Quando pensi a George Lucas, la prima cosa che ti viene in mente è sicuramente “Star Wars”. Ma prima di conquistare l’universo con Jedi e Sith, Lucas aveva realizzato un film che nessuno a Hollywood credeva potesse funzionare. Sto parlando di “American Graffiti”, il capolavoro del 1973 che tutti pensavano sarebbe stato un flop colossale. Invece è diventato uno dei film più redditizi della storia del cinema, incassando oltre 140 milioni di dollari con un budget inferiore al milione. Ma andiamo con ordine e vediamo cos’è successo.
Un’idea che non convinceva nessuno
“American Graffiti” non aveva esattamente la premessa di un blockbuster. Il film seguiva un gruppo di ragazzi che passavano una serata a girare in macchina per la città prima che due di loro partissero per il college. Stop. Niente astronavi, niente effetti speciali, niente che urlasse “successo garantito”. E considera che Lucas veniva dal flop commerciale del suo primo film, “THX 1138”, quindi la fiducia in lui non era esattamente alle stelle.
Quando Lucas finì la prima versione della sceneggiatura, lui e il suo partner produttivo Gary Kurtz iniziarono a proporla agli studi. La risposta? Porte in faccia ovunque. Avevano persino un accordo di sviluppo per due film con la United Artists, ma quando lo studio lesse la sceneggiatura di “American Graffiti” decise di rompere il contratto. Immagina la frustrazione: avevi un accordo, e te lo fanno saltare perché non credono nel tuo progetto.
L’intervento provvidenziale di Coppola
Alla fine Lucas e Kurtz riuscirono a interessare la Universal, che apprezzò l’idea. Ma anche lì le cose non erano semplici. Lo studio era disposto a dare a Lucas un budget modesto di 600.000 dollari, che francamente non era molto nemmeno per gli standard dell’epoca. Serviva qualcuno con un nome importante per convincere gli executives a investire di più.
Entra in scena Francis Ford Coppola, fresco del trionfo de “Il Padrino”. Coppola accettò di essere accreditato come produttore del film, e questo gesto salvò praticamente “American Graffiti” dalla mediocrità televisiva. Con Coppola a bordo, la Universal aggiunse altri 175.000 dollari al budget, portandolo poco sotto il milione di dollari.
Ma anche dopo che il film fu completato, i problemi non erano finiti. La Universal pensava ancora che sarebbe stato un flop e stava seriamente considerando di mandarlo direttamente in televisione senza passare per le sale cinematografiche. Ancora una volta fu Coppola a intervenire per convincere lo studio a dargli una possibilità al cinema.
Il problema del marketing
Quando arrivò il momento di promuovere “American Graffiti”, la Universal si trovò davanti a un dilemma: come vendere questo film? Come ha ricordato Gary Kurtz in un’intervista a IGN, dopo una proiezione per gli esercenti cinematografici (che apprezzarono il film), i responsabili del marketing dissero: “Come facciamo a vendere questo film? Non c’è nessuno di famoso dentro”.
Ed era vero: il cast era composto principalmente da attori sconosciuti o agli inizi. C’era Ron Howard, che non aveva ancora debuttato come Richie Cunningham in “Happy Days” (anche se aveva girato un pilot per una sitcom dimenticata che aveva convinto Lucas a sceglierlo). Curiosità: fu proprio la sua apparizione in “American Graffiti” a convincere i dirigenti della ABC a dare il via libera a “Happy Days”. Quindi non solo il film di Lucas fu un successo commerciale, ma fu anche incredibilmente influente.
La strategia di Ned Tanen, altro produttore del film, fu quella di mostrare “American Graffiti” in un solo cinema a New York e uno a Los Angeles, sperando che le recensioni positive potessero aiutare a vendere il film agli esercenti del resto del paese. Era una scommessa, ma era tutto quello che avevano.
La notte della première
Kurtz ricorda di essere stato a New York la sera della première. Andò alla proiezione e ascoltò le reazioni del pubblico. “Ho pensato: ‘Beh, la reazione non è male. È piuttosto buona’”, ha raccontato. Ma il vero test sarebbero state le recensioni dei critici il giorno dopo.
E le recensioni arrivarono, ed erano eccezionali. Quasi all’unanimità la critica elogiò il film. Ancora oggi “American Graffiti” mantiene un 95% di gradimento su Rotten Tomatoes, il che è notevole considerando che parliamo di un film del 1973. Come ha ricordato Kurtz, “Le recensioni furono generalmente molto, molto favorevoli, e questo fece una differenza enorme nella fiducia che la Universal aveva sul come gestire il film”.
Il cambio di strategia della Universal
L’accoglienza critica positiva cambiò tutto. La Universal aveva già pre-venduto il film in alcuni territori, posizionando “American Graffiti” come seconda parte di una doppia programmazione. Praticamente lo trattavano come un film di serie B. Ma quando le recensioni si rivelarono così positive, tutto cambiò rapidamente.
A merito di Lew Wasserman, capo dello studio, quando il film aprì bene a New York e Los Angeles con ottime recensioni, costrinse il dipartimento vendite a cancellare tutti quei contratti e ripensare completamente la strategia di distribuzione. Il film venne rilasciato con un approccio basato molto di più sul passaparola, e questa scelta si rivelò vincente.
Un successo che cresceva settimana dopo settimana
La cosa più straordinaria fu che il film fece più incassi nella decima e quindicesima settimana che nelle prime due o tre. Era un fenomeno che cresceva invece di sgonfiarsi, alimentato dal passaparola positivo e dall’entusiasmo del pubblico. Quando arrivarono le cinque nomination agli Oscar (tra cui Miglior Film), non c’erano più dubbi: la Universal e Lucas avevano tra le mani molto più di un semplice successo.
Il film parlava a una nostalgia nascente tra i boomer per la cultura degli anni ’50 della loro gioventù – le auto sportive, i drive-in, il rock and roll. Era lo stesso tipo di nostalgia che avrebbe reso “Happy Days” un enorme successo di lì a poco. Lucas aveva colto qualcosa nell’aria prima che gli altri se ne rendessero conto.
Una lezione per Hollywood
Come ha detto Gary Kurtz, tutto questo successo fu “completamente inaspettato“. Nessuno, dal primo rifiuto della United Artists fino alla premier a New York, credeva che questo piccolo film sul cruising notturno di un gruppo di teenager sarebbe diventato un fenomeno culturale e un trionfo al botteghino.
È una di quelle storie che ti fa capire quanto Hollywood possa sbagliare nel giudicare cosa funzionerà e cosa no. Se tutti quegli executives avessero avuto ragione, “American Graffiti” sarebbe finito in televisione e dimenticato. Invece è diventato un classico, ha lanciato carriere (non solo quella di Ron Howard ma anche di Harrison Ford, Richard Dreyfuss e altri), e ha dato a Lucas la credibilità necessaria per realizzare quel piccolo progetto di fantascienza chiamato “Star Wars”.
E tu hai mai visto “American Graffiti”? Pensi che oggi un film così riuscirebbe ad avere lo stesso successo o i tempi sono troppo cambiati? Raccontami cosa ne pensi nei commenti!


