere visivo riconoscibile, una capacità di lavorare con gli attori che si traduce in performance precise, e una volontà di non semplificare che lo distingue da produzioni simili costruite per rassicurare lo spettatore più che per turbarlo.
De Angelis costruisce Elisabetta con una stratificazione che non si rivela tutta subito: il personaggio è forte e fragile nello stesso momento, lucido e attraversato da correnti di irrazionalità, e quella complessità regge per tutta la durata del film. È il tipo di ruolo in cui un’attrice può dimostrare qualcosa di definitivo sulla propria capacità, e De Angelis lo sa.
Il risultato è un film che merita la visione, indipendentemente da dove si posizioni alla fine sulla questione dell’ambiguità. Trieste non vi sembrerà più la stessa città.


