C’è qualcosa di quasi poetico nel fatto che un film intitolato Kartavya – che in hindi significa esattamente “dovere” – stia navigando nell’oceano sconfinato di Netflix senza che quasi nessuno senta, appunto, il dovere di guardarlo. È uscito il 15 maggio 2026, ha i sottotitoli in italiano, dura 104 minuti e racconta una storia che conosci più o meno già. Eppure qualcosa, alla fine, rimane. Non è un capolavoro. Non è nemmeno un disastro. È uno di quei film che Netflix produce con diligenza industriale e che tu scorri due volte con il pollice prima di cliccarci sopra quasi per sbaglio, e poi ti ritrovi ai titoli di coda senza aver mai preso la decisione consapevole di continuare.
Benvenuti a Jhamli, piccola città con grandi problemi
La storia si svolge nella fittizia Jhamli, paesino dell’Haryana, Stato del nord dell’India al confine con Delhi, noto per le sue pianure, le sue tradizioni patriarcali e i suoi khap panchayat: i consigli di villaggio che in certe zone del paese hanno ancora l’autorità morale di decidere chi può sposare chi. Non esattamente il posto dove vorresti nascere se hai intenzione di fare scelte di vita autonome.
L’ispettore Pawan Malik riceve un incarico apparentemente di routine: scortare una giornalista. La cosa va storta in modo piuttosto definitivo. Due ragazzi in moto intercettano il convoglio, sparano, la giornalista muore e uno degli attentatori viene ucciso nella sparatoria. L’altro fugge. Pawan è vivo, la giornalista no, e sopra di lui si abbatte tutta la pressione burocratica, mediatica e morale che una situazione del genere porta con sé. Da notare che il nome Pawan in hindi significa “vento”, e il regista non perde occasione per caricare questo dettaglio di significato: i venti del cambiamento, l’uomo che alla fine soffia via un sistema marcio. Un po’ didascalico, ma si fa perdonare.
Il fuggitivo ha sedici anni. Si chiama Harpal, ed è stato manipolato da un certo Anand Shri, guru spirituale locale con la faccia da sant’uomo e le mani sporche fino ai gomiti. L’indagine trascina Pawan dentro una rete di potere, corruzione e silenzi istituzionali che, come da tradizione del genere, arriva molto in alto. Nel frattempo, a casa, suo fratello ha deciso di scappare con una ragazza di casta diversa, e il padre di lei vuole sangue. Il khap panchayat non aspetta.
Il poliziotto che si sveglia, di solito, fa danni
Uno dei nodi più riusciti del film è proprio questo: Pawan non è il classico eroe che agisce per vocazione. È l’uomo che per anni ha guardato dall’altra parte, complice per inerzia, silenzioso per convenienza. La moglie – interpretata da una Rasika Dugal che vale da sola il prezzo del biglietto, anche quando il biglietto è incluso nell’abbonamento – lo aiuta a capire che persone come lui restano in silenzio finché il fascismo non arriva a bussare alla loro porta. Un tema che il regista Pulkit maneggia con discreta intelligenza, senza mai urlarlo, lasciandolo fermentare sotto la superficie della storia poliziesca.
Il film corre su due binari paralleli: la trama principale sull’omicidio della giornalista e il filone familiare del fratello che fugge con la ragazza di casta diversa. I due piani non convergono sempre in modo convincente, e nella seconda metà si sente il peso di sottotrame che cercano di dire troppe cose senza riuscire a chiuderle. L’intuizione di fondo, però, regge: il personale è politico, e un uomo che non riesce a proteggere i diritti di suo fratello difficilmente può proteggere i diritti degli altri.
Un film, due produttori e mezzo
Kartavya porta la firma di Red Chillies Entertainment, la casa di produzione di Gauri Khan – sì, la moglie di Shah Rukh Khan, quella con il sorriso sempre impeccabile. Nel settembre 2025 aveva appena lanciato su Netflix The Ba***ds of Bollywood, diretto da suo figlio Aryan al suo esordio registico, sostenuto da Red Chillies con la stessa naturalezza con cui un genitore normale accompagna il figlio alla recita scolastica, salvo budget leggermente diversi. Kartavya ha aspettato pazientemente che quel progetto di famiglia si sistemasse nel calendario, poi è uscito a maggio 2026 senza troppi clamori.
Pulkit aveva già lavorato con la stessa produzione su Bhakshak, thriller Netflix che seguiva una giornalista alle prese con un giro di abusi in una struttura per minori, con attorno figure potenti e intoccabili. Kartavya è quasi il negativo di quel film: stavolta la giornalista viene uccisa nella prima scena, e il protagonista è l’uomo in uniforme che non è riuscito a salvarla e deve portarne il peso. Un universo condiviso costruito su un’idea semplice: in certi posti, fare informazione può costarti la vita.
Saif Ali Khan e il fascino dei poliziotti complicati
Saif Ali Khan ha cinquantaquattro anni, una carriera che va avanti dai primi anni Novanta e la singolare capacità di essere sempre un po’ più interessante di quello che gli chiedono di fare. Kartavya è la sua seconda collaborazione con Netflix nei panni di un agente di polizia, dopo Sacred Games nel 2018, dove interpretava Sartaj Singh, il detective sikh di Mumbai alle prese con una profezia apocalittica e un boss della malavita fuori controllo.
Nel mezzo, la vita reale ha riservato a Khan una vicenda che in un thriller avrebbe dell’inverosimile: nel gennaio 2025 un intruso è entrato nella sua casa di Mumbai e lo ha pugnalato, lasciandogli due ferite profonde di cui una vicino alla colonna vertebrale. Khan si è ripreso, è tornato a lavorare, e pochi mesi dopo era sul set di un film in cui interpreta un poliziotto che deve proteggere i civili dai criminali. La vita ha un senso dell’ironia che nessuno scrittore oserebbe.
La critica si divide, il film resiste
Le recensioni di Kartavya formano un ventaglio abbastanza ampio. L’Indian Express gli ha dato 1,5 su 5, lamentando una scrittura pigra e formulaica nonostante un cast di peso. Altri l’hanno promosso con 3 su 5, sottolineando la capacità di tenere incollati allo schermo grazie ai personaggi secondari più che alle situazioni. The Hollywood Reporter India ha parlato di un film tecnicamente solido e politicamente espressivo, con un protagonista che cresce sullo schermo in modo credibile.
La verità sta da qualche parte nel mezzo. Kartavya non reinventa il genere, non stupisce con svolte narrative memorabili, e il finale lascia un senso di incompiuto difficile da scrollarsi di dosso. Ma la fotografia ha una qualità viscerale, il paesaggio dell’Haryana rurale pesa sullo schermo con una fisicità che i set artificiali non riescono a replicare, e certi silenzi tra i personaggi valgono più di molti dialoghi.
Perché guardarlo, allora
Perché ogni tanto fa bene uscire dai sentieri battuti che l’algoritmo ti propina con la sicumera di chi ti conosce meglio di te. Perché un film che parla di dovere, di casta, di guru manipolatori e di uomini che si svegliano troppo tardi è meno lontano dall’Europa di quanto sembri. Perché Rasika Dugal merita un pubblico più ampio di quello che ha. E perché 104 minuti sono un investimento ragionevole per qualcosa che, al contrario di molta roba confezionata per fare numeri sulle classifiche settimanali, ha almeno qualcosa da dire.
Non te lo filerà quasi nessuno. Ma forse sei proprio tu il tipo che vuole scoprire le cose prima degli altri.
Hai visto Kartavya? Ti ha sorpreso o hai avuto la sensazione di aver già visto questa storia da qualche altra parte?


